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    15/08/2018

Parzanese, il poeta-sacerdote che cantò il lavoro e i poveri

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura5_parzanese.jpgAVELLINO - Nella della letteratura irpina, da Rinaldo d’Aquino in poi, un ruolo importante hanno avuto i poeti e la loro copiosa produzione, caratterizzando i diversi periodi storici con sensibilità e personalità diverse. D’altra parte, la poesia, come ogni altra forma di arte, non può rimanere impermeabile rispetto agli avvenimenti ed ai rivolgimenti economici, sociali, morali e politici. Succede, quindi, che il poeta talvolta tende a farsi voce delle aspettative e dei problemi del suo tempo, interpretando – più o meno consapevolmente – quel sentimento popolare che nobilita l’opera artistica di chi sa coglierlo e rielaborarlo. Da questo punto di vista, l’Ottocento, secolo di grandi prospettive di cambiamento che convivono con valori tradizionali legati ad un passato ancora recente, trova nel panorama letterario irpino un suo efficace interprete: Pietro Paolo Parzanese. Al poeta e sacerdote arianese la casa editrice “Il Terebinto” ha dedicato una riedizione della sua opera più importante, la raccolta di poesie “I canti del povero”. Non si tratta, però, di una semplice ristampa, in quanto la pubblicazione è arricchita da un saggio di Guido Tossani (“Il canto degli umili”), che propone un’analisi accurata ed approfondita della sua produzione letteraria.

E proprio le pagine di Tossani rivelano un profilo inedito, quello di Parzanese, a lungo sottovalutato da critici ed addetti ai lavori. Da Benedetto Croce fu addirittura utilizzato per demolire Pascoli ed il suo stile: “Volete onomatopee?…Volete riproduzioni di movimenti?…Volete ninne-nanne?…Volete figurine di curati?…E di poverelli?”. Ancora più netta fu la stroncatura subita da un altro celebre letterato irpino, Francesco De Sanctis: “Qual è il genere di queste poesie? Qual è la materia? Ci avete “armonie”, canti, sonetti. E che cosa sono? Che cosa vive in que’ canti e in quelle armonie? Posso dirlo subito, in una parola: il mondo di Parzanese è il suo villaggio, o per dir meglio, il villaggio, e potrei fin da ora definirlo il poeta del villaggio”. Ma davvero questa è la dimensione di Parzanese? Quella di un “poetastro”, come scrisse Francesco Flora? O, piuttosto, nella poesia del sacerdote arianese v’è di più?

Da questo punto di vista è necessaria una premessa: Parzanese è figlio del suo tempo, la prima metà dell’Ottocento (nato nel 1809, muore nel 1852), periodo di profonde contraddizioni e radicali sommovimenti. In un siffatto contesto storico il pensiero del sacerdote arianese oscilla tra le grandi passioni ed i classici valori tradizionali. In politica, sostenitore dell’ideale unitario, benché proveniente da famiglia filoborbonica; sul piano etico, assertore dell’obbligo di assecondare il disegno divino. La sua opera era dichiaratamente avversa a quei movimenti culturali che, prendendo le mosse da legittime istanze di rinascita sociale, economica e culturale, alimentano sentimenti antireligiosi. È lo stesso Parzanese a chiarirlo nella lettera indirizzata al professor Ferdinando Giampietro, che funge da prefazione ai “Canti del povero”: “In Alemagna, in Francia ed altrove (meno che tra noi) è invalso da qualche tempo il costume di spargere tra le moltitudini,e specialmente fra gli artigiani, certe canzoni che rinnegando Dio ed il Paradiso, la patria, la famiglia e la giustizia, vengono toccando in quelle anime rozze e risentite alcune piaghe assai profonde e dolorose”.

È altrettanto chiaro, quindi, l’intento didascalico di Parzanese: quello di incitare il popolo alla fatica contro le violenze, all’accettazione della volontà divina in contrapposizione alla cieca fede nell’uomo e nelle sue capacità. Basti considerare una delle sue più famose liriche, Gli operai, che si risolve in una vera e propria elegia del lavoro inteso come “dono del Signore”: “Fatichiam, fratelli. Quando / Noi nascemmo, Iddio ci disse: “Voi vivrete lavorando”/E dal ciel ci benedisse./Pan bagnato di sudor/Pure è dono del Signor./Quel ch’ei vuole noi vogliamo;/Fatichiamo, fatichiamo”. Non c’è spazio, né comprensione, invece, per chi si ribella alla mistica della “fatica”: “Fatichiamo! Ci tradisce/Chi ci chiama alla rapina,/Chi c’infiamma e invelenisce/Al tumulto e alla rovina,/Promettendo un’altra età/Senza stenti e povertà./Dio ci fece quel che siamo;/Fatichiamo fatichiamo”.

L’adesione alla volontà divina, insomma, è ineluttabile. In Fiat voluntas tua i versi di Parzanese sembrano tratti dal Libro di Giobbe: “Il giorno ch’io nacqui, la buona fortuna/Di nastri e di fiori mi sparsa la cuna./Ma a un tratto fortuna mutossi, e in un giorno/Parenti, ricchezze e onor mi rapì./Ignudo son nato, ignudo ritorno;/Iddio così volle, sia fatto così…Perché lamentarmi? Fu povero anch’esso/Il Figlio di Dio, fu lacero e oppresso./Ignudo a noi venne dal sen di Maria;/Più povero e ignudo la vita finì!/Che importa che afflitto, che misero io sia?/Iddio così volle, sia fatto così.”.

Una poesia didascalico-popolare, insomma. Ma, proprio la dimensione “volontaristica” dell’opera di Parzanese induce il lettore, ancor prima che il critico, a non identificare il popolo di Parzanese in quel concetto di proletariato che comincia ad enuclearsi proprio nel periodo coevo alla pubblicazione dei “Canti del povero”. Il popolo del sacerdote arianese è fatto di piccoli artigiani (il fabbro ferraio della omonima poesia; l’artigiano di Fiat voluntas tua; gli operai dell’omonima poesia, “nati poveri artigiani”), lontani dalle lotte e dalle rivendicazioni che agitavano la grande industria. È un popolo di personaggi umili e modesti (il vecchio sergente, il curato, la sposa), che chiede poco e facilmente si accontenta, consapevole che la vita si risolve in un’unica grande missione, quella – appunto – di assecondare la volontà di Dio.

Ben si comprende, quindi, l’idiosincrasia che nei suoi confronti nutrono autori che, lungi dal comprendere le ragioni di un approccio fideistico ad una vita faticosa ed avara di gratificazioni, bollano l’opera di Parzanese alla stregua di una “esortazione rivolta alle classi umili, a soffrire, a patire, a sopportare nel nome di Dio e della religione cattolica”. Sono parole di Alberto Asor Rosa, che, però, sono condivise non solo da critici di estrazione marxista, ma anche da altri di impronta liberale e progressista.

L’originalità del saggio di Tossani risiede, invece, proprio nella capacità di proporre una “lettura” diversa delle liriche di Parzanese, non più basata su un’interpretazione “paternalistica”, ma su una valutazione approfondita del background umano e culturale del poeta. Il suo è un sentimento di affetto sincero e – nello stesso tempo – di compassione per il popolo. I “Canti del povero”, sostiene Tossani, sono i canti della speranza, ma di una speranza provvidenziale, contrastante con la speranza laica, irreligiosa e blasfema, che sempre più andava affermandosi nel panorama socio-culturale della prima metà dell’Ottocento. Il critico sostiene di riconoscere in lui alcuni dei tratti caratteriali di un Fra Cristoforo, partecipe della vicende di vita di un popolo minuto, ma laborioso e fiducioso nella funzione salvifica della Provvidenza.

Da questo punto di vista, nell’opera di Parzanese anche l’utilizzo del termine “povero” ha una sua peculiarità. Non va inteso, infatti, come termine diretto ad identificare una massa indistinta, ma, al contrario, come termine “collettivo e unificante”, che “denota una comunione di sorte e di condizione, che in nulla differisce dal più moderno concetto di classe se non perché identifica non la massa, ma i singoli che la compongono”. Una poesia di consolazione, e non di rassegnazione, quindi. Una poesia che affianca i “poveri” non per stimolarne la ribellione o per indurli all’asservimento, ma – piuttosto – per rinforzarne la fiducia in una salvezza che, superando le asprezze e le difficoltà del quotidiano, passa necessariamente per un cammino di fede.

 

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