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    11/12/2018

La politica spiegata ai giovani per costruire il bene comune

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Irpinia2_casalbore.jpgGUARDIA LOMBARDI – Nell’epoca della politica spiegata attraverso gli slogan sembra ormai scomparsa la politica “ragionata”. Programmi e strategie, ma anche filosofie e pseudo-ideologie, occupano le pagine di Facebook e di altri social network. Per i figli ed i nipoti della Seconda Repubblica (quella nata dalle ceneri di Tangentopoli, per intenderci) si tratta di un prodotto commerciale, che non si identifica con la gestione ottimale della cosa pubblica, ma, piuttosto, con l’affermazione di interessi di parte più o meno condivisi o condivisibili, per di più veicolati attraverso fake news e “pistolotti” aggressivi e demagogici. Anche la politica ufficiale, quella che una volta si definiva “politica dei palazzi”, da tempo non usa più gli strumenti del dialogo e della programmazione, ma quelli del marketing del consenso. Sembrerebbe, quindi, un tentativo anacronistico e fallimentare quello di chi intendesse confrontarsi con i giovani con altri mezzi e secondo altre prospettive. E ancor più arduo ed inutile sembrerebbe il tentativo di chi volesse spiegare la politica ai figli utilizzando schemi concettuali affatto diversi da quelli utilizzati in Italia negli ultimi trent’anni.

Non può passare inosservato, quindi, l’ultimo libro di Giandonato Giordano, “Lettera a mio figlio sulla politica”, recentemente pubblicato per i tipi della Casa Editrice Off – Officina Letteraria. L’autore, sindaco di Guardia Lombardi negli anni Novanta, trova nel figlio l’interlocutore ideale per rappresentare per intero la sua delusione ed amarezza rispetto alla attuale politica dei personalismi, che ha sostituito l’ “uomo solo al comando” alle idee ed ai programmi. È inevitabile che le sue riflessioni partano dalla sua esperienza, maturata proprio negli anni a cavallo tra la Prima e la Seconda Repubblica, in quel periodo segnato da profonde lacerazioni e ferite che tuttora non si sono ancora rimarginate. Giordano racconta al figlio un mondo che non c’è più, quello dei partiti politici tradizionali, collettori di interessi e malaffare, ma anche (e soprattutto) serbatoi di intelligenze e di capacità di programmazione politica, che avevano consentito al paese di superare il secondo dopoguerra e – successivamente – le varie crisi che segnarono i primi decenni della storia repubblicana. Il riferimento non può che essere alla Democrazia cristiana, partito in cui l’autore è cresciuto e ha militato, prima che, sull’onda travolgente di Tangentopoli, si estinguesse disperdendosi in mille rivoli. Un partito crogiuolo di contraddizioni, ma anche di formidabili idee, condizionato spesso da interessi poco nobili, ma – nello stesso tempo – capace di fidelizzare (nel senso nobile del termine) tanti elettori che nella Dc (come, sull’altra sponda, nel Pci) trovavano un saldo punto di riferimento valoriale.

Giordano non cede mai alla tentazione di abbandonarsi ad inutili nostalgie e a toni didascalici. È ben consapevole che lo sfasciume politico di oggi rappresenta l’improvvida eredità di chi ieri (e ancora oggi, purtroppo) ha sacrificato la nascita e la crescita di una solida classe dirigente sull’altare dei personalismi e delle logiche familistiche. D’altra parte, è un’eredità che si inserisce agevolmente nel nuovo contesto politico, laddove la dialettica interna ai singoli schieramenti è diventata un disvalore, per lasciare il passo all’affermazione di un “leaderismo” fine a sé stesso, incarnato da falsi dittatori illuminati, che, dopo aver dato la scalata a partiti e movimenti politici (se non dopo averli – addirittura – creati), dettano autonomamente ed arbitrariamente le linee politiche e gli obiettivi. Sono proprio loro a scegliere anche gli eletti che saranno chiamati a rappresentare un territorio ed elettori che non conoscono.

Da questo punto di vista, le riflessioni di Giordano approdano all’affermazione di un principio ribadito con forze e convinzione, quello del legame tra i politici ed il territorio che li ha espressi. Per meglio far comprendere la portata di questo principio (che, pur se apparentemente elementare, è ormai costantemente ignorato dalla classe dirigente), l’autore ricorre ad un’esperienza personale che lo vide coinvolto come sindaco: la battaglia del Formicoso. Dal 1994 in poi, e per circa un decennio, intere comunità di alcuni paesi dell’Alta Irpinia rischiarono concretamente di dover assistere allo scempio del proprio territorio a causa della costruzione di una megadiscarica. In quel conflitto la presenza e l’impegno degli amministratori locali si saldarono in modo efficace ed indissolubile con la determinazione manifestata dalle popolazioni. Forse per l’ultima volta nella storia recente dell’Irpinia si creò un circuito virtuoso tra i cittadini ed amministratori: i primi capaci di proporre esigenze condivise, al di là di ogni interesse di parte; i secondi, capaci di intercettare i problemi e di risolverli.

Giordano, però, non si limita alla denuncia dei guasti ed alla diagnosi dei problemi. Proprio in virtù del percorso formativo compiuto, il lavoro dell’autore va oltre. Deve in qualche modo rendere conto al figlio del pantano politico in cui si agita inutilmente il nostro Paese e le risposte alle sue domande non possono essere semplicistiche. Non basta scagliarsi contro i personalismi di oggi e rimpiangere gli statisti di ieri, quelli, per dirla con De Gasperi, che pensano alle prossime generazioni e non, come i “politici”, solo alle prossime elezioni. Le risposte alle domande del figlio esigono il disegno di orizzonti più ampi e, soprattutto, la maturazione di una coscienza politica che passa necessariamente attraverso l’impegno. Da questo punto di vista, le ultime pagine del libro, forse più delle altre, qualificano e distinguono lo sforzo di Giordano rispetto alla odierna saggistica politica, che oscilla tra la denuncia fine a sé stessa e l’autoesaltazione ed il gossip. “Questa lettera – è lo stesso autore a scriverlo – non sa di passato, né di nostalgia, ma ha lo sguardo proiettato nel futuro”. Un futuro possibile, però, non può fondarsi sul piccolo cabotaggio e su obiettivi demagogici e di breve respiro, ma, viceversa, deve basarsi sulla ricerca di un nuovo approccio.

Ed è in questa pars construens dell’opera che entrano in scena inevitabilmente i riferimenti socio-culturali di Giordano, che per il rinnovamento della politica punta sulla “comunità”, intesa nell’accezione più nobile del termine, laddove lo spirito solidaristico si fonde con il soddisfacimento dei bisogni della comunità stessa. Ancora una volta la speranza e la voglia di rinascita partono dal territorio e – soprattutto – dalle piccole comunità, in cui è ancora possibile – più che nelle grandi metropoli – costruire una città a misura d’uomo. L’autore, insomma, ci invita a guardare ai nostri paesi, alle piccole storie di aggregazione e solidarietà, che malgrado tutto continuano a sopravvivere. Invita la classe dirigente ad investire nello sviluppo locale e in un “localismo comunitario, solidaristico, inclusivo, persino identitario, che mette insieme la tradizione millenaria del comunitarismo monastico con l’altrettanto millenaria tradizione civile e giuridica espressa dai comuni”.

In definitiva, “Lettera a mio figlio sulla politica” dà mostra dell’onestà intellettuale e del coraggio di Giordano nell’affrontare temi e problematiche del tutto estranee, purtroppo, all’attuale dibattito politico, tutto incentrato sul consenso contingente e privo di qualsiasi ricerca di prospettiva futura. L’obiettivo è favorire la nascita di una nuova coscienza civica per contribuire alla crescita di una nuova politica: “quest’ultima non può essere affidata a improvvisatori, a mestieranti, a truffaldini o a demagoghi, ma a uomini liberi, capaci e responsabili, che sappiano sognare e far sognare, svolgendo il loro impegno con carità e gratuità, con il solo scopo di costruire il bene comune”.

 

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