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    22/10/2017

Il convegno del Cimarosa/Arte e cultura al tempo di Francesco De Sanctis

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Toni Iermano e Renata De LorenzoAVELLINO – Proseguono le celebrazioni per il bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis. Oggi pomeriggio, presso l’auditorium del conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino, ha preso il via il convegno nazionale patrocinato, oltre che dalle istituzioni della Regione Campania e del Comune di Avellino, dal comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis, dall’Università di Napoli “Federico II”, dall’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, dall’Istituto italiano per la storia della musica, dalla Società italiana di musicologia e dalla sezione di Avellino della Società filosofica italiana.

Aperto dai saluti di Achille Mottola, rappresentante del Miur nel Cda, di Carmine Santaniello, direttore del conservatorio, di Agostino Ziino, della Fondazione istituto italiano per la storia della musica, e di Giovanni Sasso, presidente della sezione di Avellino della Società filosofica Italiana, il convegno, sul tema Arte e cultura al tempo di Francesco De Sanctis, intende indagare il rapporto, non sempre studiato a fondo, tra la letteratura e la musicologia, con particolare attenzione al pensiero del grande critico morrese.

Articolato in tre sessioni, distribuite in due giorni (oggi 12 ottobre a partire dalle ore 15.00; domani, 13 ottobre, a partire dalle 9.30 e per tutta la giornata), il convegno vede la partecipazione di numerosi esponenti del mondo accademico. Hanno preso parte alla giornata odierna, oltre a Toni Iermano, presidente del Comitato scientifico nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis, Renata De Lorenzo dell’Università di Napoli Federico II, Lorenzo Santoro dell’Università di Munster, e Rossella Gaglione del Conservatorio Cimarosa di Avellino. Sono previsti, invece, nel corso della giornata di domani, gli interventi di Maurizio Giani dell’Università degli studi di Bologna, Guido Salvetti della Società editrice di musicologia, Antonio Rostagno dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, Luca Aversano dell’Università di Roma Tre, Patrizia Veroli dell’Associazione italiana per la ricerca sulla danza, Paologiovanni Maione del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, Francesca Seller del Conservatorio Giuseppe Martucci di Salerno, Isabella Valente dell’Università di Napoli “Federico II” e Almerinda Di Benedetto dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Ricca di spunti la prolusione di Toni Iermano, intitolata significativamente Ritrovare De Sanctis. Riscoprire De Sanctis significa ripercorrerne le tappe significative della sua vita soffermandosi, soprattutto, su quelle considerate di formazione del pensiero del critico irpino. La prima fase di formazione di De Sanctis avviene – ricorda Iermano – a Napoli, «dove De Sanctis frequenta la scuola di diritto e soprattutto la scuola del Puoti. A Napoli De Sanctis incontra, inoltre, per la prima volta la filosofia di Hegel, che legge dalle traduzioni francesi, mantenendo, comunque, uno stretto legame e dialogo con la letteratura. Già in questi primi anni – ha continuato Iermano – De Sanctis capisce che l’intellettuale non deve essere chiuso nella sua stanza, ma deve dialogare con il mondo». La cultura, insomma, deve farsi prassi.

In questo contesto assume un ruolo importante, secondo l’analisi del professore dell’Università di Cassino, il rapporto con il maestro Puoti e con la scuola del purismo. «A 21 anni De Sanctis – ha proseguito Iermano – assume la guida della scuola che è stata di Puoti. Ma egli rifiuta il purismo del suo maestro perché esso fissa la lingua, e con essa la cultura tutta, in un insieme di regole. La lingua è, secondo De Sanctis, strumento del processo di trasformazione della società. Da qui il suo invito all’azione, soprattutto rivolto ai giovani». È del 18 febbraio 1848, infatti, un famoso discorso desanctisiano rivolto ai giovani in cui emerge la relazione fra cultura e prassi. Azione che porta lo stesso De Sanctis ad essere protagonista dei moti rivoluzionari del 1848; partecipazione che lo costringe dapprima alla prigionia e poi all’esilio. È proprio nella fase della prigionia che, secondo Iermano, possiamo incontrare una nuova fase di elaborazione del pensiero desanctisiano. «Nei 33 mesi che passa in carcere, internato al Castel dell’Ovo, De Sanctis traduce la Scienza della logica di Hegel e alcune scene del Faust di Goethe. Ma, soprattutto, De Sanctis utilizza la prigionia come senso della liberazione».

Una terza fase di elaborazione del pensiero desanctisiano si ha a partire dagli anni ’70. È la fase politica del pensiero del critico di Morra, che culmina, nel 1876, con la pubblicazione del famoso Viaggio elettorale «un saggio – lo ha definito Iermano – di microfisica del potere. Centrale nel pensiero di De Sanctis la separazione fra la politica e il potere, dove per politica si intende un’alta dimensione morale capace di trasformare il mondo». Ma gli anni ’70, ha concluso Iermano, sono gli anni di elaborazione della Storia della letteratura italiana, quel grande romanzo che racconta «la storia dell’identità italiana».

Sul rapporto tra Francesco De Sanctis e il murattismo si è concentrato l’intervento di Renata De Lorenzo, ordinario di storia contemporanea presso l’Università di Napoli “Federico II”. «Per murattismo si intende – ha affermato in apertura di intervento – quel movimento politico, diffuso all’interno del Regno delle Due Sicilie a partire dagli anni ’50 del XIX secolo, che proponeva l’idea di restituire ai discendenti di Gioacchino Murat il trono dei Borboni»: un’idea, questa, che era appoggiata non solo dalla Francia, ma anche dalla Gran Bretagna e da alcuni esuli meridionali. Figura emblematica di questo movimento era certamente quella di Gioachino Murat, considerato un sovrano portatore, durante il suo periodo di governo nel corso del decennio francese, di grandi novità, in campo economico, sociale ed amministrativo. Una figura, tuttavia, «molto enfatizzata – ha chiosato la De Lorenzo – all’interno dell’ambiente risorgimentale. Molto spesso, inoltre, si è centrata l’attenzione sul famoso Proclama di Rimini, considerato a torto un manifesto ante-litteram del Risorgimento; si dimentica – ha infatti ricordato la presidente della Società napoletana di Storia Patria – che in quel periodo anche altri sovrani “stranieri” lanciavano proclami al popolo italiano». Su questi aspetti critici ragionava già De Sanctis nel corso del suo esilio piemontese, quando intraprese, attraverso un dibattitto sul giornale “Il Diritto”, una riflessione intorno al fenomeno del murattismo. «Ricordava De Sanctis – ha proseguito De Lorenzo – che il murattismo degli anni ’50 era cosa diversa dal murattismo degli anni ’20, che era stato il principale protagonista dei moti costituzionali del 1820. Inoltre De Sanctis rifiutava l’idea di offrire ad un sovrano straniero la corona di un regno che doveva far parte dell’Italia unita. Di fronte all’ideale dell’unità italiana il murattismo andava incontro, inesorabilmente, alla sconfitta, perché fenomeno minoritario e, soprattutto, troppo localizzato».

Gli ultimi due interventi di giornata hanno affrontato temi più attinenti al De Sanctis critico letterario: la teoria estetica desanctisiana tra Vico e il giovane Croce e il rapporto tra musica e politica in Francesco De Sanctis. Per quanto riguarda il primo tema, Rossella Gaglione ha ricordato come il rapporto di De Sanctis con Vico fosse di «profonda ammirazione. Obiettivo di De Sanctis, che nelle pagine della sua Storia parla di Vico in termini di “innovatore” di un’epoca, è stato quello di portare in auge la parte viva del pensiero vichiano, auspicando il ritorno ai tipi vichiani, i cosiddetti universali fantastici». Lorenzo Santoro, invece, nel suo intervento si è concentrato sulla concezione, fortemente influenzata dalla filosofia illuminista, desanctisiana della musica, dalla quale emerge «un giudizio negativo della musica».

Dopo un dibattito, che ha visto protagonisti i vari relatori, un concerto ha allietato la platea.

 

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