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    20/11/2017

La lezione di Guido Dorso/Innovazione e formazione per educare i giovani ad essere classe dirigente

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Da sx: Felice, Fiorentino e FestaAVELLINO – A 70 anni dalla morte di Guido Dorso il Centro di ricerca a lui intitolato ha organizzato un convegno, svoltosi presso la sala Ripa dell’ex carcere borbonico, per riflettere sull’attualità del pensiero del grande meridionalista avellinese. Il convegno, coordinato da Luigi Fiorentino, presidente del Centro Dorso, ha visto la partecipazione di Francesco Saverio Festa dell’Università di Salerno, autore di numerose pubblicazioni sul pensiero di Dorso – fra le quali l’importante Dorso, pensatore politico, del 1994 – e di Emanuele Felice dell’Università di Chieti, autore di alcune pubblicazioni sulla storia economica italiana e sui divari regionali, tra cui spicca il volume Perché il Sud è rimasto indietro, pubblicato da Il Mulino nel 2013.

L’attualità del pensiero dorsiano ruota soprattutto intorno ad un tema centrale, quello della classe dirigente. L’importanza di questo tema – del resto già ricordato nel titolo del convegno Una classe dirigente per l’Italia. Attualità del pensiero di Guido Dorso – è stato rimarcato in tutti gli interventi che si sono susseguiti. Del resto uno dei problemi del Mezzogiorno attuale – ha detto Fiorentino, introducendo i lavori – è rappresentato «dall’inadeguatezza della classe dirigente meridionale». Il monito di Guido Dorso lanciato nel suo Appello ai meridionali risuona, per questo motivo, ancora attuale: «È così finalmente che il nostro compito si profila limpido all’occhio del lettore. Riunirci per spezzare il terribile pessimismo della solitudine, per elaborare insieme le nostre teorie ed i nostri miti, ma riunirci soprattutto per eccitare la formazione della nuova classe dirigente ed educarla al disprezzo della vittoria nascente dal compromesso ed alla dolorosa passione della lotta anche se non vittoriosa». L’occasione storica – altro famoso scritto del meridionalista avellinese – per formare la nuova classe dirigente meridionale è, secondo Fiorentino, «oggi. In Italia – ha aggiunto il presidente del Centro Dorso – abbiamo paura di provare per paura di fallire. Questa paura di provare ci condanna all’immobilismo. Soprattutto nel Mezzogiorno. Invece dobbiamo trasmettere coraggio ai nostri giovani».

Ma quali sono le azioni concrete sulle quali basare la rinascita meridionale? Secondo Fiorentino sono principalmente due: «In primo luogo pensare ed attuare una strategia della formazione; in secondo luogo, ancorare tale strategia alle esigenze della società contemporanea, alle richieste del mondo del lavoro. Il Sud può diventare un importante laboratorio di innovazione. Per farlo – ha affermato Fiorentino – occorre abbattere i muri che lo isolano, quali la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza. Solo in questo modo possiamo pensare di educare i giovani ad essere classe dirigente». «Ma esiste – si chiedeva Dorso in Ruit hora – una nuova classe politica nel Mezzogiorno? Esistono cento uomini d’acciaio, col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea? Oppure la nostra dolce terra perderà un’occasione unica più che rara, e continuerà il suo duro martirio al seguito della tradizionale miserabile classe politica meridionale, dopo che questa si sarà salvata da un naufragio per l'assoluta impotenza della nostra terra ad esprimere nuove energie politiche? Questo è l'interrogativo amletico che caratterizza il momento presente, e ad esso potrà rispondere soltanto la gioventù meridionale».

Dopo l’intervento del prof. Festa, che ha ricordato l’importanza del pensiero di Dorso come teorico delle élites, pensiero riscoperto «a partire dal 1962, quando Bobbio scrisse Democrazia ed élites e culminato, successivamente, nella pubblicazione di Eugenio Ripepe sugli elitisti italiani, tra i quali era segnalato appunto Dorso», Emanuele Felice, prendendo la parola, ha ricordato Dorso come una delle figure più importanti del suo percorso formativo. Ne ha poi analizzato le caratteristiche fondamentali del pensiero politico, partendo dalle sue osservazioni contenute nella Rivoluzione meridionale. Ancora una volta centrale è stato il tema della classe dirigente meridionale, che «Dorso chiamava – ha ricordato Felice – con il termine di ‘borghesia rurale’. Essa era formato tanto dal proprietario terriero quanto dall’impiegato, dal funzionario e dal magistrato. Al fine di perpetuare il suo potere tale ceto sociale, quello che Salvemini chiamava “blocco agrario”, strinse l’alleanza con la classe dirigente settentrionale. In questa alleanza – ha continuato Felice – va ricondotto l’“equivoco liberale” che ha caratterizzato quella che Cafagna ha definito modernizzazione passiva del Meridione, che consisteva principalmente nell’accettare la modernizzazione socio-economica fintantoché questa non toccasse i privilegi della classe dirigente meridionale.

Tale analisi di Dorso – ha continuato il giovane storico – è condivisibile. A questi aspetti ne vanno aggiunti altri. Si pensi, ad esempio, al problema dell’analfabetismo». Felice ha ricordato come fino alla legge Credaro del 1911 le scuole erano sottoposte alla gestione comunale e, dunque, le classi dirigenti erano costrette ad autotassarsi per finanziare le scuole. «Ebbene – ha affermato Felice – è stato dimostrato come le classi dirigenti meridionali si siano autotassate in misura minore rispetto a quelle settentrionali: dunque le condizioni socio-economiche sono fondamentali per capire le basi sulle quali si costruisce una classe dirigente».

La Rivoluzione meridionale di Dorso si concludeva con la speranza che anche per il Mezzogiorno si aprisse l’ «Evo moderno». Di lì a poco, tuttavia, con la salita al potere del fascismo si sarebbe aperto il periodo più buio per la storia meridionale. «Dopo il fascismo, con la nascita della Repubblica, sarebbe toccata ad una nuova classe dirigente meridionale avviare quell’opera di rinascita che Dorso auspicava. Tuttavia – ha ricordato brillantemente Felice – quella nuova classe dirigente, che proveniva soprattutto dalle file della Dc, era composta da conservatori e in alcuni casi filo-monarchici. Accanto a questa classe dirigente conservatrice si muoveva anche un movimento progressista, che avrebbe condotto alle esperienze della Svimez e della Cassa per il Mezzogiorno».

In che rapporto queste due esperienze si trovavano con Dorso? «In una rapporto diametralmente opposto al pensiero dorsiano – è stata la risposta di Felice. Perché? Perché Dorso non era a favore di uno Stato centralizzato che si facesse promotore dello sviluppo, ma era un autonomista. Un autonomismo diverso dal federalismo e, soprattutto, opposto al regionalismo che abbiamo conosciuto, che è stata un’esperienza miseramente fallita – ha chiosato il giovane studioso».

Ma quali speranze per il Sud? «Dorso – ha concluso Felice – si rivolgeva ai giovani. Oggi l’Italia è un paese vecchio. Soprattutto nel Sud soffre di invecchiamento. Oggi si torna a parlare di bloccare i finanziamenti alle regioni meridionali, seguendo l’esperienza dei governi Berlusconi-Tremonti, perché il Sud non ha speso bene i soldi: questi sono i concetti alla base dell’autonomismo di una determinata parte politica del Paese, che rischia di tornare nuovamente al governo. Certo i soldi dati al Mezzogiorno sono stati spesi in malo modo a causa di una classe politica corrotta che ha sfruttato tali finanziamenti in chiave clientelistica ed elettorale. Ma occorre responsabilizzare la pubblica amministrazione. Altrimenti – è l’amara conclusione di Felice – di fronte a questo fallimento tornano in auge le spinte autonomiste».

Il convegno ha visto la partecipazione di un pubblico attento ed interessato ai problemi da esso sollevato. Fra i presenti Elisa Dorso, figlia del grande meridionalista scomparso settant’anni fa, Nunzio Cignarella, vicepresidente del Centro Dorso, Antonio Gengaro, Francesco Todisco e Berardino Zoina.

 

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