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    27/05/2018

Il bicentenario/De Sanctis e l’Irpinia, il ritorno nel borgo di Castelvetere

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Taverna Santa Lucia CASTELVETERE SUL CALORE – Organizzato dal comitato provinciale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis è in programma sabato prossimo nel borgo di Castelvetere sul Calore, con inizio alle ore 10.00, l’incontro sul tema “De Sanctis e la riscoperta di sé nel viaggio elettorale”.

Dopo i saluti del sindaco Giovanni Remigio Romano e Lucio Lanzetta, presidente dell’associazione “La Ripa”, e dopo l’introduzione di Francesco De Beaumont, interverranno Sergio De Piano dell’Università degli Studi di Salerno, il filosofo Biagio de Giovanni e l’on. Giuseppe Gargani, del Centro studi giuridici per l’integrazione europea diritti e libertà.

Proprio a Castelvetere, sempre a cura dell’associazione La ripa, nel giugno di quattro anni fa, ebbe luogo un convegno con deposizione di una lapide in località Taverna Santa Lucia in ricordò della sosta che De Sanctis, in fuga da Napoli dove infuriava il colera, fece durante il viaggio di ritorno nella sua Morra.

Qui di seguito riproponiamo il resoconto di quell’evento apparso sul nostro giornale in data 6 giugno 2013 con il titolo “Da Napoli a Morra per sfuggire al colera: quando De Sanctis fece tappa a Castelvetere”:

(c.s.) - «In fuga dal colera, suo malgrado, invocato dai familiari irpini, Francesco De Sanctis  in un viaggio avventuroso giunge alla “famosa taverna di Santa Lucia” che gli appare come una salvifica Gerusalemme. Qui sosta e trova sollievo. La generale povertà si trasforma in ricchezza ed egli si sente un re che condivide la gioia e il gioco con avventori popolani in meridionale spirito di “Fratellanza”. A imperituro monito e ricordo. Francesco D’Episcopo dettò per l’Associazione “La Ripa” il dì 8 del mese di giugno 2013»: è questo il testo della lapide che sabato prossimo, 8 giugno 2013, sarà scoperta a Castelvetere sul Calore, in località Taverna Santa Lucia, in apertura dei lavori del convegno Bentornato De Sanctis, organizzato dall’associazione culturale “La ripa” - di cui è animatore l’instancabile ed appassionato cultore della memoria storica locale Lucio Lanzetta - per ricordare la sosta che ivi fece il grande critico letterario di Morra, in viaggio da Napoli, dove imperversava il terribile morbo asiatico, il colera, alla volta del suo paese natale.

Siamo nell’ottobre del 1837. «Giunsi alla famosa taverna di Santa Lucia – scrive De Sanctis in un capitolo della Giovinezza – e il cuore mi si allargò, come vedessi Gerusalemme. Mi aiutarono a scendere, che ero intirizzito e non mi potevano le gambe. Entrai in un camerone oscuro e sudicio, che mi parve una sala principesca, e mi gettai al desco senza badare al tovagliolo e alla forchetta: avrei mangiato con le dita. Pane nero, formaggio piccante, peperoni gialli e una caraffa di vino asciutto furono per me un pranzo da re…Mi levai arzillo e mi venne la chiacchiera con quei mulattieri, pastori e contadini, che trincavano, giocavano e bestemmiavano. Presto mi si fecero familiari, e mi invitarono a bere, e cioncai e giocai con loro, e non mi parve scendere dalla mia altezza. La natura non mi aveva dato un’aria signorile e di comando, e con la mia sincerità mi presentavo tal quale, senza apparecchio e senza malizia. Evviva lo Signorino!, dicevano; e s’erano rabboniti tra loro, e io stringeva quelle grosse mani, come per dare un pegno di fratellanza».

È un novello Machiavelli il giovane De Sanctis che si intrattiene con mulattieri, pastori, contadini nel camerone della taverna Santa Lucia di Castelvetere. Come il grande segretario fiorentino, in esilio forzato nella sua tenuta dell’Albergaccio a Sant’Andrea in Percussina, tra Firenze e San Casciano in Val di Pesa, “s’ingaglioffa per tutto dì giuocando a cricca, a trich trach nell’osteria con un beccaio, un mugnaio, due fornaciai” – salvo poi, la sera, a casa, quando nel suo scrittoio, spogliatosi di “quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, “rivestito condecentemente entra nelle antique corti degli antiqui huomini" (Lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513) – così il futuro autore della Storia della letteratura italiana (che del razionalismo di Machiavelli sarà uno dei maggiori interpreti), forse per dimenticare momentaneamente le tristezze della Napoli invasa dal colera, s’abbandona, “senza apparecchio e senza malizia”, a stringere quelle grosse mani dei suoi popolani interlocutori, che presto gli divennero familiari, come “per dare un segno di fratellanza” e di legame con la sua gente e la sua terra. De Sanctis e l’Irpinia: un tema intorno al quale s’è detto e s’è scritto molto, ma su cui sicuramente sarà in grado di dare ulteriori momenti di verità e di chiarezza Francesco D’Episcopo, docente di letteratura italiana presso l’Università Federico II di Napoli, che sarà uno dei relatori al convegno di dopodomani. Insieme con lui il giornalista e scrittore Aldo De Francesco, redattore per lunghi anni del quotidiano “Roma”, che è di Montemarano, ad un tiro di schioppo dalla finitima Castelvetere, conoscitore attento di cose e di uomini della sua terra, e Nicola Saldutti, capo redattore economia del Corriere della Sera, che parlerà su “Francesco De Sanctis, il feudalesimo e l’intuizione della terra: l’Irpinia dai vincoli antichi all’identità del territorio”. Ad aprire i lavori sarà Lucio Lanzetta, organizzatore della giornata. Seguiranno i saluti dei primi cittadini di Castelvetere sul Calore, Walter Pescatore, e di Morra De Sanctis, Gerardo Capozza.

 

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