AVELLINO – Anche se l’autrice di questo memoir, la farmacista di Pontelandolfo Adele Gentile, attribuisce al suo segno zodiacale, i Gemelli, la duplicità del proprio essere e le modalità contraddittorie del suo agire, noi lettori del libro (Il compagno di viaggio, Benevento, Kinetès Edizioni, 2025), sapendo di trovarci di fronte a una donna dai solidi studi scientifici e umanistici, che afferma consapevolmente di affidarsi alla scienza e alla ricerca piuttosto che alla fede, rinneghiamo a nostra volta la professione di astrologhe per concentrarci sulle ragioni profonde delle ambiguità che contraddistinguono le scelte dell’io narrante, presenti in ogni essere umano.
“Io sono io e la mia circostanza” scriveva, agli inizi del Novecento, il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. Nessun conforto, della ragione o della religione, dell’ideale politico o dell’interesse artistico, può alcunché per la singola esistenza, al di là delle casuali circostanze in cui è stata gettata. Riprendo quest’ultimo termine dalla filosofia di Heidegger: secondo il discusso filosofo tedesco, il nostro “essere per la morte” (Sein zum Tode) spiega tutta l’arbitrarietà e l’irragionevolezza del nostro destino. Circostanza che dispiega tutta la sua malefica potenza quando restiamo vittime di una malattia, quella, in particolare, che, per la sua aggressività e apparente invincibilità, ha per lungo tempo rifiutato anche una denominazione inequivocabile, sostituita con perifrasi, allusioni o eufemismi. È lei l’innominato compagno di viaggio del titolo, intruso rifiutato all’inizio dall’incredulità e dal terrore, che pure a una “donna forte”, come è ritenuta la protagonista, rendono insonni le notti e oziosamente vuoti i giorni.
Eppure, come ha scritto la poetessa Chandra Livia Candiani, “Lasciarsi far male dalla vita apre porticine segrete, proteggersi troppo chiude in una casa senza finestre”. Adele sfugge alla claustrofobia della condanna attraverso l’intelligenza e la difesa delle proprie scelte; scopre di mantenere intatte le risorse note e che altre ne possiede senza saperlo: manualità che accompagnano le vocazioni di sempre, lettura, musica, ballo, amicizie, cucina, viaggi…Tutto si ripresenta con l’allegria e la volontà della propria natura, anche se può parere artefatta, mentre la condivisione del dolore con un ristretto novero di persone amiche e amate ne riduce il peso, e la fiducia nella medicina, non astratta ma personificata in dottori bravi e aggiornati, e soprattutto umani, apre di nuovo la prospettiva del futuro, che sembrava invece annullato. Adesso la portatrice della malattia si fa volentieri “cavia” di un farmaco sperimentale, innovativo (che l’Adele farmacista non manca di illustrarci scientificamente…), farmaco che nel racconto adempie le funzioni di quello che, nelle categorie della fiaba di Vladimir Propp, è l’oggetto magico donato all’eroe perché possa completare il suo destino vittorioso: il “farmaco miracoloso”, che di miracolo non ha nulla, ma testimonia piuttosto dei progressi inarrestabili della scienza.
Narrazione fatta di riflessioni e ricordi (molto commossi i capitoli sulle amiche, sull’infanzia nel paese d’origine, Morcone, in provincia di Benevento, sul proseguimento degli studi medi in un bellissimo quanto odioso collegio di suore a Napoli, e infine quello sulla figura del padre, l’indimenticabile dottor Girolamo amato da tutti i suoi pazienti), il breve ma denso testo di Adele Gentile, come tutti quelli che trasformano la tacita memoria in parola scritta, si è prestato a rielaborazioni che escludono l’assoluta oggettività, perché ciascun soggetto che scrive opererà, in maniera consapevole o inconscia, soppressioni, integrazioni, censure o enfatizzazioni del proprio vissuto, vuoi per aggirare episodi troppo dolorosi vuoi per “abbellirli” esteticamente, dando loro una veste letteraria. Tutte queste scritture, però, si dibattono fra due volontà uguali e contraddittorie, quella di dire tutto e quella di non saperlo fare, perché non si trovano “le parole per dirlo”. In ogni caso le parole devono essere trovate, sia come terapia privata sia come debito assolto verso tutti coloro che hanno aiutato a rintracciarle.
Nella condizione del malato il tempo cambia ritmo, è insieme rallentato e accelerato, e sempre ti costringe a modificare senso e direzione dello sguardo sul mondo. In un romanzo molto evocato durante la pandemia di Covid, La peste, Albert Camus scriveva: “Se oggi la peste vi guarda, vuol dire che il momento di riflettere è venuto”.
La malattia siamo noi e noi ne saremo la cura.
