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    15/08/2018

La stagione del terrorismo nell'Irpinia degli anni Settanta

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Gruppi di estrema sinistra a Roma nel 1979AVELLINO - Il 2018 è un anno di anniversari importanti per la storia italiana, a partire da quello che celebra i settant’anni di vita della Costituzione repubblicana. È, però, anche un anno di rievocazioni nefaste, e, soprattutto, è il quarantennale della strage di via Fani e dell’assassinio di Aldo Moro. Ma gli eventi tragici che segnarono il 1978, e gli anni immediatamente precedenti e successivi, impongono una riflessione più ampia, che non può limitarsi ai contesti più conosciuti e studiati dei movimenti terroristici che operarono nel nostro Paese negli anni Settanta ed Ottanta, ma, viceversa, andare oltre, per scoprire le radici di un fenomeno che non interessò solo alcune grandi aree metropolitane (Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli), ma anche alcune aree periferiche. Tra queste, poche ve ne furono al Sud ed una sola in Campania: Avellino e il suo hinterland.

Nel biennio 1975-1977 il torpore del capoluogo irpino fu scosso da una decina di attentati. Per lo più si trattò di bombe incendiarie, esplose in prossimità di obiettivi sensibili: la sede della Democrazia cristiana, la Questura, la sede dell’Unione degli industriali, i magazzini della Standa di Corso Vittorio Emanuele. Non mancarono attentati intimidatori nei confronti di appartenenti alle forze dell’ordine e di sindacalisti, che videro danneggiate automobili ed abitazioni. Peraltro, le indagini di polizia sembrarono dimostrare che non si trattava di iniziative di cani sciolti. Le modalità operative, secondo gli inquirenti, indicavano chiaramente la partecipazione di più persone alle azioni, e, quindi, l’esistenza di gruppi organizzati, quantomeno due. L’impegno degli investigatori e l’attività della Polizia scientifica, però, non diedero risultato. Fu indagato un giovane dell’hinterland, simpatizzante di Autonomia Operaia, finito nei guai per essersi vantato di “averla fatta pagare” ad uno dei malcapitati a cui era stata incendiata l’automobile. La pista si rivelò sbagliata: il giovane fu assolto, su richiesta dello stesso pm, e le indagini contro ignoti furono archiviate nel giro di pochi mesi.

Sembrava, quindi, un fuoco di paglia. Ma un giorno di novembre del 1978 Avellino scoprì che tre bravi ragazzi, di famiglia “rispettabile”, avevano organizzato e partecipato ad un’azione terroristica, che in seguito la Corte dell’Aquila avrebbe definito come contraddistinta dalla “crudeltà” e dalle “modalità spietate di esecuzione delle vittime”. L’otto novembre quattro terroristi appartenenti alle Formazioni comuniste combattenti (uno dei vari gruppi della galassia terroristica di sinistra) nei pressi di Patrica tesero un agguato al Procuratore della Repubblica di Frosinone, Fedele Calvosa, che fu ucciso insieme al suo autista ed all’agente di scorta. Ma a sconvolgere gli avellinesi fu la scoperta dell’identità della quarta vittima dello scontro a fuoco, che fu ritrovato a poca distanza dal luogo dell’agguato: si trattava di uno dei terroristi ed il suo nome era Roberto Capone. Era un insospettabile il giovane geometra, che negli anni della militanza politica non aveva mai dato segnali di radicalizzazione, e nemmeno di essere una “testa calda”, pur essendo stato fermato dalla Polizia in occasione di una manifestazione organizzata dalla Dc di Avellino per commemorare il commissario Calabresi.

Ma fu solo l’inizio. L’identificazione del terrorista ucciso dal “fuoco amico” (fu questa la versione ufficiale della morte di Roberto Capone, avallata anche dai giudici aquilani) condusse gli inquirenti anche agli altri componenti del commando. Uno, Paolo Ceriani Sebregondi, apparteneva alla nobiltà romana; gli altri due erano Nicola Valentino e Rosaria Biondi, entrambi di Avellino. Il primo era un brillante studente di Medicina, a cui mancavano pochi esami per la laurea. L’altra, da studentessa in Giurisprudenza, paradossalmente frequentava persino i corridoi della Procura di Avellino per ragioni di studio. Entrambi, come Capone, insospettabili e apparentemente estranei a qualsiasi ipotesi di coinvolgimento in gruppi armati. I giornali dell’epoca, nel riportare le cronache del processo, li descrissero come due giovani con una doppia personalità, studenti “tranquilli” ed irreprensibili e, però, capaci di freddare le proprie vittime con colpi sparati a bruciapelo alla testa.

Catturati a Torino nel gennaio del 1979, furono processati dalla Corte d’Assise dell’Aquila. Seguendo la liturgia dei processi di terrorismo di quegli anni, Biondi e Valentino ricusarono gli avvocati di fiducia ed affidarono la loro difesa (o, meglio, la loro accusa) a tre documenti, contenenti, secondo i giudici, “truculenti minacce”. La decisione dei giudici (e del presidente della Corte, in particolare) di consentire agli imputati di leggere le loro accuse fu oggetto di non poche polemiche. In quegli anni, infatti, si svolgeva un dibattito vivace sugli organi di informazione, nelle aule del Parlamento e in quelle di giustizia: concedere la parola ai terroristi o negarla? Pubblicare o no i loro comunicati? Consentire o negare le loro requisitorie nei Tribunali? I giudici della strage di Patrica, andando controcorrente, decisero di sì, di dare spazio alle “ragioni” dei terroristi.

“Il delitto non è nell’uomo che è ucciso, ma nell’uomo che uccide”, scrisse la Corte d’Assise; negare la parola agli imputati sarebbe stato come rinunciare ad indagare sui motivi della loro condotta. Il processo si chiuse con condanne severe per i due giovani avellinesi per i quali ebbe inizio una lunga detenzione. Non si pentirono e non collaborarono; la Biondi rifiutò persino i benefici della legge Gozzini.

Circa un anno e mezzo dopo un nuovo agguato terroristico avrebbe portato alla ribalta una giovane avellinese: era il 19 maggio 1980, quando Maria Teresa Romeo, moglie di Nicola Valentino, partecipò all’omicidio dell’assessore regionale Pino Amato. Fu una mattina da far west a Napoli: inseguimenti, sparatorie, raffiche di mitra e bombe a mano, fortunatamente inesplose. Alla fine, quattro componenti della neonata colonna napoletana delle Brigate Rosse, tra cui la Romeo, furono catturati. Come Capone, Valentino e Biondi, anche Maria Teresa Romeo non era una “sorvegliata speciale”. Come per gli altri tre, il suo coinvolgimento nella lotta armata destò sorpresa e sconcerto. E, infine, come Biondi e Valentino, anche la Romeo si rifiutò di rispondere alle domande degli inquirenti e dei giudici.

Il processo ebbe inizio alla metà degli anni Ottanta, gli anni del riflusso e del “ritorno al privato”. Le tensioni e le passioni politiche non animavano più i giovani. Il Paese si stava gettando alle spalle la lunga stagione del terrorismo, che pure ancora dava inquietanti segni di vita con azioni episodiche. Avellino era alle prese con il terremoto e con la ricostruzione, e con gli scandali che ne seguirono in cui paradossalmente restò invischiata anche la colonna napoletana delle Brigate Rosse. Tuttora non è stata chiarita la provenienza dei soldi del riscatto di Ciro Cirillo, finiti nella mani di Giovanni Senzani. Non è inverosimile che, in tutto o in parte, furono versati da imprenditori coinvolti nella ricostruzione, accorsi a sostenere chi aveva interesse alla liberazione del politico democristiano.

Sta di fatto che ad Avellino quelle pagine di cronaca non furono più riaperte e di quelle storie fosche della fine degli anni Settanta non si parlò più. L’Irpinia non era stato terreno fertile per il terrorismo di sinistra, e ancor meno per quello di destra. Quei quattro “bravi ragazzi” erano le eccezioni che confermavano la regola; i misteriosi bombaroli della Standa e della Questura erano maldestri apprendisti, che, messa la testa a posto, ormai avevano trovato una giusta collocazione nel nuovo contesto socio-economico nato dopo la sera del 23 novembre 1980. Restano solo le pagine di vecchi quotidiani ed atti processuali a ricordare una triste storia a chi ha voglia di conoscere la Storia della propria terra.

 

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