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    16/10/2018

Il ventennale del disastro di Sarno /Il nuovo codice per prevenzione e difesa del suolo

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Alcune immagini della frana di QuindiciQUINDICI – Alcuni giorni fa una serie di manifestazioni commemorative ed un importante convegno nazionale hanno ricordato il ventennale della catastrofe idrogeologica che – nel pomeriggio e nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1998 – colpì i Comuni di Sarno, Siano e Bracigliano (Salerno), Quindici (Avellino), ubicati su versanti diversi della stessa catena montuosa del Pizzo d'Alvano, oltre a San Felice a Cancello (Caserta).

Nei giorni precedenti l'area era stata colpita da un prolungato evento meteorico, con circa nove giorni di piogge continue – eccezionale per la stagione primaverile – che aveva prodotto una massiccia imbibizione dei terreni a monte, caratterizzati da uno strato di coperture piroclastiche di origine vulcanica, con la conseguente dissoluzione della continuità tra calcare e piroclasti, determinandosi i dissesti franosi nella forma più devastante delle colate rapide.

Il gravissimo evento veniva così connotato da una serie di rapidissime e distruttive frane di colamento, con il distacco improvviso di milioni di metri cubi di fango dalle pendici della montagna, che si abbattevano senza segnali premonitori e con velocità devastante – anche per la ripidità dei versanti – sugli abitati pedemontani sottostanti. Le frane percorrevano distanze massime anche superiori ai tre chilometri, con fronti di avanzamento di ampiezza fino a diverse decine di metri e di notevole altezza, che investivano con violenza inarrestabile gli edifici, sventrandoli o determinando gravi danni.

Il bilancio di vittime e danni risultava pesantissimo, con un totale di 160 morti, di cui 137 localizzati a Sarno – con la distruzione delle frazioni alte e, in particolare, di Episcopio – centinaia di feriti, migliaia di senzatetto, diffuse devastazioni con il travolgimento di abitazioni ed infrastrutture. La situazione di gran lunga più drammatica si verificava nella parte alta del Comune di Sarno per la gravità delle distruzioni ed il numero delle frane - di crescente intensità sino alla mezzanotte – amplificata anche dalla ritardata ed inadeguata attivazione del sistema di Protezione civile (da cui è scaturita una lunghissima e tribolata vicenda penale).

In Irpinia il Comune di Quindici nel Vallo di Lauro, con forti situazioni di rischio idrogeologico e significativi precedenti, veniva gravemente colpito – in particolare la frazione alta di Casamanzi – ma registrava un numero limitato di vittime (undici), anche per l'efficiente e tempestivo intervento di evacuazione da parte delle locali forze di polizia.

Di quel tragico evento e delle sue conseguenze – laddove il richiamo a Sarno sintetizza un insieme di situazioni – mi sono occupato a vario titolo, sia sul piano professionale (anche quale consulente dell'autorità giudiziaria), sia successivamente nella direzione delle Autorità di bacino regionali competenti per territorio.

Il disastro del 5 maggio 1998 ha assunto un particolare rilievo nel pur ricco catalogo nazionale delle calamità idrogeologiche degli ultimi decenni (dal Polesine al Vajont, dall'alluvione di Firenze a quella di Salerno, ecc.), aprendo una fase storica di assoluto rilievo per l'evoluzione della difesa del suolo, della pianificazione di bacino ed anche della Protezione civile, con particolare riferimento ai dispositivi di allertamento e di prevenzione.

Veniva emanato dal governo il decreto legge n. 180 del 1998 (convertito nella successiva legge n. 267/98), recante misure emergenziali e strutturali, e il superamento dell'emergenza in Campania veniva affidato al Commissariato di governo, in capo al presidente della Regione, attivato ai sensi della legge di protezione civile già nel 1997 – a seguito della frana di Pozzano in penisola sorrentina – per realizzare nelle aree colpite un complesso di interventi strutturali e di prevenzione, miranti alla messa in sicurezza, anche con l'attivazione prolungata di presidi territoriali idrogeologici.

Oggi, a vent'anni di distanza, molte cose sono state realizzate su vari piani – sia pure con alcuni interventi incompiuti o ancora sospesi –: dalla quasi totale ricostruzione delle strutture danneggiate alla riduzione del rischio nei Comuni colpiti, mediante la realizzazione di infrastrutture di difesa, canalizzazioni, vasche ed opere ingegneristiche di notevole entità. Esse però richiedono periodiche ed onerose attività manutentive, spesso trascurate per le perduranti incertezze nella titolarità delle competenze e, soprattutto, per l'assenza di adeguate risorse finanziarie nella gestione ordinaria.

Le Autorità di bacino regionali, oggi non più operative – per effetto della discutibile riforma statale dei distretti idrografici – hanno nel frattempo cartografato e mappato, con sempre maggiore puntualità, le aree a rischio frane ed idraulico nelle sue diverse classi (da R4 a R1), dettando una normativa interdittiva e vincolistica per area vasta, sovraordinata a quella urbanistica, ed hanno delineato la programmazione degli interventi pluriennali di messa in sicurezza, oggi coordinati in ambito nazionale nel repertorio Rendis dalla struttura di missione della presidenza del Consiglio "Italia sicura".

Significativi avanzamenti sono stati conseguiti, anche sulla scorta dell'esperienza campana, dal sistema di Protezione civile nell'ambito della sempre maggiore articolazione delle attività di prevenzione "non strutturale", tra cui l'allertamento consistente in attività di preannuncio in termini probabilistici, di monitoraggio e sorveglianza in tempo reale degli eventi e della evoluzione degli scenari di rischio. È  stato peraltro recentemente approvato, con decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio 2018, il "Codice della Protezione civile", recante significative innovazioni e razionalizzazioni della normativa previgente.

Risultano più che mai essenziali la pianificazione di Protezione civile ai diversi livelli territoriali, la sempre maggiore formazione professionale degli operatori, l'aggiornamento e l'applicazione delle normative tecniche, la diffusione della cultura delle Protezione civile, con la finalità di promuovere la resilienza delle comunità e la diffusione di comportamenti consapevoli con misure di autoprotezione da parte dei cittadini.

Si tratta di un percorso articolato e complesso - in parte già intrapreso proprio sullo stimolo delle tragiche esperienze vissute - da sviluppare con perseverante continuità in "tempo di pace", affinché la memoria degli eventi calamitosi non sia soltanto di tipo commemorativo e retorico ma piuttosto costituisca una proficua verifica dello stato di avanzamento delle iniziative di prevenzione attivate.     

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 14 Maggio 2018 10:26 )  

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