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    23/06/2018

La scomparsa di Benevento/Il ricordo: «Ci sentivamo i ragazzi del professore»

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Il preside Benevento, il primo a dx, con Giuseppe d'ErricoAVELLINO – È morto il prof. Aurelio Benevento. Aveva compiuto novant’anni a settembre. Per metà della sua carriera scolastica è stato preside nello stesso liceo classico “Pietro Colletta” dove per tanti anni era stato professore di italiano e latino. Ma l’ho sempre chiamato professore, perché è stato il mio professore: prima liceale sez. B, anno scolastico 1966-1967, l’ultimo anno da professore, prima di diventare preside o, come si dice oggi, dirigente scolastico – che brutta parola in puro burocratese –. E che nostalgia di tempi lontani, quando il preside entrava in classe e faceva lezione, se mancava il titolare. Siamo stati l’ultima “nidiata” che il professor Benevento accolse al liceo: fu lui ad esaminarci nell’esame di passaggio dal quinto ginnasio (l’anno successivo l’esame fu abolito, e non avrebbe avuto più granché senso: il professor Benevento era diventato preside).

Colto, ironico, appassionato al proprio mestiere, a volte duro fino alla mortificazione nei confronti degli studenti che non si impegnavano abbastanza, parco di elogi e dispensatore di rimproveri,  fu amato dai suoi allievi, sui banchi di scuola, ma molto più quando gli studi liceali erano conclusi e capivi che non ti aveva insegnato solo il latino, ma ti aveva preparato alla vita.

Aurelio – lo chiamavamo così noi studenti – spiegava per giorni di seguito, poi, quando aveva concluso il modulo – si direbbe così oggi – annunciava le interrogazioni di lì a due, tre giorni. Ed erano allora nottate di studio per farsi trovare pronti: e che soddisfazione quando meritavi un buon voto.

Ci sentivamo i ragazzi del prof. Benevento e, in fondo, lo eravamo davvero se, a mezzo secolo di distanza, siamo ancora amici fra noi e, quando ci vediamo – e capita spesso – spunta fuori immancabilmente un aneddoto, un ricordo di quegli anni lontani.

L’ultima volta che l’ho visto è stato qualche mese fa, in occasione del novantesimo compleanno. Siamo stati a trovarlo, alcuni dei suoi antichi ragazzi, ed abbiamo festeggiato: con golosità ha mangiato la fetta della torta che gli abbiamo portato. Lucidissimo, anche se ogni tanto si “distraeva” e andava dietro ai suoi pensieri, ha chiesto nostre notizie e di ognuno di noi ricordava un particolare, un brano di vita scolastica, quasi stupendosi che nel frattempo fossimo cresciuti tanto, fossimo addirittura invecchiati.

È strano, ma il ricordo più vivo che ne conservo non è di professore, mentre spiega o interroga. Ricordo il mitico Piazza d’Armi, le leggendarie sfide fra la compagine degli avvocati e quella dei professori. Ricordo Camillo Marino, storico portiere della compagine dei professori, seduto – su regolare sedia impagliata – in porta ad irridere gli avversari, e la falcata del centravanti, Aurelio Benevento, condannato con i suoi goal a rimediare alle papere di Camillo. E noi, giovani studenti, sugli spalti a fare il tifo per il nostro professore.

 

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