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    20/01/2019

Anticlericali e filoborbonici nell'Irpinia del dopo Unità

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Casa Mancini con la chiesa di S.Maria delle Fratte. In basso, i vescovi Gallo e CaputoL’avvocato Rocco Mercuro, esponente importante della massoneria avellinese, ebbe diversi ruoli nelle vicende irpine verificatesi a ridosso dell’unificazione. Fervente liberale, fu, infatti, pubblico accusatore presso il giurì istituito per l’individuazione dei responsabili delle sanguinose reazioni filo borboniche di Montemiletto e Torre le Nocelle del 1860 (L’Irpinia n. 20 del 25 novembre 2011). Ebbe un ruolo anche nelle attività di contrasto alle insurrezioni del 1861, in quella di Montefalcione, in particolare.

Le sue posizioni (fondò nel 1867 un periodico, il Carlo Poerio) furono convintamente anticlericali e, soprattutto, di forte avversione verso il diffuso trasformismo dei notabili, che contrastò con tenacia. Fu amico di Pasquale Stanislao Mancini del quale curò vari interessi nella qualità di avvocato e con il quale ebbe varia corrispondenza. Proprio a quest’ultimo, nel maggio del 1861, il 29, inviò una lettera, conservata presso il Museo Centrale del Risorgimento, che, sia pure riferita a vicende particolari,  lascia emergere quanto fosse alta la tensione in un’Irpinia ancora pervasa di forti sentimenti filo borbonici, preda della confusione e del gioco degli opportunismi da parte dei notabili: una situazione che doveva ancora causare giorni di lutto.

“…Qui stiamo - scriveva nella lettera - in agitazione a causa dei preti, i quali si sono negati a prestare il loro concorso nella festa nazionale del 2 giugno avendo avuto istruzioni segrete dal degnissimo prelato, che da Torino fulmina sospensioni a divinis.  Onde avere almeno un sacerdote per le funzioni nella Chiesa, perché questa plebe vi dà molta importanza, si è pensato domandare al Cappellano Maggiore di Casa Reale, perché si degni far dipendere da lui il Cappellano della nostra Guardia Nazionale, Sig. Don Filippo Bruno, acciò questi faccia l’occorrente nel giorno della festa nazionale, e senza esser soggetto a questa curia vescovile. Se vuol benignarci spendere una parola per l’approvazione di tale domanda, renderebbe un gran favore a questa città”.

La vicenda a cui si riferisce Mercuro è quella del vescovo Francesco Gallo che tenne, come è noto, una posizione di irriducibile contrasto al nuovo regime, fino addirittura a subire, dopo essere stato arrestato dal generale Topputi il 22 febbraio del 1861, una “deportazione” a Torino.  Lo stesso, nell’episodio riferito nella lettera, aveva proibito la celebrazione di funzioni religiose per la festa dello Statuto del 2 giugno minacciando la sospensione a divinis per i sacerdoti che avessero violato la prescrizione. Per risolvere il problema Mercuro aveva pensato di chiedere a Mancini un intervento presso il cappellano maggiore di Casa Reale, altra vecchia conoscenza delle vicende irpine! Si tratta infatti di Michele Caputo, accreditato come liberale, personaggio estremamente controverso, ex vescovo di Ariano, scacciato dalla popolazione con una rivolta le cui cause restano in parte non chiarite.  Si può ritenere tuttavia che le funzioni religiose per la ricorrenza furono poi effettivamente celebrate se, come risulta, con decreto del 13 giugno successivo alcuni sacerdoti furono sospesi a divinis.

“Il latore della presente – continua ancora Mercuro nella lettera -  è Giovannantonio Cipriano di Guardia Lombardi, Capitano della Guardia Nazionale, il quale ha reso importanti servigi alla rivoluzione ed ora è sottoposto a giudizio criminale per aver scoperto una comitiva di briganti e per aver arrestato molti di essi che scorrevano le campagne. Intanto, poiché si vedevano complicati in questi fatti dei gentiluomini che erano stati chiamati nelle confessioni degli arrestati, si è pensato con i soliti intrigamenti di attenuare siffatte confessioni dicendo che furono estorte con violenza, che gli arrestati ebbero a soffrire  sevizie e che infine bisognava punire il Capitano della Guardia Nazionale.

La Gran Corte, composta di vecchi elementi, pensò sospendere la istruzione per i furti che si erano consumati dai ladri, accordare a questi la libertà provvisoria e sottoporre ad istruzione criminale il Capitano della Guardia Nazionale.

Fu delegato un giudice della Gran Corte per questa istruzione, cioè il signor Landolfi, magistrato del Borbone che presentemente funziona da Presidente, e questo giudice cerca appesantire la sorte del Capitano Cipriano per giustificare la scarcerazione dei ladri. Se creda ordinare che la istruzione sia ricominciata e condotta al suo termine da altro magistrato, certo, le verità risplenderebbe e la giustizia avrebbe raggiunto il suo scopo”.

Una storia inverosimile ma non improbabile in un tempo in cui capitava che l’amministrazione della giustizia risentisse fortemente per il tipo di schieramento politico dei giudici; situazione della quale soffriva evidentemente lo stesso Mercuro.

“In quanto alla mia situazione presente – scrive, infatti, Mercuro parlando di sé -  è mestieri farle palese che ai danni sofferti dalla rivoluzione si debbono ora aggiungere quelli che mi vengono dalla Gran Corte, poiché quei magistrati da me salvati dalla furia del popolo e da me perseguitati per la escarcerazione   del famoso reazionario Leopoldo Zampetti, ora fanno le loro vendette.

Cause politiche non ne posso difendere, per aver funzionato da istruttore in tutte le reazioni scoppiate in questa Provincia. Cause per reati comuni che a me si affidano per la difesa le perdo tutte con una maggioranza di quattro voti sopra due! Dunque?  Dovrò emigrare dopo di aver reso importanti servigi alla causa italiana, col pericolo della vita e colla perdita delle proprie sostanze? Per la giustizia prego a prendere in serie considerazioni l’attuale mia posizione. Sono con sentimenti di devota stima Rocco Mercuro.”

L’intransigenza e l’amore per la verità con cui aveva svolto l’attività di repressione verso i mandanti delle rivolte producevano i loro effetti.  E, forse, proprio per i servizi resi alla causa dell’unificazione, nel 1863 Mercuro sarà nominato sostituto procuratore del re prima a Chieti e poi, l’anno dopo, a Vallo della Lucania. Trasferito successivamente in Sicilia, preferirà dimettersi dall’incarico e tornare al lavoro di avvocato nella sua terra .

 

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