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    26/09/2017

Minichiello/Era di Melito Irpino il marine che sfidò gli Stati Uniti d’America

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura4_melit.jpgMELITO IRPINO – Dopo un lungo periodo di oblio negli ultimi anni la storia di Raffaele Minichiello, il marine italoamericano che per primo dirottò un volo intercontinentale, è ritornata ad occupare le pagine di quotidiani e periodici autorevoli, a partire da quelle del Corriere della Sera. Anche il nostro giornale, nel suo piccolo, se ne occupò alcuni mesi fa, ed oggi torna ad occuparsene in concomitanza con la pubblicazione di un libro sulla vicenda, “Il marine: storia di Raffaele Minichiello, il soldato italo-americano che sfidò gli Stati Uniti d’America”, scritto da Pier Luigi Vercesi, direttore del settimanale del quotidiano di via Solferino “Sette”, ed edito da Mondadori. Il volume ripercorre l’intera parabola di Minichiello, dalla sua partenza dall’Italia ad oggi, concentrandosi – ovviamente – sull’evento che più di ogni altro segnò la sua vita, il dirottamento del volo San Francisco – Los Angeles. E, tuttavia, proprio la ricostruzione delle tappe dell’esistenza dell’ex marine prima e dopo l’evento che lo rese famoso a livello internazionale, consente di capire sino in fondo sia i motivi del gesto sia gli effetti che esso produsse su Minichiello per primo.

Raffaele è un emigrante come tanti. Viene da Melito Irpino, piccolo paese appena colpito dal terremoto del 1962, che, oscurato dal sisma (ben più grave) del novembre 1980 è progressivamente scomparso nella memoria collettiva degli irpini. E proprio il paesino di Minichiello è il simbolo dell’opera devastatrice di quel sisma, tanto da esserne ridotto in macerie. Al ragazzo ed ai suoi famigliari non resta che la via dell’emigrazione, che li porta – alla fine – sulla costa occidentale degli Stati Uniti, a Seattle. Raffaele è un italoamericano come tanti, orgoglioso della sua nuova patria adottiva e desideroso di contribuire alla difesa dei suoi valori e dei suoi ideali. Tra questi, la difesa della libertà in tutti i Paesi minacciati dal pericolo comunista assume un ruolo importante nell’America degli anni Sessanta. Raffaele non sfugge alla suggestione di indossare la divisa del prestigioso corpo dei Marines, l’elite dell’esercito statunitense, e in quel momento storico il posto di un marine è in lontano Paese del Sud Est Asiatico, il Vietnam. Minichiello parte volontario e in Indocina ci rimane un anno, a combattere contro l’esercito nordvietnamita del generale Giap.

Come per tanti altri commilitoni, il ritorno di Raffaele negli States non fu semplice. Ma, a differenza degli altri, nel suo caso furono i suoi superiori a creargli problemi. La sua richiesta di spiegazioni per il mancato accredito di una parte della paga scatenò la reazione inviperita del suo colonnello, che lo caccia dall’ufficio apostrofandolo con l’odioso epiteto di “macaroni”. La controreazione di Minichiello non si fa attendere: mette a soqquadro lo spaccio. Non basta il Vietnam; non bastano i gesti eroici che hanno salvato la vita ai commilitoni: la corte marziale lo aspetta. Da qui nasce la decisione di fare un gesto clamoroso, impensabile ed inedito per l’epoca: il dirottamento di un aereo di linea. La storia è nota. Le varie fasi del viaggio di Minichiello verso l’Est (prima tappa a New York) e, poi, verso Roma, furono segnate dal suo singolare comportamento, certamente ben diverso da quello di un pericoloso criminale. L’equipaggio non gli fu ostile; con una hostess, anzi, strinse un rapporto di amicizia che conservò anche dopo. Precursore di Rambo (pare che alle sue gesta fu ispirato il film di Stallone), seppe tener testa agli uomini della FBI di Hoover allo scalo di New York, e, una volta atterrato definitivamente a Fiumicino, anche alle forze di polizia italiane, che riuscirono infine a catturarlo nella zona del Santuario del Divino Amore, nei pressi di Roma.

Siamo alla fine del 1969: la guerra del Vietnam sta diventando una spina sempre più dolorosa per il Governo Americano che sta subendo fortissime pressioni dall’opinione pubblica interna ed internazionale per ritirarsi dal Sud Est Asiatico. A molti, sull’una e sull’altra sponda dell’Oceano, il gesto di Minichiello sembra inserirsi idealmente in questo dibattito, tanto da essere strumentalizzato da personalità e movimenti politici. Si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà, ma anche le iniziative dell’Amministrazione statunitense per sottrarre l’ex marine alla giustizia italiana, che commina pene relativamente lievi per un reato (peraltro all’epoca nemmeno espressamente disciplinato nel codice penale) che, invece, in America comporta pene ben più gravi, persino la pena di morte. Intorno a Raffaele si scatena un vero e proprio circo mediatico. Si susseguono conferenze stampa ed interviste. Anche Melito Irpino diventa meta di pellegrinaggio dei giornalisti che arrivano in Irpinia per intervistare suo padre, che ancora abita in paese.

Alla fine Minichiello sarà processato in Italia e dopo poco tempo sarà pure rimesso in libertà. Inizia la sua nuova esistenza, costellata di gioie, sacrifici e dolori. Raffaele vive il suo “Vietnam privato”. Non gli viene risparmiato nulla, a partire dalla morte prematura della prima e della seconda moglie e di un figlio. Sono forse queste le pagine più intense del libro, quelle dedicate alle vicende successive al dirottamento ed alla detenzione in carcere a colpire il lettore. Minichiello è marine nell’animo. Affronta la vita con la consapevolezza di dover affrontare e superare avversità di ogni sorta, forte di un coraggio che trova prima in sé stesso, poi negli altri, e, infine, nella fede, che segna un passaggio importantissimo nella sua storia. Proprio l’avvio di un nuovo percorso dettato dalla scelta religiosa lo sottrae ad una nuova decisione sciagurata, quella, cioè, di compiere un gesto clamoroso in occasione di un convegno di medici a Fiuggi, ritenendoli colpevoli della morte della prima moglie e del figlio. La fede sembra riportare serenità ed equilibrio nella vita di Raffaele, che viene riabilitato anche negli Stati Uniti (commoventi le pagine che descrivono i suoi sentimenti e le sue paure all’atto del ritorno sul suolo americano e del ricongiungimento con i suoi familiari residenti negli States).

Terminata la lettura del libro, la prima sensazione è che valeva la pena di leggere la storia di Raffaele Minichiello. Parafrasando il titolo di un’opera di Gabriel Garcia Marquez, la sua vita sembra essere stata vissuta proprio per essere raccontata. Anzi, è lo stesso Minichiello in un post sulla sua pagina facebook a spiegare i motivi per cui il volume di Vercesi va letto: “E’ una storia unica al Mondo. Emigrazione, Bullismo, Guerra, Dirottamente, Carcere, Perdita della prima moglie e figlio di parto, pena di morte, di perdono, perdita di seconda moglie di cancro, di cadute, ricominciare da capo”. Si tratta, peraltro, di una lettura agevole, in alcuni tratti incalzante. L’autore non si lascia mai coinvolgere dal personaggio. Non solidarizza con lui e, tuttavia, non lo giudica, pur lasciando trasparire di volta in volta la vicinanza e il dissenso. In definitiva, una storia coinvolgente  che si è tradotta in un’operazione editoriale felice e, in definitiva, in un libro che certamente merita successo ed ampia diffusione.

 

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