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    23/01/2021

Un terremoto infinito

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_libro_picone.jpgAVELLINO – Oggi 23 novembre 2020 ricorre il quarantesimo anniversario del terremoto del 1980. Molte le iniziative per ricordare un avvenimento che ha segnato la storia di questa terra. Per un ulteriore momento di riflessione proponiamo ai nostri lettori il brano che segue, tratto da “Paesaggio con rovine” di Generoso Picone (Mondadori, pagg. 223, euro 18).

*  *  *

Quaranta anni fa. Davanti a me ho una fotografia del 1980. La collina della Sella di Conza – 697 metri di altezza, secondo le mappe – si presenta interamente coperta di vegetazione, nella totale assenza di traccia umana. Una natura intatta e acquietata, sospesa in un equilibrio vigile e minaccioso, come se conservasse una trattenuta energia pronta a esplodere.

Oggi le pale eoliche si innalzano nei loro profili di mulini a vento d’acciaio, hanno sostituito gli impianti delle cave le cui armature sono ridotte a scheletri, il loro roteare meccanico è vorticoso e inconcludente in attesa di un Don Chisciotte che mai verrà: creste metalliche – come le creste del gallo del loro parco – lasciate a presidiare il lago a valle formato dall’invaso della diga allo sbarramento del fiume Ofanto, lontano ricordo del flusso tauriforme cantato da Orazio, “quando inferocisce e trama un’orrenda alluvione sui campi coltivati”.

Tutto ciò rammenta, comunque, che ci si trova nel cuore di un ricchissimo bacino idrografico all’interno del quale ci sono le sorgenti di approvvigionamento di larga parte di tre regioni, la Campania, la Basilicata e la Puglia. Giù, nell’oasi naturalistica, ama sostare l’aquila imperiale, in alto vigilano i falchi e chissà quanti altri uccelli delle cento specie rare censite dal Wwf. Lungo l’anello, che nel lessico del codice stradale è la circumlacuale, corrono i percorsi sconnessi amati dai motociclisti. Il Sud dell’osso è fatto di pietra, acqua e vento. Tanti materiali malmessi di un presente sbandato, rovine dell’inesauribile contingenza che impediscono al paesaggio di scivolare verso la dimensione dello stato di natura, scorie di una modernità goffamente inseguita e che appena sfiorata risulta già eccessiva e fuori posto portano disordine e squinternano la linea d’armonia un giorno vissuta o magari soltanto sognata.

Questo è un posto che non riproduce integralmente alcun passato e allude però a una molteplicità di passati. I ruderi che scorgo sembra che invitino a entrare nell’interno degli abitati e delle case, di oggi e di ieri, magari a scrutare l’anima delle persone che le abitavano. (…) Nella vertigine di quest’altura almeno per un attimo accarezzo la certezza che il tempo puro possa essere quello restituito dalle immagini delle rovine, dal loro spettacolo e dalla loro coscienza. Dal loro significato. Qui il tempo è in rovina: ma che cosa è il tempo puro se non la consapevolezza delle rovine?

C’è un brano del Viaggio elettorale di Francesco De Sanctis – la sua Morra è a un passo – in cui si legge che qui “l’occhio non appagato, navigando per quell’infinito, si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balia dell’immaginazione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il Vesuvio quando fiammeggia, e a macchina corre là dov’è Melfi e dov’è Campagna. Non c’è quasi casa che non abbia il suo bello sguardo, e non c’è quasi alcun morrese che non possa dire: io posseggo con l’occhio vasti spazi di terra”.

Nell’esplicito omaggio a Giacomo Leopardi mi colpisce l’insistere di De Sanctis sull’atto del vedere e la convinzione che attraverso lo sguardo – soltanto attraverso lo sguardo – sia possibile abitare la realtà. Magari arrivare a capirla. Di fronte ai frammenti dell’esistenza individuale e collettiva, ai momenti scheggiati che l’hanno determinata, ai brandelli di anni, secoli e millenni in cui è ridotta – in fondo, le macerie e le rovine non sono altro che questo – mi accorgo di pensarlo anch’io. La Sella di Conza è il punto di tessitura di un dramma, la superficie di una profondità da cui è esplosa la tragedia. Nel suo ventre, a dieci chilometri, il 23 novembre 1980 si mise in movimento una faglia lunga sessantamila metri e larga quindicimila che in novanta secondi stirò il territorio del centro-sud d’Italia facendolo slittare verso il Tirreno e l’Adriatico.

Il movimento della placca adriatica che preme sugli Appennini. La terminologia tecnica non riesce a consegnare l’entità di quanto avvenne. Tre fenomeni di rottura in quaranta secondi: prima nel ventre dei monti Marzano, Carpineto e Cervialto, poi la rottura della faglia verso sud-est, quindi l’ultima a nord-est. Erano le 19.34 – c’è chi indica con precisione digitale le 19.34 e 52.8 secondi, qualcuno ricorda le 19.35, altri le 19.36, se ciò può avere valore – di una domenica incredibilmente calda, la partita di calcio prima allo stadio e poi in televisione, i ragazzi al bar, la gente in strada, la luna piena a illuminare una serata di festa: il processo di tipo estensionale produsse una scossa di terremoto di magnitudo 6,9 gradi, intensità 10 della scala Mercalli-Cancani-Sieberg che segnala la completa distruzione.

Dopo c’è la catastrofe e quindi l’inferno. Carlo Maria Rosini, sacerdote e filologo napoletano vissuto tra il 1748 e il 1836, nominato nel 1797 da papa Pio VI vescovo di Pozzuoli, qualche decennio dopo l’inizio degli scavi a Pompei indicò la data dell’eruzione proprio nel 23 novembre del 79 dopo Cristo, affiancandosi nelle ipotesi al 24 agosto rilevato dalle lettere a Tacito di Plinio il Giovane e al 24 ottobre emerso da una scritta a carboncino sul muro di un’abitazione. Il 23 novembre di ogni epoca, dunque, giornata dell’apocalisse.

 

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