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    20/11/2017

L’urbanistica al ragù e l’intellettuale della domenica

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_la_statua_di_carlo_ii_dasburgo_e_la_torre_dellorologio.jpgL’urbanistica è una materia singolarmente sfortunata: per essere al centro di tante discussioni ed argomento portante di quasi tutti i programmi elettorali, rimane però di fatto estranea agli interessi della comunità. Interessi della comunità, si capisce, intesi in senso lato, quelli dei quali la gente neppure si accorge; interessi veri e concreti, invece, che quelli che li coltivano conoscono e seguono benissimo. Perché allora l’urbanistica è una materia sfortunata? Semplice, perché ad onta del gran parlare che produce non è mai vista – salvo rare eccezioni – come qualcosa di imminente che può sconvolgere la vita e anche il modo di intendere lo sviluppo e la programmazione della città o del comunello in cui si abita. Poi accade che un ingegnere o un architetto non riescano ad accontentare un grosso imprenditore o un piccolo proprietario terriero ed i tecnici, i proprietari di suoli e piccoli o grandi imprenditori diventino – proponendo loro soluzioni – di fatto urbanisti. Solo che per ottenere qualche risultato dovranno attendere. Per far passare – tra uffici, studi, giunte e Consigli comunali – una modifica territoriale ci vuole tempo, persino quando si tratta di opere pubbliche che dovrebbero avere un effetto positivo sulla collettività.

Facciamo qualche esempio che Avellino ha “vissuto”. Tra la previsione dello stradone (allora previsto a due corsie) che doveva condurre all’immaginato stadio di Avellino in contrada Amoretti e la realizzazione della stessa strada trascorsero dieci anni. Tra la previsione di un parco nel vallone Fenestrelle ed oggi sono passati più di quarant’anni ed il parco non c’è. Qualche decennio è passato tra una prima localizzazione, poi una seconda, per un centro direzionale ancora oggi in via di realizzazione alle spalle del distretto militare. E potremmo parlare di tante altre previsioni non rispettate.

Il fatto è che le previsioni urbanistiche non sono come le opere pubbliche che, una volta finanziate, vanno in gara per la loro realizzazione. Le previsioni urbanistiche appartengono prevalentemente ai tempi lunghi o lunghissimi (e soltanto per i vincoli che ne derivano sui proprietari di terreni o edifici la Corte costituzionale ha posto limiti alla durata degli stessi: una decisione che poi si è rivelata un attacco alla programmazione territoriale). È evidente che, stando così le cose, i Prg, i Puc, i Pua rappresentano per tanti soltanto un “libro dei sogni”.

Occorrerebbe, allora, visto che siamo in piena fase elettorale, che le amministrazioni locali – per affrontare questa materia – abbiano autorevolezza e ampio respiro, almeno politico.  Diciamo che, discutendo in questi termini, ci si sarebbe attesa qualche condotta più ferma ed audace da parte delle forze di centrosinistra da sempre autorevoli custodi di scelte non invasive (il primo Prg di Avellino è dell’amministrazione Scalpati (1969), un sindaco che di fatto chiudeva un’epoca anche politica; quel Piano fu gestito e difeso dalla giunta Aurigemma (1970-1975) così come la giunta presieduta da Massimo Preziosi guidò l’operazione 167 che interessò le periferie di allora della città; molti miliardi di lire che consentirono la costruzione di centinaia di appartamenti gestiti da un (all’epoca) forte movimento cooperativo che realizzò i suoi programmi in via Annarumma, via Morelli e Silvati ed altre periferie.

Poi, intorno al 2000, l’architetto Augusto Cagnardi – l’urbanista dello studio Gregotti ed associati – lavorò ad un nuovo Piano per Avellino. Parte da lui la contestata (dai costruttori) “variante per la salvaguardia degli ambiti collinari e fluviali di Avellino”. Contro quella variante fu presentato ricorso al Tar che lo accolse. Il Comune doveva presentare un suo controricorso al Consiglio di Stato. Non lo fece. Il risultato fu l’edilizia che, per ora, si vede sulle colline a ridosso della variante. Forse ha orecchiato qualcosa in proposito qualche superbo censore delle cose della città o qualche stralunato intellettuale che si sente mancato candidato alla carica di sindaco quando strologa sull’urbanistica avellinese o sul verde pubblico che soltanto lui non ha visto nascere. Tanta stupida e saccente capacità mistificatrice merita “purtroppo” qualche puntualizzazione.

Credo di poter ricordare agli avellinesi l’acquisto del parco – da altri abbandonato – di Villa Amendola, il verde creato sulla vergogna di via Derna e del campo Amalfi e lo sfregio evitato sul distretto militare (volevano farci un palazzone di sei piani), il parco programmato a Santo Spirito – dove fu cancellato un Pip a rischio frana ed inondazione –, la previsione del giardino sul campo Santa Rita, il giardino sul Q9; credo, inoltre, di poter serenamente parlare di un programma bene avviato (e comunque finanziato) che altri non hanno saputo realizzare o hanno stravolto (come dimostra l’esempio scellerato di Piazza Kennedy).

Chissà se qualcuno di questi super intellettuali – nella mente di qualche potente, o meglio ex potente, da far diventare sindaco – ricorda qualcosa di quei progetti o ha mai partecipato ad una riunione di giunta sull’argomento – visto che ha fatto l’assessore (alla Cultura, naturalmente) o è uno di quelli che ha contribuito a stravolgere qualche idea ed oggi neppure se ne ricorda. E sa qualcosa della gestione di Parco Santo Spirito? Ed il mancato avvio del Parco del Fenestrelle (più di 600mila m.q. di verde) con il sistema della perequazione a chi lo attribuiamo, ai soli funzionari grigi e sfaticati o ad amministratori incapaci o forse capaci di un miracolo, una seconda inaugurazione dell’impianto di illuminazione della Torre dell’orologio?

Ma torniamo a questioni più nobili o – è meglio dire – non proprio miserabili (l’urbanistica è anche questo). Non aver tutelato la variante per le colline è stata una tragedia. Il piano Cagnardi, adottato nel gennaio 2003, fu già minato nell’interregno che seguì alle dimissioni della giunta che avevo l’onore di presiedere. Poi Consiglio e giunta eletti (maggio 2004) lasciarono nel cassetto quel piano per un anno salvo approvarlo – con tanto di incredibili e discutibili “interpretazioni” che diedero il via ad una singolare stagione di ripresa edilizia.

Vedere oggi autorevoli professionisti “rimuovere” la questione interpretazione e lamentare che il piano Cagnardi ha sì difeso (sic) un ulteriore attacco alle colline, ma non ha prodotto il rinnovamento del costruito, vuol dire accettare due bugie in un colpo solo. La prima per le cose appena dette, la seconda perché è noto a tutti che i Piani casa, i piani di rifacimento dell’edilizia esistente non sono partiti per mancanza di soldi e, soprattutto in Campania, per la farraginosità del “Piano casa” accompagnato da un gran parlare, e nulla più, dell’associazione costruttori.

Ora la domanda che ci si pone è questa: il Pd che con il suo candidato sindaco sembra aver avallato questa svolta urbanistica ha riflettuto sulla condizione in cui si trova? In pratica è sulla stessa posizione degli avversari di destra. Servono, a questo punto, chiarimenti del Pd prima delle elezioni. Così come servono da Sel che si è detta pronta a discutere un eventuale appoggio al Partito democratico in caso di ballottaggio. E questo è importante perché l’asse portante di Sel stava nel 2004 con la giunta Galasso e le sue curiose interpretazioni urbanistiche. Anche per questo chiarimento serviranno le elezioni che per ora hanno compattato di fatto centrosinistra e centrodestra sul fronte dell’urbanistica. Come diceva uno slogan pubblicitario, in questi casi scegli uno, prendi due.

 

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