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    23/07/2018

Nel libro di Riccardo Sica storia ed arte della chiesa di San Francesco Saverio

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La copertina del libro e la chiesa di San Francesco SaverioAVELLINO – Ogni civiltà ha luoghi e monumenti che si rivelano simboli di una religiosità popolare, talvolta espressa da secoli. Nella cristianità sono i luoghi di aggregazione e di preghiera dei fedeli a svolgere tale funzione. Chiese e santuari rappresentano il punto di riferimento per comunità grandi e piccole, che nell’edificio di culto rinvengono il simbolo di un’appartenenza, che non è solo religiosa, ma anche civica. Da questo punto di vista, la città di Avellino presenta una propria peculiarità. Non esiste, infatti, nel capoluogo irpino un luogo di culto che, più di ogni altro, simboleggi la religiosità popolare della città. Le chiese più importanti, a partire dal Duomo, sono legate ad un contesto territoriale limitato. La parrocchia costituisce l’unico contesto territoriale di riferimento, sicché al viaggiatore che visiti la città e domandi quale sia l’edificio che meglio rappresenti la comunità religiosa non resterà che prendere atto che ve n’è più di uno e che, però, nessuno può ergersi a luogo-simbolo della religiosità popolare.

Non si può, dunque, che partire dal culto (o, meglio, dai culti) per stabilire quali siano le chiese e gli edifici di culto a cui i fedeli avellinesi sono più legati. E, in tal senso, il rilievo attribuito ai singoli culti nella scala gerarchica della religiosità popolare non può che determinarsi in base alle manifestazioni esterne di una fede, che spesso viene contaminata da elementi e suggestioni che non sempre rientrano nell’alveo della maturità e della consapevolezza. Le processioni, soprattutto, rappresentano una delle manifestazioni più importanti della fenomenologia della religiosità popolare. Ad Avellino due sono quelle che coinvolgono più intensamente la comunità in nome di due culti molto diffusi: quello per Maria Assunta e quello per Santa Rita. E se il primo trova nel Duomo il suo luogo fisico di riferimento, il secondo ha come punto di riferimento la chiesa di Santa Rita.

Ad essa è dedicato l’ultimo libro di Riccardo Sica, “Arte e fede nella chiesa di San Francesco Saverio ad Avellino – I dipinti, le statue, i pastori”, edito per i tipi della casa editrice “La Stamperia del Principe Gesualdo”. L’autore, personalità poliedrica (è, infatti, artista, ma anche storico dell’arte, docente e pubblicista), con il supporto di altri studiosi (don Antonio Dente, Antonio Polidoro, Armando Montefusco, Francesco Barra, Alberto Iandoli) confeziona una pubblicazione interessantissima e pregevole, che svela al lettore la storia e le ricchezze artistiche di una chiesa che, conosciutissima come luogo di culto, è probabilmente meno nota per il suo valore monumentale. La sua stessa dedicazione è poco conosciuta. Seppure luogo simbolo del culto di Santa Rita, essa è dedicata a San Francesco Saverio. Come nasce l’equivoco? La risposta si rinviene nel contributo di Alberto Iandoli (“Storia del culto di Santa Rita in Avellino”).

Il culto di Santa Rita, già presente ad Avellino dal Settecento e “localizzato” presso la chiesa di San Generoso a Porta Puglia, “trasmigrò” presso la chiesa di San Francesco Saverio negli anni Trenta del secolo scorso ad opera di don Consiglio Borriello, all’epoca rettore della chiesa. E, infatti, le prime tracce di funzioni in onore di Santa Rita presso la chiesa di San Francesco Saverio risalgono al 1936, allorquando, stante l’inagibilità della chiesa di San Generoso, il culto avellinese della Santa di Cascia si trasferì presso l’edificio di culto che tuttora lo “ospita”.

La migrazione non fu indolore. Negli anni successivi ben due processioni venivano dedicate a Santa Rita. Una partiva proprio dalla chiesa di San Francesco Saverio (detta processione della “Santa Rita grande”); l’altra prendeva le mosse, invece, dalla chiesa di San Generoso (detta processione della “Santa Rita piccola”). Le due statue si incontravano davanti alla chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, in Corso Umberto I, dove i fedeli assistevano commossi. Da quegli anni in poi il culto di Santa Rita si è definitivamente localizzato presso la chiesa di San Francesco Saverio che, come già scritto, per certi versi ne è stata quasi travolta. Nota, infatti, come luogo in cui i fedeli della Santa di Cascia trovano il punto naturale di aggregazione, rischia di essere meno conosciuta per i tesori d’arte che essa racchiude e conserva.

E il merito fondamentale di Riccardo Sica è proprio quello di proporre al lettore le varie opere d’arte presenti nella chiesa, a partire dall’organo, a cui è dedicato il pregevole contributo di Antonio Polidoro (“L’organo positivo nella chiesa di San Francesco ad Avellino”), che si diffonde in modo puntuale anche sulla storia e le vicende dell’organaria nella città di Avellino. E, ancora, un doveroso rilievo è dato al presepio settecentesco, donato da don Giuseppe Greco, rettore della chiesa tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

L’autore si premura di catalogare tutti i pastori (riprodotti fotograficamente uno ad uno), attribuendone la paternità a vari autori sulla base dell’analisi stilistica e dell’esame iconografico delle statuine. Il presepio è parte integrante del Museo della chiesa realizzato nel 2006, in cui sono in mostra sculture lignee rinascimentali, lapidi marmoree di interesse storico e rari paramenti liturgici. Tra le opere d’arte si segnalano i numerosi e pregevoli dipinti e, in particolare, il Ritratto di San Carlo Borromeo (donato da Federico Borromeo a Carlo Gesualdo) di autore ignoto ma probabilmente appartenente all’area borromaica, il San Luigi Gonzaga (attribuito ad autore ignoto o a Saverio Persico), La Vergine tra San Gioacchino e Sant’Anna di Fedele Fischetti. Ma molte altre sono le tele conservate nella chiesa di San Francesco Saverio, attribuite a pittori della scuola di Paolo De Matteis e ad altri artisti del Settecento operanti ad Avellino e in tutta l’Irpinia (Teresa Palomba, Domenico Guarino, Angelo Mozzillo).

Anche da questo punto di vista l’opera di Sica è particolarmente meritoria. Egli, infatti, propone interessanti analisi per ogni dipinto, rivelando in modo puntuale lo stile e le caratteristiche di ogni autore. Per le tele più importanti si dedica anche alla ricostruzione delle vicende storiche che le videro coinvolte. A tal riguardo, è particolarmente interessante l’esposizione della storia del Ritratto di San Carlo Borromeo. Come è noto, la famiglia del Santo era imparentata con quella del Principe di Venosa, che chiese al cardinale Federico Borromeo di inviargliene un ritratto, che probabilmente è proprio quello conservato nella chiesa di San Francesco Saverio. Per Sica, storico e critico d’arte, l’illustrazione dei dipinti costituisce anche l’occasione per diffondersi su alcune scuole pittoriche settecentesche, e su quella di Paolo De Matteis in particolare, così da offrire al lettore una pregevole divagazione lungo i percorsi della storia della pittura nell’Italia meridionale del XVIII secolo. Analoga cura l’autore presta alle sculture, tra cui la più popolare è certamente quella di Santa Rita, che, peraltro, risale ad un passato recente, essendo stata realizzata nel 1938 presso una bottega artigiana di Lecce ad opera (probabilmente) di Raffaele Della Campa.

È, però, riduttivo rappresentare il volume di Riccardo Sica come una sorta di catalogo delle opere d’arte raccolte nella chiesa di San Francesco Saverio e nel Museo ad essa annesso. Il libro, infatti, contiene, come già in parte precisato, saggi di pregevole valore, che, prendendo le mosse dalla ricostruzione delle vicende della chiesa, si allargano fino a ricomprendere la storia recente di tutta la Chiesa avellinese. Basti considerare, al riguardo, il saggio di Armando Montefusco e Francesco Barra (Storia della chiesa di San Francesco Saverio nota come “Chiesa di Santa Rita”) ed il contributo, già menzionato, di Alberto Iandoli (Storia del culto di Santa Rita in Avellino).

Da ultimo, particolarmente interessante è il saggio introduttivo (Arte, Magistero e Pastorale) in cui l’attuale rettore della chiesa di San Francesco Saverio, don Antonio Dente, chiarisce la funzione dell’arte sacra in rapporto all’esercizio del magistero della Chiesa: “la Chiesa, nel corso dei secoli, ha sempre coltivato lo splendore dell’arte, non solo per rendere accoglienti i suoi templi ma anche per aiutare i fedeli a incontrare Dio, attraverso la bellezza”.

 

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