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    20/11/2017

Avellino, al Godot il concerto di Miles Cooper Seaton

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Spettacoli5_miles.jpgAVELLINO – Domenica prossima, alle 22, al Godot Art Bistrot di Avellino un altro grande evento: sul piccolo palco di via Mazas arriva il compositore, cantante e polistrumentista americano, Miles Cooper Seaton, accompagnato per l’occasione da Tobjah (C+C Maxigross) e Alessandro Cau.

Cooper Seaton, artista di riconosciuto spessore internazionale, ha collaborato e suonato dal vivo con interpreti del calibro di Michael Gira, Keiji Haino, William Parker, Hamid Drake, The Sun Ra Arkestra ed Eyvind Kang. Oggi vive in California a Los Angeles, pur considerando l’Italia «luogo di rinascita, insieme esilio dorato e fase transitoria da attraversare».  Sul finire degli anni '80, ai tempi dell’high school, è invece a Seattle che inizia a suonare e cantare in varie formazioni locali punk-noise e hardcore. La svolta – si legge in una nota – arriva nel 2002, quando approda a New York e si avvicina all'arte contemporanea e alla scena musicale più ricercata e avventurosa. Nell’esplosivo neighborhood di Williamsburg, fonda insieme a Dana Janssen, Seth Olinsky e Ryan Vanderhoof gli «Akron Family», band (o meglio, collettivo) che impiegherà poco tempo a farsi notare ben oltre i confini dei quartieri più cool di New York e a stregare Michael Gira (Swans), inducendolo a pubblicarne i primi lavori per la sua Young God. In meno di dieci anni, dal 2005 al 2013, gli «Akron Family» pubblicano 7 dischi con un grande successo di pubblico e di critica.

Il suo ultimo album, il primo da solista, è «Phases In Exile» (2016, Trovarobato, Vaggimal), un disco italiano nel midollo: nato in Italia, registrato in Italia, co-prodotto da label italiane e attraversato da una serie di legami, umani prima ancora che meramente professionali, col belpaese, testimoniati dalla bella immagine di copertina e dai numerosi nomi nostrani ringraziati nel booklet.

Stando alle 10 tracce, «Phases In Exile» è un disco tanto ambizioso senza mai essere presuntuoso o pretenzioso quanto puro e trasparente, un lavoro di rinascita in grande stile. Psichedelia cantautorale a forti tinte folk, ma mai troppo riconoscibile o dipendente da un background che è per forza di cose incancellabile, sempre pronta alla mischia, a trafficare con l’elettronica e le melodie eteree, a dilatare paesaggi e stratificare input, a muoversi zigzagando tra crinali sonori anche oppositivi parlando di sé e dell’esistenza. Infilando cioè uno spoken word in un tappeto sonoro sospeso (l’opener «Out There») che è quasi una confessione pubblica di riflessione esistenziale in mezzo a deliqui notturni di autocoscienza («Little Prince»), ossessioni ritmiche minimali a creare scheletri via via sempre più evocativi («Persona», con tanto di adattamento di un poema cherokee), lunghe pause droning-estatiche sospese e organiche come elementi onirici («Death And The Compass», ispirata dalle inquietudini borgesiane e registrata con Geddes Gengras) e canzoni.  Come la sognante-arrembante «I Am That» o la tenue ninna nanna scritta per i propri nipoti «Homes By The Sea» che chiude idealmente il disco accompagnandoci verso casa.  Quella casa che questo disco, «a catalogue of visions» nelle parole dello stesso autore, dimostra di esistere in molti altrove, compresi quelli che albergano dentro ognuno di noi.

 

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