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    14/11/2018

Politica e sviluppo/De Vincenti: «Se non cresce il Mezzogiorno l’Italia non può crescere»

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura5_libromezzog.jpgAVELLINO – Il risveglio del Mezzogiorno, questo il titolo del libro, curato da Giuseppe Coco e da Amedeo Lepore, presentato nel pomeriggio presso il circolo della stampa di Avellino, alla presenza dell’ex ministro per la Coesione territoriale e per il Mezzogiorno, prof. Claudio De Vincenti. Un titolo forse troppo ottimistico a fronte delle reali condizioni della realtà sociale ed economica delle regioni meridionali, come sottolineato in tutti gli interventi che si sono susseguiti, ma che, come recita il sottotitolo, Nuove politiche per lo sviluppo, vuole indicare alla platea dei lettori, siano essi studiosi, amministratori, politici o semplici cittadini, quali politiche attuare per permettere uno sviluppo del Mezzogiorno.

Uno sviluppo che, seppur timido, c’è stato. Lo ha sottolineato con veemenza uno dei due curatori del volume, il prof. Lepore: «Ci sono due modi di guardare al problema del Mezzogiorno – ha spiegato l’economista – uno è quello di vedere la fotografia, come ci viene espressa dai dati. Questa fotografia ci mostra che negli ultimi 20 anni il divario con il Nord è aumentato. L’altro modo, più costruttivo, di guardare al Mezzogiorno è quello di osservare gli sviluppi e le evoluzioni che esso ha subito in questi 20 anni. E non possiamo notare che ci sono stati dei cambiamenti significativi. Altrimenti non si spiega – è stata la sua osservazione – come, a partire dal 2015, il Sud sia cresciuto più del Nord».

Tuttavia i dati dell’Istat ci consegnano l’immagine di «una situazione disastrosa», come l’ha definita l’altro curatore del volume, il prof. Giuseppe Coco. «L’Istat ci fotografa un Mezzogiorno con luci ed ombre. Vi sono delle grandi eccellenze in alcuni settori, ma queste sono accompagnate da un frastagliato e debole tessuto sociale ed economico». Proseguendo su un’analisi di lungo periodo il professore dell’Università di Firenze ha sottolineato come «osservando le variabili economiche notiamo che tra il 2008 e il 2014 si è verificato un arretramento dell’economia del Sud rispetto a quella del Nord. Negli ultimi anni, a partire dal 2014, al contrario, sono state attuate politiche a favore dello sviluppo del Mezzogiorno. E ciò spiega come mai negli ultimi 3 anni il Pil e l’export meridionali siano aumentati rispetto ai valori delle regioni centromeridionali. Ma questo non significa, come ci dicono i dati Istat, che la crisi sia passata. Significa, molto più semplicemente – questa la sua osservazione – che alcune politiche si sono rilevate efficaci e che, quindi, non bisogna abbandonarle, ma occorre, al contrario, puntare su queste, magari rinnovandole pure, permettendo che esse completino la loro azione, che porterà sicuramente, sul medio-lungo periodo, significativi miglioramenti per la situazione economica e sociale del Mezzogiorno».

Fra le principali politiche di sviluppo sulle quali puntare, l’economista Stefano Prezioso della Svimez, ha ricordato l’attuazione delle Zone economiche speciali. «Le Zes – ha affermato – rappresentano uno strumento di sviluppo economico ed industriale molto forte. Esse esistono negli Stati Uniti e hanno permesso lo sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese e della Polonia. Ma quale il loro potenziale per il Mezzogiorno? Esse – questa è la convinzione dell’economista – potrebbero permettere l’infittimento delle aziende produttive al Sud e, in questo modo, tenderebbero a superare il grande problema delle regioni meridionali: la produttività».

Come percepiscono le aziende, gli imprenditori e i cittadini queste politiche? Su questi temi è intervenuto Andrea Giorgio, vicepresidente di Confindustria Avellino, intervenuto in assenza del presidente Giuseppe Bruno, impossibilitato a raggiungere Avellino per impegni pregressi. Giorgio ha sottolineato il lavoro e il risultato che stanno raggiungendo le politiche messe in campo da Carlo Calenda, ex ministro per lo Sviluppo economico, e da Claudio De Vincenti. Tuttavia ha sottolineato come il successo di queste politiche sia lontano dalla percezione dei cittadini. Inoltre, ha evidenziato delle problematiche che ancora persistono per chi vuole fare impresa nel Mezzogiorno.

«Il cancro del Mezzogiorno è la burocrazia. È la burocrazia – secondo Giorgio – ad aumentare il divario tra le regioni meridionali e quelle settentrionali. L’autonomia richiesta dalle regioni settentrionali è appunto una richiesta di sburocratizzazione». Ricollegandosi, poi, alle osservazioni di Prezioso, Giorgio ha sottolineato come «il successo delle Zes non si riscontra tanto nelle agevolazioni fiscali cui vanno incontro le aziende, ma nella mancanza assoluta di burocrazia».

È toccato, infine, all’ex ministro De Vincenti tracciare il quadro della situazione e tirare i fili di una così stimolante discussione. E il suo intervento è partito proprio dalle Zes e, in particolare, da quella prevista in Valle Ufita: «la Zes di Valle Ufita serve a dare uno sviluppo ad una zona interna del Mezzogiorno e lo snodo centrale di questa Zes è la stazione Irpinia. Eppure – ha ricordato – alcune delle forze della nuova maggioranza di governo considerano la stazione Irpinia e, in generale, tutte le infrastrutture, come dannose. Bisogna capire, invece, che le infrastrutture sono fondamentali per lo sviluppo economico di una determinata zona, così come dell’intero Paese. È in questa azione amministrativa quotidiana che si misura la forza e la capacità di un governo».

L’economista ha poi indicato quali politiche attuare, dal suo punto di vista, per permettere lo sviluppo del Mezzogiorno: «Quello che bisogna fare – ha affermato – è l’esatto contrario dell’assistenzialismo. L’assistenzialismo è stato l’oppio del Mezzogiorno. A partire dagli anni ’80, cioè da quando il divario con le regioni meridionali è tornato ad allargarsi, lo Stato centrale ha attuato una politica di distribuzione delle ricchezze, senza interessarsi di come queste risorse economiche venivano utilizzate. È in questo modo che il Mezzogiorno è diventato un problema agli occhi delle regioni settentrionali. E, così, si è andata sviluppando una nuova questione, quella settentrionale, che ha distolto l’attenzione da quella meridionale. La mancanza di politiche a favore del Mezzogiorno – ha chiosato l’ex ministro –  ha permesso una rinascita di uno dei mali del Mezzogiorno, il vittimismo, che adesso è tornato sotto forma di “neoborbonismo”. Bisogna rivendicare che il Mezzogiorno è protagonista della storia d’Italia e che se non cresce il Mezzogiorno l’Italia non può crescere».

Non sono mancate, però, osservazioni autocritiche, in particolare alla luce delle elezioni politiche dello scorso 4 marzo che hanno consegnato l’Italia ad una maggioranza fortemente contraria all’operato dei governi di centrosinistra della scorsa legislatura. «La gente – ha affermato De Vincenti – percepisce più lo stato delle cose che la modifica del cambiato dello stato delle cose. Siamo stati poco attenti a quelle persone che non percepiscono tale cambiamento o che ne saranno toccate soltanto in un futuro prossimo. Bisogna far comprendere al popolo meridionale che esso può essere protagonista. Il populismo – questa è stata la sua ultima osservazione – vince se il popolo non alza la testa. Un popolo protagonista non si fa guidare dalle illusioni populiste».

Il dibattito, coordinato dall’onorevole Luigi Famiglietti, ha visto una grande partecipazione di pubblico. Presenti, fra gli altri, l’ex senatore Enzo De Luca, il presidente dell’Alto Calore Lello De Stefano, l’onorevole Umberto Del Basso De Caro e numerosi rappresentanti delle istituzioni locali.

 

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