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    20/11/2018

I racconti fantastici sulla corruzione nella pubblica amministrazione

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura5_processo.jpgAVELLINO – Dagli inizi degli anni Novanta in poi la corruzione nelle pubbliche amministrazioni ha avuto sempre più spazio nel dibattito politico e nell’opinione pubblica. A partire da “Tangentopoli”, nata come indagine giudiziaria per poi trasformarsi in fenomeno sociale e di costume, “raccomandazione” e “tangente” sono divenuti sinonimi del male assoluto che affligge il nostro tessuto sociale, economico e politico. Alcuni anni fa è stata creata persino un Autorità indipendente (l’Anac, acronimo di Autorità azionale anticorruzione), deputata a prevenire e monitorare i fenomeni di corruzione nelle pubbliche amministrazioni. E che dire delle leggi che disciplinano alcuni settori dell’attività economica e produttiva (gli appalti pubblici, ad esempio), che nel corso degli anni hanno introdotto – almeno sulla carta – una serie di lacci e limiti agli arbitri ed al malaffare? Della corruzione nelle pubbliche amministrazioni si è ampiamente occupato anche il mondo della cultura, e persino il cinema e la televisione, che – per certi aspetti – hanno spettacolarizzato il fenomeno.

In questo panorama non potevano mancare opere che, rientrando nell’ampio ambito  della letteratura “giudiziaria” (quella, cioè, che imbastisce storie appassionanti sul mondo della giustizia e sulle sue molteplici sfaccettature), ruotano intorno a fenomeni di corruzione e malaffare. A questo tema si è dedicato anche uno scrittore e saggista irpino, Paolo Saggese, autore di “Lettera a un giudice” (pubblicato nel 2015) e del suo sequel, Il processo, edito qualche mese fa per i tipi della Casa Editrice Magenes. Si tratta di due “racconti fantastici sulla corruzione” (così li definisce l’autore) ambientato in un contesto, un concorso pubblico, che è particolarmente esposto al rischio-corruzione, e non perché lo ritenga tale Saggese o chi sta scrivendo, ma perché così è qualificato dalla legge n. 190/2012 (la famosa “Legge Severino”), che detta le misure necessarie a programmare la lotta al malaffare nelle pubbliche amministrazioni.

Si tratta, nello specifico, di un concorso a cui partecipa, tra gli altri, Candido Pomodorese, docente di solida preparazione culturale e di belle speranze, che aspira a vincerlo nella convinzione di dover misurarsi ad armi pari con colleghi ambiziosi ed agguerriti. Quel che non sa, però, il povero Candido è che dovrà misurarsi con ben altri ostacoli. Non sa, soprattutto, che sta per fare il suo ingresso nel “sotto-bosco” dei concorsi, con il suo linguaggio e le sue sigle criptiche, le sue labili certezze (i requisiti di accesso, che ciclicamente cambiano) ed i suoi colpi di scena finali, fatti di brogli e di sentenze che stravolgono le graduatorie e rimandano le assunzioni. Accade, poi, che le sue certezze progressivamente vengono meno. Eppure, era stato avvisato. Il politico che tutto può gli aveva proposto il suo aiuto, ma lui aveva ritenuto scorretto, da un punto di vista etico, quell’atto di sottomissione, che, d’altra parte, avrebbe oscurato le sue capacità: non avrebbe avuto bisogno della raccomandazione del potente di turno per far valere i suoi meriti.

Ma il nostro eroe, Candido di nome e di fatto, ignora l’effetto “moltiplicatore” delle procedure concorsuali, che, alimentando le speranze e le aspirazioni (più o meno legittime) di molti, servono ad incrementare i consensi di quei pochi, che riescono a tramutare l’incompetenza in merito, a discapito di chi, confidando nell’equilibrio di giudizio dei valutatori, finisce col veder sacrificate le proprie capacità sull’altare delle convenienze politiche e delle logiche di appartenenza. Fatica, quindi, a capire la sicumera di alcuni suoi colleghi che, pur essendogli palesemente inferiori nella preparazione, confidano nel superamento del concorso. I risultati daranno loro ragione. A Candido non basterà confezionare elaborati brillanti che godranno dell’apprezzamento di alcuni esperti del settore. Non basterà aver impegnato tutte le proprie forze per raggiungere un obiettivo che le sue sole capacità gli avrebbero consentito di ottenere comodamente. Il protagonista dei romanzi di Saggese si ritroverà a giocare un partita truccata in cui gli arbitri non applicano le regole del gioco e, anzi, in qualche caso le cambiano a proprio piacimento per favorire un giocatore ai danni di un altro. A quel punto Candido, benché disincantato, conserva, però, un’ultima illusione, quella, cioè, di ottenere ascolto dal giudice, l’arbitro degli arbitri, al quale indirizza una lettera per chiedere giustizia. Si chiude così il primo romanzo della serie (“Lettera ad un giudice”), con la speranza di Candido nell’intervento riparatore di colui che è chiamato a vigilare sulle regole e anche su chi dovrebbe applicarle nei rapporti con i cittadini.

Il secondo libro (“Il processo”) si apre proprio con la lettera, restituita al mittente che non aveva saputo impostarla. Da qui riparte la personale odissea di Candido che si convince ad imboccare di nuovo i sentieri della giustizia, questa volta con le dovute forme e con gli strumenti più idonei ed appropriati. Non sa, però, che sta per infilarsi in un’altra giungla, fatta di codici, interpretazioni, valutazioni ed eccezioni. Sul piano processuale la sua vicenda si trascina stancamente, tra testimonianze reticenti e conferme che non smentiscono. E, tuttavia, anche se con estrema difficoltà, dall’andamento della causa emerge che effettivamente irregolarità vi è stata, ed è stata proprio quell’irregolarità a determinare il destino di Candido nel concorso. Ma la legge non può aiutarlo: gli arbitri che hanno mal valutato i suoi elaborati non hanno ricevuto alcun compenso o vantaggio per farlo. Insomma, l’hanno intenzionalmente danneggiato, ma non ne hanno tratto vantaggio, sicché non sono corrotti. Il nostro eroe non sa capacitarsi. A nulla gli vale il discorsetto consolatorio del suo avvocato, che esalta la sua vittoria morale. Torna, quindi, al suo impegno sociale e culturale, ai suoi amici, alla sua famiglia: “Penso allora che il “migliore dei mondi possibili” non bisogna cercarlo lontano, che non esiste e che è soltanto un’utopia. Ma confidare nell’affetto di una comunità e nella loro stima è molto. Si avvicina al “migliore dei mondi possibili”.

Non sappiamo se continuerà o meno il cammino tortuoso ed impervio intrapreso da Candido Pomodorese in direzione della verità e della giustizia. Continua, in realtà, ad ignorare (o, meglio, a voler ignorare) alcune “pietre” che qua e là affiorano lungo il suo percorso, rendendolo accidentato e – in alcuni punti – addirittura impraticabile. Continua ad ignorare che la verità sostanziale non sempre coincide (e non per colpa dei giudici) con la verità processuale. Non riesce a darsi pace del fatto che il giudice deve applicare le leggi e non può sanzionare una condotta, benché immorale e stigmatizzabile, se le leggi non lo prevedono. Ma Candido è affetto da un virus, che probabilmente gli è stato trasmesso dal suo creatore: non si arrende, confida ancora nella correttezza delle istituzioni e nella loro capacità di autoimmunizzarsi da un altro virus, quello della corruzione, che continua ad infettarle.

Per questo  motivo il nostro eroe merita di essere seguito dai lettori che dalle pagine dei due romanzi di Saggese possono trarre ancora qualche speranza di cambiamento. E anche la storia di Candido, quindi, merita un ulteriore sequel, nella speranza che, prima o poi, la lotta alla corruzione nelle pubbliche amministrazione cessi di essere uno slogan vuoto di contenuti.

 

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