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    26/09/2017

Il paese in cui va tutto bene, un libro per capire il declino della civiltà delle terre dell’osso

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura4_libro_olga.jpgAVELLINO – È in programma sabato 27 maggio, presso il circolo della stampa di Avellino, con inizio alle ore 17.30, la presentazione del libro di Olga De Gregorio Ma qui va tutto bene? edito da Delta 3. A confrontarsi con l’autrice saranno Rosaria Bruno, presidente dell’osservatorio regionale contro la violenza sulle donne, Generoso Picone, responsabile della redazione avellinese del Mattino, Silvio Sallicandro editore. A moderare i lavori sarà Faustino De Palma, avvocato, autore della recensione che qui di seguito pubblichiamo.

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Il declino della civiltà delle “terre dell’osso”. È questo il leit-motiv dell’ultimo libro di Olga De Gregorio, “Ma qui va tutto bene?”, appena pubblicato dalla Casa Editrice Delta 3. Dopo varie raccolte di racconti (“Il rumore dei passi” e “Il mio paese inconfondibile” su tutte) ambientati per lo più negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, l’autrice volge il suo sguardo al presente delle piccole comunità delle aree più interne dell’Irpinia.

Anche in quest’ultima opera De Gregorio percorre le strade di un piccolo villaggio, la sua Macondo, che in larga parte si identifica in Carife, il suo paese inconfondibile. E anche in questo libro, girovagando per vicoli e piazzette, l’autrice incontra un’umanità varia, in via di trasformazione e sempre più lontana dai valori tradizionali di una società che sta tramontando. Nei racconti precedenti De Gregorio incontrava donne ed uomini sofferenti, e, tuttavia, forti e dignitosi in contesti socio-culturali inusitatamente ostili alle classi più deboli. Nell’ultimo libro, invece, all’umanità dolente del passato si sostituisce l’umanità amorale e apatica del presente. Le vie del paesino non sono più affollate da contadini che ritornano stanchi dai campi, da artigiani infaticabilmente dediti alle proprie attività nelle loro botteghe, da tutte quelle figure “aristocratiche”, insomma, che nobilitavano la comunità con la loro integrità morale.

Oggi i vicoli sono semideserti, i giovani vanno via: “Che facciamo qua?! Questo è un paese di morti, bisogna andarsene, altro che lottare”. Sono le parole pronunciate da un ventenne che l’io-narrante incontra in una calda mattina di luglio. Noia, insofferenza e rassegnazione regnano in una piazza di giovani apatici, privati del proprio futuro ed incapaci di aprirsi a nuove prospettive. Relegata in un angolo, ai margini della discussione, resta la saggezza di un vecchio, “masto Nicola”, interpellato da un giovane, certo di trovare nell’opinione dell’anziano la conferma alla propria rassegnazione. Masto Nicola sembra uscire dalle pagine dei precedenti racconti di De Gregorio. Non sa capacitarsi del malumore e dell’insofferenza dei giovani d’oggi: “Io alla vostra età ero contento come una Pasqua. Senza una lira, con un pantalone che la buonanima di mia madre “ripezzava” in continuazione, altro che automobili, telefonini, scarpe di marca e lussi vari”.

Questo l’incipit del libro. Nelle pagine successive il lettore segue i passi della lettrice che si dirige verso la chiesa per una cerimonia funebre. Come nella migliore tradizione dei nostri paesi, il funerale è occasione di incontri, scontri, pettegolezzi. In attesa di porgere le condoglianze, di manifestare una partecipazione quasi sempre solo formale al dolore dei parenti del defunto, i “paesani” confrontano le loro vite difficili. I notabili di un tempo soccombono davanti ai parvenus di oggi. Colpisce la solitudine di Don Carlo Rubeccio, parente del defunto, che “si fregiava ancora di un titolo che appariva, ora, ridicolo. Non gli veniva riconosciuta più alcuna autorità”. È circondato dal dileggio, persino i ragazzi lo prendono in giro.

Ritornando a casa, quasi si scontra con Don Filippo, un prete, prototipo di una figura di sacerdote pre-conciliare che ancora sopravvive in qualche piccola parrocchia nelle periferie delle diocesi. Anche in questo caso chi una volta era temuto e rispettato, oggi non lo è più. E, tuttavia, l’autrice non vede con occhi benevoli questo nuovo atteggiamento, né, d’altra parte, mostra solidarietà per una categoria di persone, i “potenti” del passato, che non appartengono al suo album di famiglia e a quello della gente comune del paese. Piuttosto, De Gregorio sembra biasimare il comportamento dei dileggiatori perché non è frutto di una sana e costruttiva ribellione, ma solo effetto dell’asservimento ad altri padroni.

In queste pagine, come in altre dei suoi precedenti racconti, emerge, infatti, la passione dell’autrice per l’impegno civile, che la induce ad amare considerazioni sul governo delle istituzioni. Ancora una volta nella penna di De Gregorio l’amministrazione della cosa pubblica assume i connotati di una gestione personalistica del potere fine a sé stesso. Nessuno sviluppo per le nostre piccole comunità; solo clientelismo ed assistenzialismo spicciolo per i nuovi potenti che “manovrano” e non “compaiono”, che hanno “tanti lacché … per premere a dovere sui poveri cristi”. Sono quelli che segnano il destino dei giovani, “frustrati, senza lavoro né ideali da perseguire”, ma anche quello dei loro genitori, che, nell’affannosa ricerca di un lavoro per i figli, “pur di trovare una via d’uscita, avevano accantonato idee, ideali per cui avevano combattuto una vita seguendo l’esempio dei loro genitori, dei loro nonni”.

E, come ai vecchi padroni, anche ai nuovi tutto si concede. Sull’altare del loro compiacimento si sacrificano anche i propri cari, a partire dalla moglie e dal cognato, rei di appartenere ad una famiglia recalcitrante ad obbedire supinamente alle loro richieste. Alla mala politica, insomma, soccombono anche gli affetti, le legittime aspirazioni di chi sogna una vita tranquilla ed un lavoro dignitoso.

I disvalori ormai si confondono con i valori, sostituendoli; gli stessi comportamenti, prima giudicati riprovevoli, vengono giustificati e “normalizzati” non solo dai giovani, ma anche dalle vecchie generazioni, sempre più assuefatte ad un pensiero “debole” che da decenni ha soppiantato quello “forte”. Le ideologie sono tramontate, e con esse anche i valori che affermavano; il disimpegno e l’egoismo regnano sovrani in comunità sempre più vittime di quell’ “autismo corale”, che isola e non aggrega, separa e non unisce. Persino lo sport ne viene travolto. Nella sartoria del paese l’io-narrante si imbatte nel figlio dell’artigiana, che confessa candidamente di sostituire con la propria urina quella del compagno di squadra, che, altrimenti, risulterebbe positivo all’antidoping. Il negozio è affollato, ma nessuno protesta, nessuno si scandalizza: meglio tacere, meglio far finta di niente.

L’autrice è sempre più disorientata: “mi domandai dove e cosa mi ero persa di quella comunità che ricordavo attiva, fattiva, solidale”. Di quella comunità rimane ben poco, ma quasi nessuno sembra averne nostalgia. L’importante è far finta che tutto vada bene, che si viva nel migliore dei mondi possibili, dove i pochi padroni tengono a freno larga parte della comunità con il laccio dell’illusione e dell’aspettativa. Sono quegli stessi padroni che confondono il diritto con il favore ed il favore con il diritto; sono quegli stessi padroni che, nell’amministrare la cosa pubblica e guarire i “mali” socio-economici del paese, si travestono da stregoni, spacciandosi per medici.

Anche in questo libro, però, alla fine emerge l’indole di Olga De Gregorio, pervasa da un ottimismo indomito, che sopravvive a tutte le delusioni e a tutti i disinganni. L’ultima pagina si chiude con i fuochi d’artificio della festa religiosa del paese. Emblema dell’effimero, del panem et circenses, non riescono a nascondere del tutto le stelle che nel cielo notturno segnano la strada che porta al cambiamento: “Lo scempio è dappertutto, coinvolge cose e persone. Intanto in quel susseguirsi di scoppi non si vedono più le stelle. I fuochi d’artificio ne coprono la visione con la loro fatuità, ma io so che sono lì, prima o poi compariranno a riformare quello scenario che per essere perfetto ha bisogno di tutti noi”.

 

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