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    17/11/2018

Dal cammino della via Appia un futuro di turismo e sviluppo

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Il ponte Appiano o ponte rotto lungo la via AppiaTREVICO - L’Irpinia presenta tratti talvolta semisconosciuti ai suoi stessi abitanti. Negli ultimi decenni, in special modo, lo stravolgimento degli assetti culturali e socio-economici ha cancellato caratteristiche e peculiarità del territorio e, tra queste, l’organizzazione e la distribuzione delle arterie viarie. Tuttora essa rappresenta un segmento dell’asse che unisce idealmente Napoli alla Puglia attraverso tre direttrici: l’ex cammino consolare che da Avellino conduce a Foggia; l’Ofantina che collega la Bassa Irpinia a quella terra di confine, compresa tra l’Alto Potentino, l’Alta Irpinia e la Daunia, che congiunge in unico punto tre regioni (Campania, Puglia e Basilicata); l’autostrada A16, che si snoda da Napoli fino a Canosa, per poi sfociare nell’A14. Da questo elenco, che comprende ovviamente solo le arterie principali, manca, però, quella che, attraversando anche l’Irpinia, collegava Roma a Brindisi, rappresentando il primo (e più importante) segmento dell’asse che congiungeva le due civiltà su cui si fondò il mondo occidentale. Stiamo parlando, ovviamente della Via Appia.

La “Regina viarum”, per secoli vera e propria “Autostrada del Sole” della Romanità, anche dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, con i suoi circa seicento chilometri di basoli e cippi, rappresentò una delle poche arterie viarie sicure e agevolmente praticabili dell’intera Italia meridionale. Progressivamente, però, con una tenacia che ha pochi eguali, gli abitanti dei territori attraversati dell’Appia si applicarono per cancellarne in buona parte il tracciato, costruendo altre strade (magari più impervie e tortuose) e demolendone letteralmente la carreggiata. In alcune zone si perse addirittura memoria dell’originario tracciato, tanto che nella comune opinione la Via Appia divenne sinonimo di una strada quasi leggendaria che, provenendo da Benevento, spariva dopo l’antica Aeclanum, per poi riapparire magicamente in Puglia.

Di tale condizione, quella – cioè – di una strada che scompare e riappare, sono testimoni alcune pagine di “Appia”, un libro di Paolo Rumiz pubblicato nel 2016, che descrive il viaggio che lo scrittore ha compiuto rigorosamente a piedi in un pellegrinaggio sui generis alla ricerca delle tracce perdute di una delle più grandi opere di ingegneria dell’antichità. Lo scrittore ed i suoi compagni di viaggio sono costretti addirittura ad utilizzare il Gps per ricostruire il tracciato della Via Appia e più di una volta devono aggirare ostacoli di varia natura che incontrano sul loro cammino, tanto che in qualche caso la strada si perde in un giardino privato o in un terreno recintato.

Superata Aeclanum, inizia la parte più impervia e tortuosa della Via Appia, quella che conduceva i viaggiatori in terra d’Ofanto attraverso le colline dell’Alta Irpinia e, soprattutto, attraverso il Formicoso, che, tornando al paragone con i giorni nostri, stava alla Via Appia come il famigerato “tratto appenninico” sta all’Autostrada del Sole. L’orografia, il paesaggio, il clima: tutto concorre a rendere inospitali i luoghi. Ce ne rende conto la testimonianza di un viaggiatore di eccezione, il poeta Orazio Flacco, che alla fine del I secolo a.C., in compagnia di Virgilio e Mecenate, percorse la Via Appia alla volta di Brindisi: “Da quel punto (ndr, dopo Benevento) comincia l’Apulia a mostrarmi le note montagne riarse dallo scirocco, e sulle quali non ci saremmo mai arrampicati, se non ci avesse accolti una villa nei dintorni di Trevico”. Ed è suggestivo immaginare che, facendo una piccola deviazione, il gruppo di letterati abbia incrociato la Mefite di Rocca San Felice, quel luogo magico che ben avrebbe potuto ispirare Virgilio nella descrizione dell’Ade nell’Eneide e – di riflesso – Dante nella descrizione dell’Inferno nella Divina Commedia. Se così fosse stato, la Via Appia avrebbe regalato alla cultura occidentale una delle sue più grandi suggestioni, che, tratteggiata nelle pagine di quelle opere immortali, avrebbe acceso per secoli la fantasia di lettori e studiosi.

Proprio il viaggio di Orazio e Virgilio porta con sé un altro piccolo mistero di una via che scompare e riappare. Per parlarne dobbiamo fare un passo indietro e tornare al primo libro delle Satire da cui è tratta la citazione riportata in precedenza. È un libro che generalmente non rientra nei programmi scolastici perché contiene un incidente pruriginoso occorso al poeta venosino. E, però, per gli irpini è una pagina interessante perché attesta il passaggio della comitiva per Trevico, paesino abbarbicato su un monte a più di mille metri di altitudine. C’è da chiedersi come e perché Orazio sia finito a Trevico. La Via Appia non attraversava il Formicoso? A questi interrogativi da anni tentano di dare una risposta studiosi e ricercatori. Qualcuno si è spinto ad ipotizzare un diverso tracciato della strada o, più verosimilmente, una deviazione secondaria, che attraverserebbe il fondovalle dell’Ufita.

Sta di fatto che la Regina viarum resta, almeno per il tratto irpino, la strada dei misteri. Peccato, però, che le suggestioni della Via Appia rimangano tali solo nelle pagine dei saggi storici e negli articoli destinati agli addetti ai lavori o agli appassionati di storia locale. Al contrario, essa offrirebbe spunti preziosissimi per la valorizzazione dei territori attraversati. Da questo punto di vista, al di là del modello paradigmatico (e per certi versi, inavvicinabile) costituito dal “Cammino di Santiago”, altri “cammini”, anche italiani, potrebbero ispirare e suggerire l’allestimento di un “Cammino della Via Appia”. Basterebbe visitare il sito web www.camminiditalia.it, creato di recente dal ministero dei Beni culturali, per acquisire consapevolezza delle prospettive di sviluppo e valorizzazione dei territori attraversati dai cammini.

In realtà, anche per la Via Appia qualcosa si sta già muovendo in tal senso. Un altro sito web (www.appia.beniculturali.it) dà conto del tentativo di riscoprire la strada attraverso la ricostruzione precisa del suo tracciato e di migliorare la fruibilità delle strutture ubicate lungo il cammino. Il progetto coinvolge anche la deviazione più importante della “Regina viarum”, l’Appia Traiana, e le mille deviazioni e strade di collegamento, che, soprattutto nel tratto campano, compongono un reticolo inestricabile che avvolge il tracciato principale. E forse nel reticolo si riscopriranno le tracce del cammino di Orazio verso Trevico e si troverà la soluzione del mistero della sua deviazione.

Il lavoro che attende chi vorrà cimentarsi con quest’opera di recupero sarà certamente gravoso. Buona parte del tracciato irpino si snoda su strade sterrate o, comunque, non agevolmente praticabili, quantomeno in alcuni mesi dell’anno. Anzi, in alcuni punti anche i tratti asfaltati si riducono a tratturi. Basti considerare il pessimo stato di manutenzione della Statale del Formicoso, in particolare nel tratto che conduce a Bisaccia. A ciò si aggiunge la grave carenza di strutture (a partire da quelle ricettive) specificamente destinate ad ospitare futuri camminatori. Tuttavia, una volta realizzato, il progetto della rinascita della Via Appia produrrà certamente effetti benefici per i territori attraversati, che, a distanza di secoli, hanno perso la memoria della funzione che essi assolsero, quella, cioè, di rappresentare una formidabile cinghia di trasmissione degli scambi culturali ed economici tra le due civiltà dell’antichità, che più di ogni altra (ed ancora oggi) segnarono la nascita e lo sviluppo del mondo occidentale.

 

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