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    18/04/2021

Classe politica e crisi di fine Ottocento nel carteggio Di Marzo-Fortunato

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Donato Di Marzo e Giustino FortunatoContinuando la meritoria opera di riscoperta degli incroci tra la storia locale e quella del nostro Paese, la casa editrice “Il Terebinto” propone un nuovo volume, “Carteggio (1891-1910 – Donato Di Marzo-Giustino Fortunato”, curato dal prof. Vincenzo Barra e dedicato alla corrispondenza intercorsa tra i due uomini politici. Le centoquarantasette missive, raccolte nell’archivio Di Marzo, sono inedite. Alcune furono indirizzate da Fortunato ai familiari del suo amico Di Marzo (il fratello Michele ed il nipote Vito). Altre sono semplici cartoline o telegrammi. Tutte, però, squarciano il velo su interessanti scenari (anch’essi parzialmente inediti) su alcune vicende politiche locali e nazionali, e, soprattutto, sul rapporto tra i due politici e sui rispettivi profili umani e psicologici. L’uno (Di Marzo), equilibrato, sereno e sicuro: “La tua (ndr, fotografia) … col tuo sorriso espansivo della bella e buona salute, co’ tuoi occhi vividi e indagatori, che rivelano la serenità diventata carattere, temperamento, sangue, tanto da aver la convinzione della propria sicurezza”; così lo dipinge Fortunato nella lettera 133. L’altro (Fortunato), “Impulsivo. Spesso porta odii istantanei e risoluzione di propositi fermi, che non mantiene … Corrivo a imbronciarsi anche per piccole cose … Soggiace alle impressioni. È vanaglorioso, ma diffidentissimo di sé. Piacevolissimo nella conversazione, facile nel rispondere, umorista spesso mordace, gioviale, infantile alle volte. Mente più coordinatrice che inventiva. Intuito pronto e comprensivo, temperamento di artista”: questi è Giustino Fortunato nelle parole di Donato di Marzo (lettera 178).

Cosa avevano in comune, quindi, due personalità così diverse? Dal punto di vista umano, la capacità d’intendersi immediatamente, di riconoscersi fratelli l’uno dell’altro, che pur “isolati nel pensiero e ognuno vivendo per proprio conto … fratelli di elezione; … due fratelli, i quali oramai si capiscono a una intonazione, a un batter di palpebre, a un solo movimento di pupille” (lettera 133). Probabilmente, però, quel che più accomunava i due politici era la tensione ideale, che si traduceva, a sua volta, nella piena consapevolezza dell’importanza del loro ruolo istituzionale cui era indissolubilmente connessa la grave responsabilità assunta nei confronti del territorio e degli elettori. Merce rara, ora come allora. E questa comunanza di valori era ancora più importante e significativa in un periodo storico assai tormentato dal punto di vista politico.

Proprio dal carteggio emerge la preoccupazione per gli sviluppi dello scandalo della Banca Romana, che segnò profondamente la vita politica e parlamentare della fine dell’Ottocento. I fatti sono noti: la Banca Romana, che all’epoca insieme ad un pool di altre banche private godeva del privilegio di stampare le banconote correnti, ne produsse in quantitativi superiori a quelli dovuti, dando luogo all’alterazione della normale e corretta circolazione del contante. La speculazione fu causata dalla necessità di coprire i debiti contratti da vari notabili dell’epoca. Ne rimasero travolti non solo i vertici della Banca (in primis, il governatore Bernardo Tanlongo, che sedeva anche tra i banchi del Senato del Regno), ma anche alcuni autorevoli esponenti del mondo politico (il deputato Rocco De Zerbi decise addirittura di suicidarsi), tanto da determinare – alla fine – le dimissioni del governo Giolitti. Ovviamente uno scandalo di tale portata, che, peraltro, ebbe un’eco considerevole anche nell’opinione pubblica, suscitò lo sdegno di Di Marzo e Fortunato. E, tuttavia, i due, a differenza di altri parlamentari, non cedettero alla tentazione di strumentalizzare la vicenda per tentare una scalata alle posizioni di vertice delle istituzioni. Anzi, fu grande il tormento interiore che traspare da alcune lettere di Fortunato che, eletto tra le file della maggioranza parlamentare (e, quindi, dei “ministeriali”), era combattuto tra il rispetto del vincolo del mandato e la coerenza con quei valori di onestà e trasparenza che segnavano la sua attività politica. Con Di Marzo condivise la sua lucida analisi: Io convengo col “Corriere”, che, onestamente, noi della Maggioranza dovremo cadere o vincere col Giolitti. Ma possiamo esser paghi, in coscienza, di noi stessi? E potremo durare a lungo in tanto e così aspro dissidio col paese, che invoca, epiletticamente come al suo solito, la rovina del Ministero?” (lettera 11). Altrettanta lucidità dimostrò sulla “incapacità” (sua e di Di Marzo) di adeguarsi all’andazzo parlamentare: “Noi due, te ed io, noi due siamo né ambiziosi né vanitosi: l’ambizione, per noi così poveri di fibra, è un peso; la vanità, per noi uomini d’ingegno, è un non senso. Non uomini superiori né imbecilli, Montecitorio è per noi un carcere”. L’epilogo della vicenda è noto. Dopo lo scandalo fu istituita la Banca d’Italia e le banche private non poterono più stampare banconote; Giolitti, prima che si aprisse il dibattito parlamentare che avrebbe determinato la caduta del suo governo, si dimise, risolvendo, tra l’altro, anche i dubbi e le incertezze di tanti onesti parlamentari “ministeriali”, tra cui Giustino Fortunato.

Non solo i grandi temi di politica nazionale si affacciano nelle pagine dell’epistolario. Dalle lettere fanno capolino anche le questioni di politica locale, spesso viste da un osservatorio privilegiato, quello di Montecitorio. Non di rado i successi elettorali dei due politici, soprattutto quelle di Di Marzo, si incrociarono con le manovre ostili dei palazzi romani. Il deputato irpino, in particolare, in più occasioni fu osteggiato da Nicotera e, però, trovò un supporter autorevolissimo (soprattutto in Irpinia) in “re Michele”, quello stesso Michele Capozzi che aveva ingaggiato con Francesco De Sanctis un duro scontro mirabilmente descritto nel “Viaggio elettorale”. E, tuttavia, tra le questioni locali trattate nel carteggio una sembra assumere un rilevante interesse, anche alla luce delle scelte più recenti nel settore delle politiche dei trasporti regionali. Si tratta della realizzazione delle cosiddette “Ferrovie Ofantine”, di quelle linee ferroviarie, cioè, che avrebbero dovuto attraversare le “terre dell’osso”, collegando Avellino al Melfese e alla Daunia. Nella seconda metà dell’Ottocento lo sviluppo sociale, economico e culturale correva lungo i binari, e ancor più nelle aree interne dove le strade rotabili erano spesso impervie ed impraticabili in alcuni periodi dell’anno.

La politica dei vari governi sabaudi in materia di ferrovie prevedeva che gli investimenti necessari alla costruzione delle opere fossero condivisi dallo Stato e dagli enti locali. In proporzione diretta alla importanza attribuita alle linee da realizzare cresceva l’entità dell’intervento statale. Per le linee meno importanti (e tali erano considerate quelle che avrebbero dovuto attraversare l’Irpinia) era, invece, prevista una significativa partecipazione dei comuni al reperimento dei fondi necessari per la realizzazione. Successivamente, a partire dal 1879, gli investimenti statali aumentarono, in modo da consentire la realizzazione delle linee minori, tra cui la “Avellino-Ponte Santa Venere”, che avrebbe collegato il capoluogo irpino a Rocchetta Sant’Antonio. Reperiti i fondi per la costruzione della ferrovia, l’attenzione dei politici (e, tra questi, in prima linea Donato Di Marzo) si spostò sul tracciato. Varie lettere del carteggio sono dedicate alle dispute tra i vari comuni per ottenere il privilegio di ottenere il collegamento con la linea ferroviaria. Due erano le opzioni: il percorso ufitano, così denominato perché avrebbe attraversato la Valle dell’Ufita e da lì raggiunto la Puglia; ed il percorso dell’Alta Irpinia, che avrebbe congiunto i comuni ubicati lungo la direttrice ofantina vera e propria. Prevalse la seconda scelta, che fu propugnata con forza e convinzione da Donato Di Marzo. Nelle sue lettere la descrizione dei colloqui con le autorità ministeriali si alterna a quella delle ostilità manifestate dai rappresentanti dei Comuni ufitani e dei loro maneggi per favorire la scelta del primo percorso. Gli irpini, e gli avellinesi in particolare, riconobbero i meriti di Di Marzo, che, senza volerlo, suscitò le invidie ed i risentimenti di qualche altro parlamentare irpino che pure pretendeva di essersi speso per la causa “ferroviaria”.

Ancora una volta, insomma, le pubblicazioni della casa editrice “Il Terebinto” riscoprono storie e personaggi della storia irpina più o meno recente, offrendo spunti di riflessione e di approfondimento anche ai lettori meno adusi a frequentare le pagine dei libri di storia. Quest’ultima opera, peraltro, si segnala anche per la preziosa introduzione del curatore, prof. Vincenzo Barra, che, prendendo le mosse dalla corrispondenza intercorsa tra i due politici, ne delinea acutamente il carattere ed il ruolo svolto nella società del tempo. È scontato, quindi, l’invito alla lettura di un’opera che, benché specialistica, consegue ottimi e meritori risultati sotto il profilo della divulgazione.

 

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