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    20/05/2019

L’internamento civile a Mercogliano, il libro-testimonianza di Di Nardo

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura2_internati_14.jpgMolti storici hanno dedicato attenzione alla storia del fascismo in Irpinia, proponendo contributi pregevoli ed in molti casi originali. Tra i più interessanti sono certamente quelli riguardanti le vicende dei perseguitati del regime. Come è noto, la provincia di Avellino fu individuata, unitamente ad altre province appenniniche dell’Italia centromeridionale, quale area privilegiata di destinazione per soggetti ritenuti “scomodi” per i motivi più vari. Dopo l’attentato subito dal Duce ad opera del giovane bolognese Anteo Zamboni nel 1925, la polizia fascista fece ampio ricorso al cosiddetto “confino di polizia” col quale destinava ad una sorta di domicilio coatto quegli oppositori (o presunti tali) del regime che, lungi dal commettere reati specifici, si erano limitati ad esprimere opinioni e valutazioni contrarie a quelle dettate dalla ideologia imperante. Il fenomeno assunse proporzioni più ampie e significative tra la metà degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta, in coincidenza con il verificarsi di alcuni eventi di straordinaria importanza, e, soprattutto, nell’ordine: la guerra abissina, le leggi antirazziali, l’entrata dell’Italia in guerra. All’istituto del confino se ne aggiunse un altro analogo, l’internamento civile. In alcuni casi gli “internati” venivano ristretti in apposite strutture (i “campi d’internamento), che in Irpinia erano ubicati a Solofra, Monteforte ed Ariano; in molti altri casi venivano costretti a soggiornare in alcuni specifici comuni, subendo notevoli restrizioni negli spostamenti e nell’esercizio di ogni tipo di attività.

Tra i 33 Comuni irpini che ospitavano gli internati v’era Mercogliano, in cui visse un’ampia comunità di soggetti che il regime riteneva ostili o pericolosi. A questa anomala e singolare comunità è dedicato un volume di Francesco Di Nardo, “L’internamento civile a Mercogliano (1937-1945)”, recentemente pubblicato per i tipi della casa editrice “Il Terebinto”. Sin dalle prime pagine emerge la peculiare (e persino sorprendente) presenza di variegate categorie di internati. Oltre a quelli politici, Mercogliano ospitava anche gli internati etiopi, quelli stranieri e, infine, quelli di razza ebraica. I primi appartenevano ad alcune famiglie aristocratiche abissine che dopo la presa di Addis Abeba (5 maggio 1936) furono deportate in massa in Italia nell’ambito della feroce repressione scatenata dal Maresciallo Graziani che le riteneva ostili. I ricordi di Di Nardo (all’epoca poco più che adolescente) e la preziosa documentazione riportata nel volume testimoniano i disagi subiti dalle decine di etiopi “mercoglianesi”, ricoverati in parte nell’abbazia di Loreto (gli uomini) in parte nell’orfanatrofio delle Suore Benedettine (le donne). Catapultati in un habitat socio-culturale assolutamente estraneo, il loro spazio vitale si riduceva alle mura dell’abbazia o dell’orfanatrofio da cui potevano allontanarsi solo per poche centinaia di metri. In realtà, il periodo di internamento fu per loro relativamente breve; durò solo alcuni mesi, che, però, furono certamente bastevoli a segnare la loro condizione psicologica, già minata dalla guerra.

Più lunga, invece, fu la durata dell’internamento degli stranieri e dei politici. I primi lo subirono in coincidenza con l’entrata in guerra con l’Italia, allorquando la semplice appartenenza ad una Nazione belligerante nello schieramento opposto a quello dell’Asse determinava l’adozione di una misura di restrizione della libertà personale. A Mercogliano convennero cittadini di vari Paesi europei: inglesi, slavi, olandesi. In quasi tutti i casi il loro tasso di pericolosità era pressoché nullo per il regime, che, ciononostante, li assoggettava ad insopportabili disagi. Commovente, ad esempio, è la storia delle anziane sorelle inglesi Warren, calate – loro malgrado – in un contesto nuovo ed ostile. Ed altrettanto commoventi sono le vicende degli altri stranieri internati, che emergono dalle loro schede personali riportate dall’autore. Storie di malattie croniche, di decessi prematuri, di miseria e – in definitiva  di dignità calpestata. A questi malcapitati non restava che una passeggiata lungo viale San Modestino, unico diversivo in tante giornate vissute in una condizione di avvilita prostrazione psicofisica. Eppure, tra loro si celavano professionisti, artisti, uomini e donne di cultura, che, malgrado gli ostacoli frapposti da alcuni miopi dirigenti fascisti, tentavano di continuare ad esercitare le loro attività, anche a beneficio della popolazione mercoglianese.

I mercoglianesi, a loro volta, rispetto ai nuovi venuti oscillavano tra la diffidenza e la gratitudine. La prima, dettata dalla loro condizione di “nemici” del regime e dalla diversità delle loro abitudini e comportamenti; la seconda, indotta dai benefici tratti dalle attività esercitate (quasi sempre a titolo gratuito) da alcuni internati, e – soprattutto – dai medici che dimostravano particolare disponibilità anche nei confronti delle fasce più deboli della popolazione. Tra gli internati più popolari v’erano sicuramente quelli “politici”, in gran parte socialisti, comunisti e repubblicani. In alcuni casi si trattava di personalità che avrebbero recitato un ruolo di spicco nell’Italia repubblicana. Tra tutti, Aldo Spallicci, medico romagnolo, che sarebbe stato parlamentare dal 1946 al 1958 nelle file del Pri. E proprio a Spallicci l’autore, che ebbe modo di conoscerlo personalmente, dedica una sezione dell’opera, in cui viene riportato il diario che egli scrisse durante la sua permanenza a Mercogliano, che si protrasse dall’aprile del 1941 all’agosto dello stesso anno. I ricordi dell’autorevole internato testimoniano lo stato di profonda prostrazione economica e socio-culturale in cui versava il paese che l’ospitava, in un’alternanza di giudizi sferzanti sugli uomini e di descrizioni ammirate dei paesaggi e delle opere d’arte.

Infine, l’ultima parte del libro ospita i ricordi di Di Nardo, che, dopo aver ricostruito le storie degli internati civili a Mercogliano, ripercorre gli anni del suo internamento in Germania. Anche da queste pagine emerge un’umanità dolente, ineluttabilmente travolta da una tragedia senza pari che avrebbe segnato il futuro dell’Europa. Tra le vittime evocate dall’autore troviamo anche la popolazione delle città e dei villaggi che circondavano il campo in cui era stato internato. Stupisce la forza d’animo dell’autore, che, pur tra mille sofferenze, continua a coltivare speranze e sentimenti che lo porteranno persino a fraternizzare con alcuni civili tedeschi, anch’essi vittime della follia nazista e delle indicibili devastazioni che essa provocò – direttamente o indirettamente – nell’intera Germania.

Il volume non è un saggio storico. Anzi, lo stesso Di Nardo nella nota introduttiva precisa di non aver “inteso fare lavoro di storico”, ma – piuttosto – di aver voluto fornire agli storici un materiale prezioso per ricostruire profili ed aspetti poco conosciuti della nostra storia locale. E se questo è l’intento dell’autore, gli va dato atto di aver raggiunto pienamente l’obiettivo, grazie ad un lavoro certosino di ricerca e raccolta rigorosa di una documentazione “dimenticata” negli archivi del Comune di Mercogliano e dell’Istituto delle Suore Benedettine. Peraltro, lo stile ed il linguaggio usati dal Di Nardo rendono agevole la lettura anche a chi non sia sufficientemente addentrato nella conoscenza delle complesse vicende delle persecuzioni perpetrate dal regime fascista. Anzi, l’autore ha il merito di riscoprire e divulgare eventi nefasti del nostro Novecento che, purtroppo, investirono anche l’Irpinia e la sua gente.

 

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