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    27/05/2018

Storia di un territorio/Società, economia e religione nel Cilento meridionale

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Capo Palinuro in una tavola cinquecentesca dell'Ordine di MaltaAVELLINO – Pubblichiamo, su gentile concessione della casa editrice Terebinto, l’inizio del volume Storia di un territorio. Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola di Francesco Barra, ordinario di Storia moderna presso l’Università degli studi di Salerno.

Il volume ricostruisce, sul lungo periodo, le strutture ambientali ed economico-sociali di un vasto territorio del Cilento meridionale, costituito dalle valli del Lambro e del Mingardo, e che nel Capo Palinuro trova il suo punto più sud-occidentale, tutto proiettato nel Tirreno con la sua caratteristica forma a falce, costituendo così un fondamentale snodo storico-geografico. Una vasta documentazione inedita consente di seguire le vicende, le trasformazioni e le persistenze di questo territorio dall'antichità più remota sino alle riforme di struttura del Decennio francese 1806-1815, come l'eversione della feudalità. Particolare rilievo è dato alle forme e alla morfologia dell'antropizzazione, come pure alle strutture feudali della baronia di Sanseverino, inizialmente caratterizzata dalla presenza della grande casata normanna di Morra, e poi da figure di notevole rilievo storico, come don Sancio de Leyva, Camillo Porzio e infine i Pappacoda, principi di Centola. Anche la storia socio-religiosa - incentrata sulla presenza dell'abbazia di S. Maria di Centola, il cui ultimo abate commendatario fu Ferdinando Galiani, viene ricostruita e approfondita attraverso nuove fonti documentarie.

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L’elemento più fortemente caratterizzato e caratterizzante dell’intera area è certamente costituito dal promontorio di Capo Palinuro, dalla peculiare forma falcata e con le coste rocciose alte a precipizio sul mare. Il Capo, che si protende nel mare verso ovest per circa due chilometri, topograficamente costituisce il proseguimento e il termine di una dorsale montuoso-collinare lunga e sottile che, delimitata dal mare e dal fiume Lambro, discende dal monte Castelluccio (m. 702). Questa dorsale minore si distacca dal Cervati con la valle di Sanseverino-Foria e corre parallela al Bulgheria e perpendicolarmente verso il mare. Infatti, i lunghi versanti inclinati di 30-35 gradi costituiscono l’essenza del paesaggio costiero. Il Capo è in effetti costituito da un enorme blocco di calcare mesozoico, nudo, arido e spoglio, frutto di possenti movimenti verticali a carattere orogenico, che contrasta nettamente col retroterra montuoso, quasi tutto verdeggiante.

La differenziazione non è però solo paesaggistica e orografica, ma anche e soprattutto geologica. Infatti, mentre il promontorio è formato da depositi del Quaternario recente, il monte Bulgheria e la costa di Camerota formano una massiccia piattaforma calcareo-dolomitica. L’area collinare di Centola è invece costituita da conglomerati grossolani del Quaternario antico, dove calcarei gessosi si alternano con argille e scisti fortemente frammentati, essendo l’elemento argillo-scistoso predominante. Non c’è quindi da stupirsi se la valle del Lambro sia l’area geologicamente più fragile, contrassegnata da carattere instabile e dallo scivolamento a valle dei versanti delle terrazze, aggravato dai dissodamenti degli ultimi due secoli, che hanno portato a una forte riduzione del manto boschivo di alberi d’alto fusto, che nel passato ricopriva fittamente la zona.

Nel complesso, l’area di Centola-Palinuro, oltre che orograficamente assai difforme, poiché sale dal mare sino a duemila metri d’altitudine, è naturalmente povera dal punto di vista agricolo, essendo essenzialmente montuosa e caratterizzata da seminativi nudi o alberati con viti e olivi, mentre boschi e pascoli predominano nelle zone più elevate. La terra è stata quasi ovunque strappata alla montagna e alla collina attraverso i terrazzamenti, frutto del secolare lavoro contadino. La natura pedologica dei suoli, tranne che nella piana alluvionale della Molpa, tra il Lambro e il Mingardo, non si presta inoltre alla cerealicoltura, che necessita di terreni profondi. Di qui lo straordinario sviluppo, già in epoche antiche, della coltura dell’ulivo, perché la natura del suolo, composto soprattutto di concrezioni di arenaria sabbiosa e molto permeabile, non permetteva di coltivare i cereali, mentre potevano prosperare le piante arboree a radice profonda, come pure tutte le specie di alberi da frutta adatte ai climi aridi, e soprattutto vigneti e ficheti.

A loro volta le coste, che appartengono alla facies “Flysch” marnosa o argillo-scistosa, subiscono un attacco continuo da parte del moto ondoso, che nel tempo ha prodotto la creazione dell’attuale piattaforma di abrasione marina. Infatti, lungo quasi tutta la costa si stende una piattaforma d’abrasione larga 10-15 metri, che affiora a poche decine di centimetri dal livello del mare. L’imponenza dell’erosione spiega la scomparsa dei livelli marini del Quaternario antico, determinando oggi la sussistenza solo di un livello del Tirrenico II, il cui inquadramento sedimentario mostra la successione di climi freddi, secchi e umidi. La costa a nord del promontorio, dalle Saline a Caprioli, è infine caratterizzata dalla presenza di dune sabbiose. Le “sabbie rosse” di Palinuro – spesse 20 metri – accumulate alla base dei versanti dall’azione del vento e frutto di un deposito eolico rimaneggiato dal ruscellamento, sono attribuibili a una delle ultime fasi fredde del Würm, cioè dell’ultimo periodo glaciale, e ogni loro strato corrisponde a una pulsazione più umida dopo una più secca. Il livello marino era allora assai più basso, per cui le “sabbie gialle” corrispondono a una regressione marina che ha prodotto il rimaneggiamento del litorale antecedente.

Come ha scritto il Blanc, «la posizione di queste dune fossili, con tracce di antichissime industrie litiche, oggi sospese sul mare, indica chiaramente che esse costituiscono i residui di terreni molto più estesi. Esse si sono formate quando le condizioni costiere erano diverse da quelle attuali, ed, in particolare, il livello marino era più basso di quello odierno, con conseguente spostamento della linea di spiaggia, ed emersione della piattaforma continentale, oggi nuovamente sommersa». Ma anche sul versante orientale del promontorio, subito dopo la foce del Mingardo, «un lembo di dune addossate al calcare, mostra un livello con industria litica e molluschi terricoli, a circa m. 2 dalla superficie». Sempre il Blanc, che esplorò le 62 grotte litoranee, dal Capo fino a Torre Muzza, rilevò che queste «mostrano i segni di una linea di riva pleistocenica, riconoscibile fino a 11 metri di altezza sul livello marino attuale», presentando altresì «anche i lembi delle spiagge fossili di quel tempo». È poi seguita una regressione marina, che ha abbassato la linea di riva ad un livello notevolmente inferiore a quello odierno. Saggi di scavo hanno inoltre restituito tracce di fauna fossile in 9 grotte, e in 6 di industrie paleolitiche. Uomini del Pelolitico, che popolavano l’antistante pianura, ora sommersa, conclude quindi Blanc, «sono venuti ad abitare quegli antri, ad accendervi i loro focolari, a consumarvi i loro pasti».

Area eminentemente marittima e costiera, è tuttavia tutt’altro che isolata verso l’interno, poiché le valli del Lambro e del Mingardo costituiscono da sempre le vie naturali dei collegamenti col retroterra e col Vallo di Diano.

In questo contesto, si comprende assai bene come la dialettica mare/terraferma sia stata fondamentale nel determinare i quadri geografico-ambientali dell’area. Il nome stesso del promontorio (palin - ouros, ossia vento generatore di tempeste) evoca tradizioni mitiche e storiche di terribili naufragi, da quello del 253 a. C., nel quale affondarono 150 navi onerarie romane, all’altro del 36 a. C., quando andò perduta la flotta di Ottaviano. Con i venti meridionali, infatti, si è esposti al mare grosso, tanto più violento quanto più si è in vicinanza della costa. In caso di tempesta risulta specialmente pericolosa l’ultima fase del maltempo, quando il vento gira violentemente a Ponente e a Maestro per poi cadere di colpo. D’inverno si manifestano spesso colpi di vento che, quando girano da Sud a Ovest o Nord-Ovest, sollevano mare grosso nell’ancoraggio. D’estate, invece, sono insidiosi i colpi di vento detti Scossure.

Il promontorio di Palinuro, grazie alla sua caratteristica forma allungata e terminante ad uncino, crea inoltre un rilevato saliente lungo la costa tirrenica, formando due baie naturali ampie, frequentate sin dall’antichità, ma diversificate per quanto riguarda sia la profondità dei fondali che il regime dei venti. E mentre l’insenatura a nord del Capo offre un buon ridosso dai venti del II quadrante, col Libeccio, invece, si è tormentati dal mare grosso che, riflesso dalla costa, investe l’ancoraggio. Ma, comunque, l’insenatura di Palinuro, una volta che le imbarcazioni fossero riuscite a raggiungerla, costituiva un sicuro porto naturale. Non a caso, in antico a una cintura di microscopiche isolette ai margini del Capo (in realtà poco più che scogli), da tempo immemorabile del tutto scomparse, era collegato il nome della mitologica Nereide Galena, che personificava il mare calmo e sicuro. A Sud, invece, la Marina della Molpa è ben protetta dai venti settentrionali, ma completamente esposta a quelli meridionali, ed è inoltre dotata di bassi fondali.

 

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