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    20/09/2017

Rapporto Confindustria-Srm, investimenti cruciali per la crescita del Mezzogiorno

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Economia_srm_dice_14.jpgNAPOLI – Dopo la piccola ripartenza del 2015, nella quale è cresciuta per la prima volta negli ultimi anni più del Centro-Nord, l’economia del Mezzogiorno è in cerca di conferme nei primi mesi del 2016, quando i segnali positivi devono tenere conto di elementi di incertezza interni ed internazionali che possono condizionarne le prospettive.

Secondo il Check-up Mezzogiorno, curato da Confindustria e Srm (Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo) i segnali sono contrastanti: le previsioni sulla crescita del Pil restano (di poco) positive (+0,3% nel 2016, secondo le ultime stime), ma le incognite rimangono elevate, sia per fattori interni, sia di instabilità internazionale. Il clima di fiducia delle imprese, pur restando più elevato della media degli ultimi anni, registra nella prima parte dell’anno un andamento più incerto proprio nel meridione, cosi come la percezione dei consumatori sul clima economico.

Il numero delle imprese torna a crescere, e per la prima volta dal 2008, il saldo torna positivo al Sud (+0,6% con oltre 10mila imprese in più), con poco meno di 1 milione 700mila imprese in attività, anche grazie alla robusta riduzione dei fallimenti in quasi tutte le regioni. Soprattutto, continua la crescita delle imprese di capitali (16mila imprese in più, pari a +6%), più forte rispetto alle altre regioni, quella delle imprese giovanili (oltre 220 mila al Sud), così come delle Start up innovative (+39,2% rispetto allo scorso anno) e delle imprese “in rete” (più di 3.700 a giugno 2016): tutti segnali di grande vitalità imprenditoriale. In parte largamente prevalente, però, si tratta di imprese di piccola e piccolissima dimensione, rafforzando la caratteristica principale del tessuto produttivo meridionale, che resta composto nella quasi totalità di micro e piccole imprese (il 99% delle imprese meridionali ha meno di 49 addetti).

Le esportazioni fanno registrare un record, anche se non mancano delle ombre. Nel complesso, infatti, rispetto al primo trimestre del 2015, l’export meridionale cresce del 2,5% (a fronte di una sostanziale stazionarietà del dato nazionale). In particolare, l’andamento dell’export dei distretti meridionali si conferma positivo, con un aumento medio dell’8,3%, superiore a quello medio dei distretti del Centro Nord (compresi tra il 3 e il 5%). Ma all’interno della macro-area si rafforza la differenziazione dei risultati. Calano, infatti, le esportazioni in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre crescono in Abruzzo, Molise e Basilicata: aumenta in maniera significativa l’export dell’automotive (+32,9%) e dell’elettronica (+22,2%) ma continua il calo dei prodotti della raffinazione (-27,4%), dei prodotti chimici e farmaceutici e, per la prima volta subisce una piccola battuta d’arresto l’agroalimentare (-2,4%), settore cresciuto ininterrottamente anche negli anni della crisi.

Anche la destinazione geografica delle esportazioni meridionali si modifica (e spiega in parte l’andamento dei valori esportati). Sale, infatti, l’export verso i Paesi dell’eurozona (in particolare verso Francia e Germania) e gli Usa, sospinto dall’automotive, cala quello verso i Brics e i Paesi dell’area Med, dove pesano il rallentamento della crescita globale e l’instabilità dell’area: fra questi ultimi, cala soprattutto l’export verso Turchia  (-35%) e Libia (-20%).

Migliora il tasso di occupazione, salito di 0,6 punti percentuali rispetto al I trimestre 2015, con oltre 50mila occupati in più, ma la crescita degli occupati a tempo indeterminato, che ha contribuito non poco a consolidare la fiducia nel corso del 2015, sembra frenare nei primi mesi del 2016, anche a causa della riduzione dell’effetto degli sgravi contributivi. Le assunzioni agevolate nei primi cinque mesi si sono ridotte, infatti, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, di circa il 57%. Resta molto elevata la disoccupazione (superiore al 20%), soprattutto quella giovanile (53,9%) e femminile (22,2%). Il dato sulla Cassa Integrazione, però, si mantiene sui livelli pre-crisi, già raggiunti nel 2015, a conferma della stabilizzazione dell’economia meridionale.

Si stabilizzano le dinamiche creditizie. Nel 2015, infatti, gli impieghi crescono al Sud in misura maggiore (+2,5%) rispetto alle altre ripartizioni (dove anzi calano, ad eccezione del Centro): si rafforza la domanda di credito, e scendono i tassi attivi sulle operazioni a breve, anche se rimane un differenziale di circa 1 punto e mezzo rispetto alla media italiana, che riflette la polarizzazione (più ampia al Sud rispetto al resto del Paese) tra le imprese che vedono migliorare il proprio rating rispetto ad un anno fa e quelle che lo peggiorano. Crescono, tuttavia, anche le sofferenze, che hanno ormai superato la soglia dei 42 miliardi di euro (pari al 15,1% del totale dei crediti concessi) su un totale di 144 sul piano nazionale.

Segnali chiaramente positivi vengono dal turismo: attraverso un costante incremento degli arrivi nei porti (150 mila crocieristi in più nel solo porto di Napoli) e negli aeroporti (+3,4%), non si ferma infatti la crescita delle presenze e della spesa dei turisti stranieri, cresciuti nel 2015 di 500.000 unità. Cresce anche la loro spesa (di quasi mezzo miliardo di euro), con aumenti equamente distribuiti in tutte le regioni. La crescita del 13% degli introiti di musei, monumenti e aree archeologiche conferma che si tratta di un turismo di qualità, in grado di spingere la filiera della cultura, già oggi consistente (14 miliardi di euro di valore aggiunto al Sud e quasi 300 mila occupati) ma che potrebbe generare opportunità di ben altra natura, considerando dotazione e diffusione del patrimonio esistente.

La fotografia del Mezzogiorno all’inizio del 2016 è dunque quella di una area che torna lentamente alla crescita, in cui i segnali positivi, peraltro ancora insufficienti a colmare in tempi brevi i divari apertisi con la crisi, si affiancano ad elementi di incertezza più o meno significativi. Il terreno perduto tra il 2007 ed il 2014 è davvero molto ampio, e la timida ripartenza del 2015 segna solo la rotta della possibile inversione di tendenza. Il Sud ha un potenziale di crescita enorme, ma è la ripresa degli investimenti privati e pubblici a poter fare la differenza tra la ripartenza e il ripiegamento delle prospettive di crescita.

Il punto chiave è l’irrobustimento del tessuto produttivo. Tornano, infatti, positivi i margini, crescono, sia pure meno della media nazionale, fatturato, valore aggiunto ed investimenti (timidamente anche nelle costruzioni, in maniera più robusta nell’agricoltura). Tuttavia, tali miglioramenti sono concentrati nella componente più strutturata del tessuto produttivo ed imprenditoriale meridionale, quella cioè delle imprese di capitali con oltre 50 addetti, e devono ora  estendersi alla parte restante del tessuto produttivo meridionale, che resta quella maggioritaria.

Altrettanto cruciali gli investimenti pubblici. Grazie all’accelerazione legata alla fase di chiusura dei fondi strutturali 2007-13, le prime stime segnalano un possibile ritorno alla crescita della spesa in conto capitale per il 2015. E’ ora decisivo che questa tendenza si consolidi nel 2016, secondo il profilo di crescita indicato dal Def e sfruttando gli spazi di flessibilità concessi da Bruxelles con la clausola degli investimenti.

Ancora una volta, è decisivo il ruolo che può essere svolto dai Fondi strutturali. Sfruttando con intelligenza e pienamente tali risorse e quelle nazionali per la coesione (oltre 85 miliardi di euro per i prossimi 8 anni), si possono concretamente declinare politiche più intense ma uguali a quelle necessarie al resto del Paese, capaci di irrobustire gli investimenti pubblici e privati e di ridurre divari storici e più recenti: selezionando con accortezza, grazie ai Patti attuativi del Masterplan, le infrastrutture prioritarie, gli interventi di rigenerazione urbana, quelli per lo sviluppo industriale, quelli per far incontrare i giovani e le imprese. E rendendo ancor più incisivi gli strumenti per la competitività del tessuto produttivo, come il credito d’imposta per gli investimenti, e per l’occupazione, come gli sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato.

Il tempo resta la variabile chiave. Sebbene velate di incertezza, le prospettive economiche restano timidamente positive: se il Sud ne sa approfittare, può trainare la ripartenza dell’intero Paese.

 

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