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    15/08/2018

Partigiani o briganti? Sulla repressione delle rivolte in Irpinia il libro di Pescatore

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura5_pesc.jpgAVELLINO – Argomento “tosto” quello affrontato da Gerardo Pescatore con il suo ultimo lavoro “Partigiani o briganti? Dalle reazioni antiunitarie alla repressione del brigantaggio in Irpinia (1860 – 1870)” edito dall’Accademia dei Dogliosi di Avellino e pubblicato nel marzo di quest’anno. “Tosto” perché dopo ben 157 anni il nodo evidenziato dal punto interrogativo del titolo ancora non è stato sciolto, anzi, sembra giusto il contrario. Sembra che tutti quelli che si sono impegnati per disfarlo non abbiano fatto altro che ingarbugliarlo ancora di più.  E tutto questo da subito, fin dal 1882 quando fu pubblicato, in opposizione all’agiografia ufficiale che mirava esclusivamente a celebrare i “liberatori” venuti dal Nord, un libro il cui titolo era “Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta: Memorie della rivoluzione dal 1860 al 1861”  scritto da don Giuseppe Buttà, cappellano militare del 9° Battaglione Cacciatori comandato dal maggiore e poi generale Ferdinando Beneventano del Bosco, uno dei pochi ufficiali borbonici, se non l’unico, a non essere mai fuggito dinanzi a Garibaldi.

Il libro, legittimista e filoborbonico non ebbe, dati i tempi, una grande diffusione. Diciamo che fu sdoganato solo nel 1985, cento anni dopo la pubblicazione, per l’interessamento di Leonardo Sciascia. Si tratta di un resoconto preciso e puntuale degli avvenimenti a dir poco sospetti e dei tradimenti di tutti quelli che si erano venduti, permettendo ai Savoia di impadronirsi di un reame che, diciamolo subito, non era affatto felice, come qualcuno vuol far credere ma, una cosa è certa: il desiderio di un’Italia unita non era radicato nella popolazione del Regno delle Due Sicilie.

La storia, si sa, la scrive chi vince, come ricorda lo stesso Pescatore fin dal primo capitolo del suo lavoro e così, invece di affrontare le ragioni degli sconfitti, ascoltarne le testimonianze e soddisfarne le esigenze più elementari, si pensò di ridurre al silenzio i vinti utilizzando, oltre la legge e la forza,  anche una letteratura celebrativa degli eventi. Sul campo si fece ricorso, da entrambe le parti, alla violenza, all’occupazione militare dei territori annessi con tutto quello che si accompagna a queste pratiche. Le azioni e le reazioni che ne seguirono, anche qui in Irpinia, furono tremende. Pescatore è attento e scrupoloso. Oltre all’inquadramento del fenomeno brigantaggio nella società del tempo, oltre a metterlo a confronto con i moti sanfedisti di 60 anni prima, si impegna in una  ricerca  ricca di particolari, anche minimi, raccolti con un lavoro durato anni, come testimonia la ricca bibliografia in appendice al volume. Egli ci porta in luoghi a noi irpini conosciuti, cita nomi ancora presenti tra la nostra gente e pur riconoscendo i giusti valori su cui si fonda il Risorgimento nazionale, mantiene la giusta imparzialità.

Solo parlando della fine di Michelina De Cesare, la compagna del brigante Francesco Guerra catturata, torturata e uccisa dai piemontesi  che, come estrema offesa, esposero il suo corpo nudo in piazza, si avverte nel racconto una certa partecipazione nei confronti dei vinti. Ma non è partigianeria, è soltanto il giusto risentimento che l’uomo di cultura prova nei confronti di chi, in modo particolare se vincitore, si abbandona a questi inutili eccessi. Sia la storia passata che la cronaca recente sono piene  di questi episodi.

Si è detto all’inizio che la storia la scrive chi vince ma è vero anche che la storia non la si finisce mai di scrivere. Ebbene il libro di Pescatore si muove lungo questa direttrice, sollecita una discussione invita tutti a comprendere le nostre origini a non anteporre gli interessi di una parte su di un’altra. Riconosce nell’informazione corretta lo strumento per creare cittadini, la disinformazione crea solo dei  sudditi. Su questo terreno e non su altro si gettano le fondamenta di uno Stato serio. Rifuggire questa pratica, propagare false ideologie per conservare un benessere costruito a discapito degli altri non è serio e se chi governa sopporta e sottovaluta gli atteggiamenti  di una parte  per meri giochi di potere è stupidamente  criminale perché contribuisce ad indebolire una nazione intera.  I risultati di questi comportamenti scellerati  sono sotto gli occhi di tutti e non riguardano solo l’Italia.

La lettura del libro di Gerardo Pescatore, attraverso i precisi resoconti degli avvenimenti e lo studio delle personalità che scrissero queste pagine di storia, è uno strumento per comprendere quello che accade nel presente. Solo in questo modo, e concludo là dove l’autore ha iniziato, citando Cicerone, la storia, questa storia, sarà “magistra vitae”.

 

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