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    22/07/2018

Don Riboldi e l’Irpinia/È stato fatto tutto il possibile? Una via alla vita

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Don Antonio RiboldiAVELLINO – Mercoledì scorso sono stati celebrati nella cattedrale di Acerra i funerali di don Antonio Riboldi, spentosi all’età di 94 anni. Don Antonino – come era solito farsi chiamare – fu vescovo di Acerra dal 1978 al 2000. Prima di arrivare in Campania, nel 1968 diede voce ai terremotati del Belice, in Sicilia, che vivevano al freddo nelle baracche. È noto per il suo impegno contro la camorra: resta storica la marcia dei giovani fino a Ottaviano, città di Raffaele Cutolo. Una marcia anticamorra don Riboldi la fece anche in Irpinia, a Quindici, il paese della faida tra i clan dei Graziano e dei Cava.

La Chiesa e la ricostruzione: in un primo articolo, apparso sul nostro giornale in data 15 gennaio 1983, don Riboldi aveva scritto: «La Chiesa non ha le capacità e neppure il ruolo di risolvere i problemi della ricostruzione. Sono capacità che spettano a quanti gestiscono il potere. Nelle mani dei “politici” oggi vi è veramente la possibilità di giocare una carta storica. Possono essere esempio di straordinaria capacità, inventiva, servizio, che domani la storia qualificherebbe come saggi protagonisti di una civiltà che si è chiamati ad edificare pietra su pietra. Sarebbe un’ingenuità imperdonabile quella di non farsi coscienza del grande ruolo che sono chiamati a vivere al servizio della propria gente. Lo stesso è per la Chiesa. Ha il compito di una ricostruzione di una comunità e di una missione di vera carità quali sono i tempi e gli avvenimenti straordinari possono suggerire».

È stato fatto tutto il possibile: questo il titolo dell’articolo che don Riboldi scrisse per il nostro giornale, all’epoca periodico a stampa, il 24 novembre 1984, a quattro anni dal terremoto del 23 novembre 1980, “per la rinascita della cara Irpinia”.

*  *  *

Quattro anni da quella notte del novembre 1980 possono sembrare moltissimo e pochi. Contengono i minuti pesanti come macigni del terremoto: paesi che vengono letteralmente cancellati dalla furia sismica, una lunga storia di famiglie, civiltà, culture, amicizie che si erano legate e rinsaldate come le fragili pietre delle case, fatte vicine, vicine e leggermente separate dalle piccole vie, quasi a segnare una leggera via di demarcazione, mai divise, che vanno a pezzi come i massi confusamente caduti gli uni sugli altri con l’attesa e la speranza di sapere che nessuno dei propri cari fosse perito. Ed invece ecco la lunga processione dei morti distesi l’uno accanto all’altro che quasi non si voleva affidare ai sepolcri perché non ci si arrendeva al pensiero della loro morte.

Contengono i primi difficili giorni del dopo terremoto in cui si vagava senza tetto e senza pane, nella massima insicurezza, come randagi: con il rimpianto magari di un pezzo di pane che prima usciva con il profumo dei forni casalinghi e con la voglia di incontrare volti con cui si era condivisa tanta parte della vita; ed ora con un pezzo di pane per fortuna molte volte con il profumo dell’amore di chi ce lo donava e con volti sconosciuti ma che volevano un gran bene.

E poi la lunga corsa per difendersi dal freddo, dall’eccezionale freddo: sembrava che la neve quell’anno ed il ghiaccio avessero preso dimora da noi, in tutta la zona terremotata. Una vita irriconoscibile: tutti rintanati nelle strette tende, con lo sguardo fuori a cercare una via alla vita. e poi l’arrivo delle roulottes: ne avevamo sentito parlare come di un privilegio dei ricchi per i loro viaggi d’estate. Ed ora invece sono la sola nostra casa, stretta casa cui era doloroso adattarsi.

Lunghi giorni quelli: una eternità dominata da assillanti ricordi di quello che non esisteva più senza quasi aver neanche voglia di progettare il nuovo. Giorni lunghi di sofferenze irrepetibili che solo la fede, e con la fede la inaspettata generosità e carità dei volontari che si erano fatti «uno di noi» come sa fare e ispirare Cristo, ha sollevato in parte.

Ricordiamo l’amore, la dedizione totale dei fratelli venuti da ogni dove, senza interessi, senza secondi fini, come una presenza che sembrava ci avvolgesse in un caldo abbraccio perché non soffrissimo più dell’inevitabile. Ci sentivamo vivere sotto lo sguardo e l’attenzione di questi fratelli sempre ed ovunque. Bisognerebbe veramente erigere un monumento grande a questa generosità cristiana dei volontari, una generosità che in tante parti non è venuta meno ancora ora. Ma sarebbe un monumento a Cristo. E questo monumento c’è già: la Croce. O se vogliamo questo eterno ricordo è nell’Eucarestia.

Poi ogni paese fu provvisoriamente ricostruito con gli alloggi «provvisori». Sono le realtà di ora. ci siamo adattati a questo nuovo modi di «stare insieme»: sono diventate familiari le piccole strade che tagliano le file degli alloggi, numerati, molte volte senza nome, tutte uguali, che per necessità spezzano le comunità in tante frazioni creando amicizie nuove, abitudini nuove. Forse si è alla ricerca ora di una nuova identità. Leggi, Consigli comunali, enti preposti tracciano programmi, prospettive, piani urbanistici, finanziamenti.

È fase di progettazione o di ricostruzione? Una domanda viene spontanea a quattro anni dal terremoto: è stato fatto tutto ciò che era possibile fare perché non si perdesse tempo da parte di tutti? Stato, Regione, Comuni, cittadini? O ci sé impigliati nelle solite discussioni o divisioni per meschini e letali interessi che finiscono di rimandare ciò che invece non deve essere rimandato? Ogni tempo che passa dalla ricostruzione non è solo una vita di disagi che viene inutilmente allungata, ma è una dannosa «ruga» sul volto della comunità, quando questa invece ha bisogno di un volto giovane pieno di entusiasmi. Là dove è necessaria la speranza che suscita energia, coraggio e sacrificio, se si annida la rassegnazione, il sospetto e la sfiducia, è come svuotare del ferro il cemento armato.

Credo che sia attuale per noi quanto scrivevano i vescovi italiani nel documento La Chiesa italiana e le prospettive del Paese dell’ottobre 1981: «Il Paese non crescerà se non insieme.  Ha bisogno di ritrovare il senso autentico dello Stato, della cosa comune, del progetto per il futuro. Il Paese non può dare deleghe in bianco a nessuno: ha bisogno ed ha il dovere di partecipare. Vuole essere consapevole delle proprie scelte e sta imparando ad esercitare questo suo diritto, organizzandosi nel territorio, nella scuola, nelle strutture sanitarie ed assistenziali, oltre che sul posto di lavoro e sul piano politico. Ma ha bisogno, per questo, di una classe politica trasparente, capace di dare senso alle sue aspirazioni e di aprire strade sicure, con onestà e competenza, e chiede una legislazione efficace, non farraginosa, non ambigua, non soggetta a svuotamenti arbitrari nella fase di applicazione, adeguata a garantire gli onesti da qualsiasi potere occulto, politico o non che esso sia. Ed infine il Paese chiede di lavorare…».

Sono parole che possono diventare come una regola morale di  «fare una buona ricostruzione». Sappiamo che tanta parte d’Italia non ha dimenticato. Così come sappiamo che il loro cuore è vicino, nutrendo gli stessi sentimenti di giustizia che hanno le popolazioni colpite dal terremoto. Ma sappiamo ancora di più – e questo è il nostro conforto – che Dio ci è tanto vicino e con Lui tutti gli uomini di buona volontà.

 

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