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    15/08/2018

Illuminismo ed attualità nel pensiero di Guido Dorso

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Ottobre 1987, Elisa Dorso durante il suo intervento. Seduti, da sx: Iapicca, Venezia ed Attilio Marinari (fonte Centro Dorso)AVELLINO – A settant’anni dalla morte di Guido Dorso, il grande pensatore irpino autore de La rivoluzione meridionale, riproponiamo ai nostri lettori la lettera che Antonio Maccanico indirizzò ad Attilio Marinari, all’epoca presidente del Centro di ricerca Guido Dorso, in occasione del convegno nazionale svoltosi ad Avellino il 22, 23 e 24 ottobre 1987 sul tema Guido Dorso e i problemi della società meridionale a quarant’anni dalla scomparsa. Maccanico non poté partecipare ai lavori per i suoi impegni di presidente di Mediobanca ma volle egualmente dare il suo contributo con questa lettera-intervento apparsa sul giornale L’Irpinia il 7 novembre 1987 e pubblicata negli Annali del Centro Dorso. Alla tre giorni di studi intervennero, tra gli altri, Ciriaco De Mita, Giovanni Spadolini, Renato Zangheri, Carlo Muscetta, Franco Barbagallo, Giuseppe Galasso, Gabriele Pescatore, Manlio Rossi-Doria, Massimo Salvadori, Salvatore Veca, Pasquale Villani, Sergio Zoppi, Francesco Barra e Federico Biondi. Presenti come amministratori dell'epoca il presidente della Provincia, Francesco Iapicca, ed il sindaco di Avellino, Enzo Venezia.

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Caro Attilio, sono molto onorato di essere stato invitato dal comitato organizzatore ad aprire insieme a te, a Manlio Rossi Doria e a Elisa Dorso il convegno "Guido Dorso e i problemi della società meridionale", che inizia ad Avellino il 22 p.v. Credo che nessun altro titolo io abbia per interloquire in questa occasione se non la grande amicizia e solidarietà ideale che legava Dorso a mio padre, a me, alla mia famiglia e l'intenso rapporto culturale e politico che ebbi con lui nei nostri anni di liceo e subito dopo la caduta del fascismo. Purtroppo impegni particolarmente intensi in questi giorni decisivi per il futuro dell'Istituto che presiedo mi impediscono di essere presente alla seduta di apertura del convegno; affido perciò a te alcune riflessioni che avrei amato esprimere di persona.

Ho ricordato i nostri anni di liceo, che furono gli ultimi del fascismo e quelli dell'inizio della guerra. Ho nella memoria il grande fervore ideale, gli interessi, le curiosità di quegli anni, le aspettative, le incognite che erano davanti a noi. Dibattevamo e discutevamo tutto mentre l'Europa e l'Italia venivano spinte nella tragedia della guerra e il regime correva la sua avventura fatale. Ricordo Dorso, col suo sigaro, che risaliva il Corso verso casa e che quasi ogni giorno incontravo quando le scolaresche sciamavano alla fine della mattinata. L'incontro con lui suggellava una mattinata di studio; accompagnarlo significava ricevere un supplemento di lezione su temi che la scuola allora non toccava. A casa sua trovavo libri che era pericoloso avere con sé, tutte le edizioni Gobetti, i libri di Sturzo, di Nitti, dello stesso Gobetti, di Salvemini, una ingiallita edizione della "Rivoluzione meridionale". Alcuni di questi libri erano anche nella biblioteca di mio padre, accanto alla collana della Biblioteca degli economisti e alle prime traduzioni italiane di Keynes.

Come tu sai, Dorso in quegli anni sul piano locale era la personalità più autorevole di un gruppo molto esiguo di antifascisti, professori, avvocati, medici, professionisti: elementi di quella “borghesia umanistica”, liberal-democratica sulla quale Dorso faceva grande assegnamento per il futuro del Mezzogiorno. Noi studenti ammessi a dialogare occasionalmente con questo gruppo eravamo pochi, per ovvi motivi; ma fra questi vi era anche il cattolico Fiorentino Sullo, il futuro fondatore della democrazia cristiana in Irpinia, il capofila dei giovani cattolici-democratici irpini, che presero subito una posizione molto avanzata nella democrazia cristiana e che oggi hanno espresso il leader nazionale di quel partito.

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Particolarmente fervido fu il periodo immediatamente successivo alla caduta del fascismo e alla liberazione, quando il fronte era ancora fermo a Cassino. Più volte venne ad Avellino, preceduto dell'instancabile Pasquale Schiano, Carlo Sforza, l'uomo che con più decisione e vigore ingaggiò subito la battaglia per la Repubblica. In quella occasione, in quei primi comizi Guido Dorso parlava ai suoi concittadini e di fronte a Sforza si cimentava con l'arduo compito di divulgare le tesi esposte nel suo libro, di cui pochissimi conoscevano l'esistenza. Erano tesi elaborate nel primo dopoguerra, di vent’anni addietro; era un heri dicebamus, dopo la tragica parentesi fasciata, che appariva di straordinaria attualità: repubblica, autonomia, lotta al trasformismo, riscatto del Mezzogiorno dal blocco industriale-agrario, lotta al protezionismo. Il Partito d'Azione aveva fatte proprie queste tesi e Dorso sentiva che si presentava una grande "occasiono storica" ed era pronto a battersi con determinazione e coraggio. Ricordo il grande fervore che lo colse quando gli fu offerto di dirigere l'Azione, quotidiano di Napoli. Con lui si impegnarono i giovani di talento come Guido Macera, Renato Giordano e Vittorio De Caprariis, il quale aveva esordito nel giornalismo sulle colonne dell'Irpinia libera, giornale diretto da mio padre. Ricordo i momenti di quella grande, ma sfortunata battaglia, durante la quale Dorso constatò che i bastioni dello "Stato storico" erano stati appena scalfiti dal crollo del fascismo e dalla catastrofe della sconfitta.

Dopo appena sei mesi l'Azione chiuse per mancanza di fondi e Dorso, deluso e malato, tornò ad Avellino in preda a profondo pessimismo. Gli fui molto accanto in quel periodo e fui testimone della sua amarezza, che divenne più radicata dopo la sconfitta elettorale della lista autonomista da lui capeggiata in Puglia nelle elezioni per l'Assemblea Costituente, amarezza che non fu punto lenita dalla vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale. Vacillò in quel periodo un caposaldo della sua fede politica, e cioè che dal Mezzogiorno potesse nascere una forza autonoma di riscatto e di rinnovamento, che il Mezzogiorno potesse divenire protagonista e artefice del suo futuro. Con questa delusione nel cuore egli si spense agli inizi del ’47.

Ricordare oggi Guido Dorso con questo convegno, a quaranta anni dalla morte, è non solo un atto di giustizia verso un grande scrittore politico meridionale, ma è una occasione straordinaria per riprendere un tema che è divenuto attuale, dopo una lunga esperienza di intervento straor dinario, e che i partiti sentono di nuovo fortemente come  ineludibile nel prossimo futuro. Quando il libro di Dorso "La rivoluzione meridionale" vide la luce le accoglienze non furono tutte favorevoli. Giustino Fortunato dichiarò francamente il suo apprezzamento, ma anche il suo netto dissenso. Un giovane giornalista conterraneo di Dorso, Adolfo Tino, allora direttore del Giornale d'Italia, scrisse una recensione molto critica. Gli argomenti non erano diversi da quelli usati da Adolfo Amodeo nel giudicare il libro di Gobetti "Risorgimento senza eroi" e da quelli che più profondamente e diffusamente avrebbe a distanza di molti anni usato Rosario Romeo per confutare le tesi di Antonio Gramsci sul Risorgimento.

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Si può dire in grande sintesi che su questi temi vi è stato nella cultura italiana uno sconto tra due "ragioni": quella del rigore metodologico del giudizio storico, alla quale si rifacevano in tempi diversi Tino, Omodeo e Rosario Romeo; e quella delle motivazioni storiche di un progetto politico illuministico volto all'avvenire, che era propria di Dorso, di Gobetti, di Gramsci e perché no, di Luigi Sturzo. Il progetto dorsiano aveva un pizzico in più di utopia, o quindi le motivazioni sto-riche erano più recise. E che si trattasse di due "ragioni" vere, complementari e componibili è dimostrato dal fatto che Omodeo, Tino, Romeo, Gobetti, Dorso non solo appartenevano storicamente allo stesso filone politico, ma finirono per confluire nella stessa parte politica, dettero la loro adesione convinta a formazioni politiche della stessa ispirazione. Fui testimone pochi mesi prima della fine del fascismo di un incontro tra Adolfo Tino, Ugo La Malfa e Guido Dorso, durante il quale Dorso aderì al Partito d'Azione. Tino, La Malfa Dorso, Omodeo si ritrovarono fianco a fianco a combattere la stessa battaglia nel Partito d'Azione, anche se i loro giudizi sulla formazione dello "Stato storico" erano stati diversi.

Ho parlato di una nuova attualità del tema Mezzogiorno, che questo convegno in memoria di Dorso può dibattere e approfondire. È certo che negli ultimi quarant'anni l'Italia è mutata profondamente, e profondamente è mutato anche il Mezzogiorno: rilette oggi, molto tesi dorsiane appaiono del tutto superate, rispetto alla nuova realtà economica, politica e sociale del Paese. Non abbiamo avuto la rivoluzione meridionale, ma fatti rivoluzionari sono avvenuti e l'esodo quasi biblico dalle campagne del Mezzogiorno negli anni Cinquanta e Sessanta; la rivoluzione tecnologica e la ristrutturazione industriale; il decollo di alcune zone del Sud, la tendenza alla europeizzazione e alla mondializza-zione dell'economia italiana.

Tutto ciò è importante e deve essere tenuto presente con realismo; tutto ciò altera i dati tradizionali della questione meridionale. Ma questi elementi nuovi della realtà italiana paiono determinare anche una nuova emarginazione dell'Italia meridionale, una perifericità, una emarginazione rispetto al cuore dell'Europa, che si estende ormai alle nostre regioni sviluppate del Nord, le quali sentono sempre più fortemente il richiamo della integrazione con l'Europa del Nord. Ciò richiede una seria riflessione che, partendo dall'esperienza passata, porti ad una nuova visione delle priorità di una rinnovata azione meridionalistica, che non può affidare al laisser faire e all'autonomismo del mercato la soluzione dei nuovi problemi.

Sarà necessaria una azione politica coerente, che affronti il problema della malavita organizzata, della inefficienza degli enti locali e dell'autonomia, che curi la localizzazione nel Mezzogiorno di importanti centri di ricerca avanzata, che migliori le infrastrutture. Ma tutto ciò è impossibile senza un progetto politico che abbia un obbiettivo preciso: la liberazione delle forze autonome, imprenditoriali e intellettuali del Mezzogiorno, delle energie profonde che nel Sud esistono e che sono le sole potenziali forze propulsive di uno sviluppo meridionale solido e sicuro.

Sotto questo aspetto l'essenza dell'insegnamento di Dorso, da considerare in forme nuove, diverse dal passato, rimane ancora valido: il riscatto del Mezzogiorno è e rimane un problema di dimensione etico-politica, e non è solo un problema di finanziamenti e di risorse. Il Mezzo-giorno deve essere aiutato a trovare in se stesso, nel suo tessuto sociale le potenti leve del progresso, dello sviluppo politico, economico e sociale, de1 pieno inserimento nel circuito europeo. Considerata sotto questa ottica l'opera di Dorso a quarant'anni dalla sua scomparsa appare ancora nella sua ispirazione profonda un patrimonio vivo, comune a tutti i partiti democratici e a tutti coloro che si battono per la causa del Mezzogiorno.

Sono queste, caro Attilio, le riflessioni, esposte in modo un po’ confuso, che avrei detto di persona se mi fosse stato possibile essere presente. Desidero a tuo mezzo inviare a tutti i convenuti e in particolare alla cara Elisa auguri di buon lavoro e felicitazioni vivissime al Centro Dorso per questa nuova prova di vivacità e di efficienza.

 

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