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    21/11/2017

Alle origini della musica di Mario Cesa

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Mario CesaAVELLINO – Ospitiamo un intervento di Carlo Picone sull’opera di Mario Cesa considerato nel libro di Renzo Cresti “Ragioni e sentimenti” uno dei grandi compositori musicali del Novecento.

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Per comprendere a pieno la ricerca sonora del compositore di musica contemporanea Mario Cesa, esponente un po' dimenticato della cultura avellinese, bisogna far riferimento all'antropologia culturale ed in particolare all'etnometodologia, indirizzo di studi proprio anche della sociologia contemporanea, per la sua osservazione dei metodi o stili con cui individui o gruppi affrontano la realtà quotidiana, rivolgendo l'attenzione alle attività più comuni della vita di tutti i giorni.

C'era una volta "Musica in Irpinia" - Se l'etnometodologia studia il senso comune degli individui e dei gruppi umani e in particolare ne analizza le conversazioni, alla ricerca degli elementi costanti nelle interazioni comunicative, Mario Cesa parte dalla stesso tipo di osservazione per descrivere fenomeni mediante lo strumento della musica contemporanea: quella colta e d'avanguardia, che trae origine dallo sguardo e dall'analisi dell'attualità. Corrente musicale, fino a qualche anno fa, viva e presente nella realtà avellinese, tanto da costituirne uno dei punti di riferimento nel panorama nazionale, grazie alla meritoria iniziativa della rassegna "Musica in Irpinia", che richiamava nel capoluogo irpino cultori e appassionati da tutto il Meridione e non solo, portando ad esibirsi da queste parti autori di livello assoluto, come Luigi Nono o Bruno Canino, solo per citarne un paio.

Mentre, dall'altra, il movimento di musica contemporanea esprimeva in Irpinia compositori di fama internazionale quali appunto Mario Cesa ed il più giovane Gianvincenzo Cresta, entrambi fondatori ed organizzatori della rassegna, ad un certo punto l'esperienza di elevato spessore culturale è stata cancellata, a causa dell'assoluto disinteresse delle istituzioni provinciali, convinte che fosse più utile alla crescita del territorio finanziare una "sagra della polpetta" o del baccalà in più, piuttosto che insistere sulla proposta "elitaria" della musica di ricerca, malgrado i suoi costi fossero alquanto contenuti. Così, da qualche anno a questa parte, la scena culturale nostrana è rimasta clamorosamente sguarnita, deprivata di ogni occasione di sviluppo ed innovazione in campo musicale, appiattita sul procedere stanco della classica, forte della presenza del "Cimarosa", il più grande Conservatorio della Campania, che però non fa ricerca, a parte il dare ospitalità a esibizioni estemporanee di artisti d'avanguardia una tantum. Aggiungete poi l'immobilismo di enti come Comune e Provincia che hanno implacabilmente tagliato i fondi per la cultura, concentrando il capitolo di spesa riservato alla musica sull'allestimento di eventi di dubbia qualità con artisti pop, lautamente pagati, che non portano alcun contributo allo sviluppo della nostra terra; ed ecco che il disegno di una realtà provinciale desolatamente vuota è bell'e chiaro.

Su tale vuoto pneumatico non ha smesso di provare ad intervenire un musicista a tutto tondo come il Maestro Cesa, fermamente legato ai suoni dell'Irpinia, avvinto in maniera inestricabile alla sua città da cui non si è mai allontanato, nonostante le mille sollecitazioni, i successi riscossi in giro per il mondo, la fama nel panorama internazionale della musica contemporanea che l'avrebbe potuto portare altrove.

Fra gli "scriba del caos" - Appare dunque importante la riscoperta di un siffatto artista, sottraendolo all'oblio diffuso che investe il "lavoro culturale" in provincia di Avellino. Ed è rilevante il contributo a ravvivarne il ricordo che viene dalla pubblicazione della ponderosa opera del critico Renzo Cresti, "Ragioni e sentimenti - Nelle musiche europee dall'inizio del Novecento a oggi", edita dalla Libreria Musicale Italiana. Una "summa" dedicata all'evoluzione delle sonorità italiane, che raccoglie i nostri autori più significativi in un volume di circa ottocento pagine, utile fonte di divulgazione e di ricostruzione degli sviluppi un po' sfilacciati del movimento contemporaneo. Un'opera di grande interesse, anche se nell'ansia compilativa finisce per trascurare l'analisi in profondità di qualche esponente rispetto ad altri.

Inserito nella "fase terza" del tomo - tra riflessioni sulla "società del consumismo", "rinascimento strumentale", "rapporto tra compositori, letterati e pittori", rivisitazione della musica sacra e religiosa, "performance e poesia sonora"; ritratti dedicati a compositori come Domenico Bartolucci, Giuliano Zosi, Giampaolo Coral, Ada Gentile, Salvatore Sciarrino, Claudio Ambrosini, Fabio Vacchi, Fernando Mencherini - Mario Cesa viene associato agli "scriba del caos". Insieme ad altri nomi, chiamati a testimoniare la varietà polifonica con cui la musica italiana del Novecento ha assorbito i cambiamenti del passaggio epocale verso il nuovo secolo, provando a descrivere una società attraversata dai fervori della modernità e al tempo stesso ancorata alla tradizione.

Nel sommario realizzato da Cresti, il Maestro avellinese trova posto nella "terza generazione" dei compositori, quella che "trova i suoi personaggi impegnati in tendenze stilistiche differenziate, fra utopia e tradizione (Gaetano Giani Luporini) e gesti corali non esenti di tratti popolareggianti (Azio Corghi), fra energico costruttivismo pregno di tensioni psichiche (Giampaolo Coral) e attenzioni al mito e al rito realizzato in pagine grafico gestuali (Mario Cesa)", che, insieme al contributo espressivo di altre figure di primo piano, "va a costituire un gigantesco intreccio che generalmente si definisce come musica contemporanea". Ed il lettore di "Ragioni e sentimenti" viene invitato a una "salutare passeggiata, giovevole alla sua cultura e alla necessaria informazione, un'escursione fra le vette artistiche che permette di godere di paesaggi variegati e avvincenti; scenari che dimostrano l'avvenuta emancipazione della musica italiana, grazie a tante personalità che l'hanno animata e la animano". Fra le quali, ritroviamo, con orgoglio tutto irpino, proprio Cesa.

La ricerca musicale di Cesa - La sua attenzione al mito e al rito, pur occupando uno spazio rilevante nella sua sconfinata produzione musicale, non basta però a spiegarlo in tutta la sua complessità, rischiando anzi di ridurre la profondità della sua ricerca all'etichetta stereotipata di compositore interessato esclusivamente all'aspetto folclorico-religioso dell'esistenza umana. Invece, dietro il lavoro creativo di Cesa, c'è qualcosa in più, che richiama all'attività dell'antropologo a cui si accennava all'inizio. Egli con sguardo attento osserva quanto accade nella realtà circostante, coglie il sedimentarsi di fenomeni appariscenti che coinvolgono la sfera emotiva e sentimentale e, nella loro costruzione di particelle che si associano e giustappongono, interviene con la sua musica, registrandone e interpretandone ritmi e momenti, per trasformarle da percezioni visivo-uditive, spesso caotiche e disordinate, in sonorità strutturate, in forme musicali che finiscono per connotare i contenuti, fornendo loro la giusta determinazione.

Vale la pena insistere sul nesso con l'antropologia culturale, con l'antropologia sociologica e l'etnometodologia, che s'individua nella produzione musicale di Mario Cesa, tuttora in fervida attività, nonostante la visibilità della musica contemporanea sia quasi dappertutto sparita. Egli scandaglia le convinzioni e con loro le convenzioni sulla nostra percezione del mondo come un insieme ordinato e sensato. Denso, invece, di illusioni, relazioni emotive e affettive tra le persone. Ma è senz'altro la tecnica espressiva, con cui costruisce i suoi pezzi, a costituire uno degli aspetti più affascinanti dell'opera del compositore avellinese. Costantemente teso a mettere insieme i frammenti di realtà, schematicamente aggiunti in una progressione creativa, fino a realizzare un corpo musicale originale, fatto di echi popolari, suoni e rumori, contrasti stridenti e cenni di melodie lievi, per giungere a trasmettere, trasfigurandole, le sonorità attuali, storicisticamente correlate al passato. In questo miti e riti hanno un peso consistente, per il loro essere fondativi della nostra cultura e del presente. Cesa li scova ab origine, descrivendone l'implementazione con i suoi originali timbri musicali, da "antropologo della musica" quale si rivela.

Una "personalità vagamente anarcoide e intuitiva, dal forte attaccamento alla terra d'origine", come scrive Cresti, che ne rimarca l'assoluta originalità della poetica, ben individuata fin dagli anni Settanta, finendo però per soffermarsi quasi esclusivamente, nella pagina dedicata a Cesa, sul suo rapporto con la musica popolare. "Nel metabolizzare la ritualità della musica popolare trasfigurata in una scrittura e in un linguaggio colto" viene individuato il centro della sua attività di compositore, tanto che il critico lo ritiene "uno dei pochi autori per il quale l'humus della civiltà popolare, antica e sempre presente, ha fecondato il suo pensiero e la prassi compositiva", per arrivare ad una sintesi un po' approssimativa del lavoro di ricerca dell'autore avellinese. Quando dice: "Dagli anni Settanta il maestro ha affinato i modi di trasfigurazione, ma non si è allontanato dalla sua poetica". Vada per il "ricorso a grafie particolari", al "tratto estemporaneo", che sostiene la "libertà" che si respira dentro i suoi brani; vada pure per "la sua attrazione per la gestualità", certificata dal brano del 1975 "MusGesTea" (Musica-Gestualità-Teatro), in cui un flautista, una voce recitante e un mimo costruiscono la struttura della composizione, "trasparente, nel senso che prende vita direttamente dal gesto che rende espliciti i contenuti del brano"; ma resta un'impressione di incompletezza nel tentativo di mettere insieme, dentro uno spazio limitato, un ritratto convincente del Maestro Cesa.

Un ritratto estemporaneo - La connotazione di "vero romantico" appare un po' stretta, come il ribadire da parte di Cresti quale sia, a suo avviso, "la personale strada intrapresa da Cesa, quella della conciliazione della tradizione popolare e colta, senza ideologie, quella dell'attinenza della gioia fisica e della festa, intesa in senso antropologico, quella della connessione del sacro con il profano, entrambi decontestualizzati da una trasversale ironia". Non trovandoci d'accordo nel giudizio espresso: "Rispetto alla musica engagé e degli anni Sessanta, l'impostazione è meno politica e più viscerale, meno sociologica e più partecipata. I processi storici sono abbracciati più che analizzati". Annotazione che fa trasparire una musicalità quasi esclusivamente intuitiva e disimpegnata, senza restituire la realtà di una ricerca che affonda le sue radici nella profondità della riflessione, dell'analisi, dello studio dei linguaggi e della sperimentazione sonora.

Cresti per concludere il paragrafo dedicato a Cesa, risale ad alcune sue opere scritte tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, da "Modulo per pianoforte" a "Moduli folk", per giungere ai più recenti "Moduli itineranti" e "Modulo per disklavier", per continuare a presentare Cesa come artista "folk", nel senso di autore dalla poetica popolare. Anche nelle nuove sonorità esplorate al discklavier, con i famosi "Murales", in cui l'ironia, il sarcasmo, il dinamismo e la "consueta partecipazione emotiva" sono gli elementi caratterizzanti. "Procedimenti, tecniche, ri-definizioni e concetti scaturiscono dalla ritualità ispirativa. Sono lavori paradossali, deformi eppur composti, tragicomici e a un tempo fieri della loro schiettezza, grotteschi e seri, bizzarri e un po' capricciosi, fatti di tre dosi di intelligenza e una di lasciarsi andare. Questo è Cesa". Questa la chiusura che delinea un quadro parziale dell'attività del musicista irpino.

Concedendo a Renzo Cresti la scusante dello spazio necessariamente ridotto in cui far entrare una miriade di rappresentanti della musica del Novecento italiano, relativamente a "Ragioni e sentimenti" rimane il senso di un'operazione che, nel suo voler essere un sommario delle sonorità contemporanee, si rivela riduttiva nei confronti della poliedricità di un artista come Cesa, inserito nella "summa" interessandosi solo ad un unico aspetto della sua produzione musicale, quella legata alla musica popolare ed al folklore, ed escludendo ogni altra chiave di lettura.

Pur riconoscendo il rilievo che assume la pubblicazione ad opera di uno fra i maggiori esperti italiani di musica contemporanea, utile a riportare in auge un genere all'apparenza accantonato nel quadro generale della cultura nazionale, contribuendo a risvegliare l'interesse ed il dibattito intorno ad esso, non possono essere sottaciuti i limiti presenti in una simile trattazione enciclopedica.

E allora sarà opportuno restituire a Cesa un giudizio più comprendente, ricordando quello che Adriano Bassi e Guido Molinari scrivono di lui, compositore apprezzato dalla critica estera (in Germania, Francia, Polonia, Ungheria, Romania, Spagna, Brasile, Russia, Cuba, ecc.), nell'opera "Tendenze della musica contemporanea" (Guido Milano Editore, 1994): "Cesa è un autore che dà ampio spazio alla strumentalità componendo pezzi da camera d'ensemble e per orchestra sinfonica, in cui la grande orchestra viene usata come tavolozza preziosissima di infinite combinazioni timbriche. La presenza di cellule melodiche riprese dal folklore irpino o nazionale sono solo un pretesto per realizzare un disegno ben più ambizioso: quello di creare una variazione di elementi melodici gradualmente estraniati dal loro contesto iniziale, e proiettati verso una visione internazionale del fenomeno sonoro". Una modalità forse più attenta e meno superficiale di avvicinarsi alla musica del nostro autore.

 

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