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    15/08/2018

La rete, la rappresentanza e la democrazia: al Centro Dorso la lezione di Solimine e Simone

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Da sx: Simone, Cignarella e SolimineAVELLINO – Penultimo appuntamento con il corso avanzato per l’avvio all’istruzione superiore, alla ricerca e alle professioni organizzato dal Centro di ricerca Guido Dorso di Avellino. Nel pomeriggio, presso l’oratorio della SS. Annunziata, introdotti da Nunzio Cignarella, vice presidente del Centro Dorso, sono intervenuti Giovanni Solimine e Raffaele Simone, il primo professore di Biblioteconomia presso l’Università di Roma La Sapienza, il secondo professore emerito di Linguistica generale presso l’Università di Roma Tre. Due relatori che, apparentemente, non hanno molti punti di contatto con il tema delle “istituzioni e crisi della democrazia”, ma che, in realtà, a partire dai loro studi, sono entrati in contatto con queste tematiche.

Lo stesso Solimine all’inizio della sua relazione su Democrazia digitale e nuove forme di democrazia ha sottolineato come durante la sua attività di studioso sui «processi di accesso alla conoscenza» sia entrato in contatto con il problema della rete, a partire da una semplice domanda: «La rete, Internet, favorisce questo accesso alla conoscenza?». In linea di massima la risposta è affermativa. Infatti – ha notato Solimine – «nella rete tutti siamo creatori e, allo stesso tempo, utilizzatori di dati, di informazioni, di conoscenze. Tutti sembriamo avere la possibilità di conoscenza».

Ma la realtà dei fatti, secondo Solimine, smentisce questa teoria. L’evidenza ci dimostra, infatti, che nella «rete i rapporti sociali non sono più ancorati ad entità territoriali»: questa situazione, che viene vista come un motivo inquietante, in quanto comporta la creazione «di una nuova forma di prossimità, nella quale si è e ci si sente più vicini a chi condivide con noi gli stessi interessi, piuttosto che con persone che vivono con noi nello stesso contesto territoriale», libera lo spazio della rete da ogni regola. Difatti – ha continuato Solimine – il «potere che si acquisisce in rete è un potere che va al di là di ogni regola. La mancanza di regole permette, in definitiva, l’affermazione del più forte sul più debole. Siamo di fronte – questo è il succo del discorso di Solimine – ad un “capitalismo anarchico”».

È stata propria l’assenza di regole a trasformare Internet da una possibile nuova e moderna forma di agorà ad uno spazio in cui sono poche aziende a monopolizzare le informazioni. Un altro aspetto che Solimine ha sottolineato nel corso della sua relazione è «l’assenza di mediazione nel mondo della rete, che si caratterizza, nella sua forma più evidente, nella mancata verifica della veridicità delle informazioni che ci vengono date»: è il tema, attualissimo, delle fake news. A questo proposito ha ricordato Solimine che «saper usare gli strumenti della rete è un’arma molto importante a fini politici»: esemplari sono i casi della campagna elettorale di Obama nel 2008 e di Trump nel 2016, che hanno portato entrambi i protagonisti alla presidenza degli Stati Uniti.

Dunque qual è il valore di quella che solitamente si è definita “democrazia del web”? Solimine su questo punto riprende le tesi del gruppo di ricerca Ippolita, autore di un volume pubblicato per Laterza nel 2014, dal significativo titolo “La rete è libera e democratica”. Falso!. Per dimostrare la sua posizione Solimine ha citato alcuni degli elementi critici emersi in rete relativi alla sua democraticità e libertà: ad esempio il criterio che spinge l’algoritmo di Google nel fornire le risposte alle domande che l’utente gli rivolge, è basato sulla popolarità di quella risposta. «In rete – ha affermato il professore – vi è una “democrazia diretta” in cui vince chi è più popolare o urla più forte. In questo modo, però, non si accorciano le distanze fra chi è più forte e chi più debole; anzi, al contrario, esse tendono ad aumentare».

Un altro esempio della fallacia della democrazia digitale, emerso ultimamente con lo scandalo Cambridge Analytica, è la possibilità che le informazioni che vengono rilasciate sulla rete, vengano utilizzate per orientare le scelte dell’elettorato. Nonostante questi problemi, però, secondo Solimine, non bisogna «demonizzare la rete. Già qualche anno fa, nel 2007, Roberto Casati e Gino Roncaglia affermarono che vi sono strumenti, come l’enciclopedia online wikipedia, i quali, favorendo la collaborazione, permettono una democrazia più partecipativa». Rivolgendosi, infine, agli studenti, Solimine ha voluto concludere con un appassionato appello: «le informazioni, prima di essere divulgate, devono essere verificate: questo è il primo modo per essere cittadini consapevoli».

Dopo l’attualissima lezione di Giovanni Solimine, il linguista Raffaele Simone si è concentrato su un tema che ancora oggi suscita particolare interesse, quello de La rappresentanza: meccanismi, crisi e nuove proposte. Partendo dall’assunto che «i regimi democratici si dividono in due grandi categorie, le democrazie dirette e quelle rappresentative», Simone si è concentrato su queste ultime. Ma cosa si intende per rappresentanza? Simone è partito da una celebre definizione di John Adams, uno dei padri della Costituzione statunitense, secondo il quale «i rappresentanti dovrebbero essere una miniatura dell’insieme dei rappresentati».

Ma come è possibile questo? si è chiesto l’insigne linguista. Secondo Simone sono due i motivi che permettono questa immedesimazione: «Innanzitutto la fiducia nelle persone che i rappresentati designano come loro rappresentanti e in secondo luogo la virtù dei rappresentati che i loro rappresentanti devono rappresentare». Su questo ponte si crea, secondo Simone, il rapporto tra rappresentante e rappresentato. I mezzi per scegliere i propri rappresentanti sono essenzialmente tre: «il sorteggio, che era il metodo adoperato nell’Atene di Pericle; l’elezione; e la designazione, che però è un mezzo autoritario». Dal momento che lo strumento più utilizzato per designare i propri rappresentanti è l’elezione, un tema fondamentale quando si parla di rappresentanza è quello della legge elettorale. Come ha ricordato Simone «le leggi elettorali si distinguono in due grandi modelli: quelle proporzionali, che prevedono che i seggi vengano assegnati in base alla proporzione dei voti presi; quelle maggioritarie, che premiano chi ha preso più voti». Al di là del fatto che esse siano di impianto proporzionale, maggioritario o miste, secondo Simone «non è il cittadino che sceglie, ma la sua scelta è filtrata attraverso il meccanismo elettorale».

La riflessione di Simone si è poi concentrata sugli sviluppi storici delle forme di rappresentanza, che si sono modificate soprattutto per alcuni fattori che egli ha individuato nella «nascita dei partiti politici, nell’affermazione del suffragio universale, nella nascita della società civile, nella diffusione dei mezzi di comunicazione. Integrando questi fattori – ha proseguito il linguista nella sua esposizione – ritroviamo alcuni aspetti caratteristici delle democrazie moderne: i candidati non si presentano più autonomamente, ma vengono selezionati dai loro partiti politici; si assiste ad un “mandarinato politico”, ovvero la tendenza dei rappresentanti a perpetuarsi le cariche elettive e a considerarsi come ceto politico, cioè come uno spazio separato e superiore alla società civile; limitare il diritto di spazio di voto degli elettori, aumentando, al contrario, l’attività operativa degli eletti».

Questi elementi hanno avuto alcune conseguenze che Simone ha evidenziato: «l’astensionismo, la diffusione di un movimento anti-politico e il trasferimento dell’energia politica della società civile da forme istituzionali a forme movimentistiche». Queste conseguenze possono essere superate, secondo Simone – che si mostra in linea, su questo punto, con una pubblicistica particolarmente diffusa negli ultimi anni – attraverso alcune iniziative, come, ad esempio, «l’aumento delle questioni da porre al voto dei cittadini». O ancora, modificando il sistema rappresentativo.

Su questo ultimo punto, sulle quali è poi arrivato alle conclusioni, Simone ha ricordato, sulla scia dell’opera di David Van Reybroeck, Contro le elezioni, che «da qualche tempo le elezioni non sono più un sistema democratico, ma aristocratico. Secondo Van Reybroeck l’unica forma democratica di rappresentanza è l’estrazione a sorte. Tuttavia lo stesso autore ha proposto altri due modelli alternativi: un modello bi-rappresentativo, nella quale una parte dei rappresentanti è eletta e un’altra sorteggiata; e un modello tri-rappresentativo, nella quale una parte dei rappresentati è eletta, un’altra sorteggiata e, fatto più importante, le norme e le leggi vengono approvate dopo una circolazione in rete». Proprio su questo tema, che ha segnato l’argomento della lezione di Solimine, si è conclusa anche la lezione di Simone, sottolineando l’importanza di un argomento quanto meno attuale e sempre più centrale per il nostro mondo democratico.

 

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