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    21/06/2018

Quel poco di bellezza negata

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Le scritte sui muri dell'ex GilAVELLINO – Prima l’osservazione dei graffiti che deturpano l’edificio della ex Gil di via Roma, restaurato e mai consegnato alla collettività; poi la notizia dell’atto vandalico al portone dello stesso edificio che segue quelli, di pochi  giorni fa, contro elementi dell’arredo urbano; infine la notizia, terribile, dell’abbattimento degli alberi secolari sulla collina dei Cappuccini, per tacere di quelli  già rimossi in villa comunale, al viale dei Platani e a via Verdi.

Come non andare con il pensiero al saggio di Simona Maggiorelli (Attacco all’arte – La bellezza negata Ed. L’asino d’oro)? Il libro, anche se non tratta l’argomento specificatamente, permette di capire come gli attacchi (numerosi) al nostro oramai perduto paesaggio collinare e all’esiguo patrimonio artistico sono colpa di chi, pur avendone la responsabilità, mostra indifferenza, se non cattiva disposizione e addirittura fastidio (quante volte l’ho pensato a proposito della Dogana dei Caracciolo) nei confronti di quanto prodotto da altri, e non solo in ambito artistico.

È stato sempre così. La distruzione delle statue della classicità greca e romana da parte dei cristiani a partire dal IV secolo ha lo stesso valore degli attacchi dell’Isis alle testimonianze preislamiche in Medio Oriente. L’obiettivo è cancellare l’esistenza di una cultura diversa cancellandone le tracce. Quello che avviene oggi è, paradossalmente, ancora più grave. Con la spettacolarizzazione delle opere artistiche ed architettoniche dell’antichità tendiamo a ricavare profitto e non, come dovremmo,  insegnamenti. La scomparsa delle ideologie poi ha portato ad un esasperato aumento dell’individualismo, alla voglia di affermarsi, a mettersi a disposizione di chiunque, partito, persona, associazioni ed anche attività lavorative e professionali,  pur di soddisfare le proprie aspirazioni.

L’arte contemporanea, che rifiuta la creazione di immagini e non celebra più l’espressione intima e sentita dell’artista, lo impegna  da protagonista  in pubbliche esibizioni, spesso volgari, che hanno il solo merito di aver anticipato i brutti tempi che stiamo vivendo. Tutto questo genera anaffettività e, per quanto riguarda Avellino, dove non si sono fatti i ragionamenti scellerati, ma raffinati, dei primi cristiani e dei terroristi islamici ma ci si è impegnati in una ricostruzione post sisma veloce e poco meditata, anche ignoranza ed autorefenzialità. Se queste due negatività indispettiscono, l’anaffettività deve preoccupare perché è una patologia e chi ne soffre non riesce a provare e produrre affetti e quindi a produrre o provare emozioni. Ne consegue il distacco da tutto ciò che ti circonda e tutte le azioni o le compi meccanicamente, o sono il frutto di un ragionamento opportunistico, e comunque senza sentimento.

Vediamo di puntualizzare partendo proprio dai graffiti della Gil. Li ho guardati con attenzione, forte anche della lettura del libro di Nicola Valentino, “L’arte ir-ritata” Ed. Sensibili alle foglie, dove l’autore pubblica le conclusioni di una ricerca, durata trent’anni, sui disegni, sulle iscrizioni, sui dipinti prodotti in situazioni estreme ed in luoghi particolari come la cella di un carcere,  un manicomio o le mura di un edificio abbandonato utilizzato come ricovero.

Gli autori dialogano con il mondo esterno esprimendo la volontà di cambiare  proprio quel mondo che li rifiuta e li isola. Ebbene questa voglia di dialogo e di cambiamento attraverso i graffiti della Gil non sono mai stato capace di coglierla. Al contrario mi sono sembrati una modesta scimmiottatura di cose fatte altrove e semplicemente riproposte. Un esercizio mal riuscito di arte contemporanea incapace di comunicare silenziosamente attraverso le immagini ma mostra solo segni di un delirio collettivo. La certezza l’ho avuta quando, firmato Mep, sulle scritte disordinate e senza significato è stato attaccato una manifesto con su scritto, questa volta in maniera leggibile, “E se la mia città decidesse di tatuarsi? Forse inizierebbe ad appendersi poesie sulle mura”.

Una giustificazione chiaramente autoreferenziale, anche perché non penso che chi ha fatto affiggere manifesti con una bellissima poesia del preside Aurelio Benevento, da poco scomparso, abbia seguito i consigli del manifesto della Gil. Resta il fatto che uno dei pochi edifici di Avellino con dignità architettonica, progettato da Enrico Del Debbio, architetto al quale la Galleria d’arte moderna di Roma ha dedicato una mostra monografica dal titolo “La misura della modernità”, è stato assalito e deturpato nell’indifferenza generale e nell’indifferenza generale ancora resta.

E disinteressati e senza ideologia, disponibili a repentini cambi di schieramento per conseguire un benché minimo vantaggio, si mostra buona parte degli amministratori, i primi – ma non i soli – che dovrebbero combattere questi fenomeni degenerativi. Prova ne è l’incredibile numero di Consigli comunali saltati per mancanza del numero legale. La psichiatria, ed il libro della Maggiorelli si chiude con un’intervista allo psichiatra Massimo Fagioli, ci spiega che l’indifferenza è uno degli elementi caratteristici della anaffettività, che non è un male esclusivo della nostra comunità,  anche se qui, ad Avellino, mostra segni di preoccupante aggravamento.

 

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