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    24/11/2017

Comune, gli smemorati ed il possibile dissesto

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Il Comune di AvellinoAVELLINO – Ora sembra che tutti se ne siano dimenticati, ma in realtà la prima persona che ipotizzò l’ipotesi di dissesto al Comune di Avellino fu il dirigente del settore finanze di Piazza del Popolo, dottor Marotta. Lo fece un anno fa in una intervista ad un quotidiano locale quarantotto ore dopo l’uscita di scena (come sindaco) di Giuseppe Galasso. Con non molta eleganza sulla tempistica e sull’annacquamento del suo ruolo di ragioniere capo, il dottor Marotta diceva di vedere all’orizzonte l’ipotesi di dissesto e metteva in rilievo presunte scelte sbagliate dell’amministrazione uscente. Subito dopo arrivò il commissario, il prefetto Cinzia Guercio, che a sua volta ribadì che l’ente era in pericolo di dissesto, ma – stranamente per un prefetto-commissario – si guardò bene dal passare dalle parole ai fatti ed anzi diluì di molto le sue preoccupazioni a mano a mano che si avvicinavano le elezioni amministrative. Paura di osare o desiderio (condiviso dal ministero dell’Interno?) di lasciare la polpetta avvelenata ai nuovi amministratori? Sta di fatto che l’amministrazione Foti, insediandosi, sapeva del lavoro improbo che anche su questo fronte (l’altro è quello, ingarbugliatissimo, dei lavori pubblici e relativi finanziamenti) avrebbe trovato. E da subito il sindaco Foti avvertì che sul piano finanziario ci sarebbe stato da lavorare molto per esaminare, capire, trovare un’eventuale via d’uscita. Quello che non si poteva fare era aspettarsi un “miracolo”. La crisi generale del Paese, lo strangolamento finanziario della Regione ed il collasso del mondo delle imprese, tutto contribuisce a rendere immobili gli enti locali.

Ma ad Avellino c’è un’altra dimenticanza da sottolineare: in pochi ormai ricordano come abbiamo vissuto il decennio successivo al terremoto del 1980, una fase vissuta come tragedia dalle comunità locali e come irripetibile baldoria finanziaria dalle amministrazioni pubbliche. Quasi tutti (ma togliamo anche il quasi) i problemi economici derivano da quella finanza allegra e dalla inadeguatezza dei congegni burocratici che avrebbero dovuto accompagnare tante iniziative pubbliche come espropri (micidiali), occupazioni temporanee di suoli, contratti complicatissimi con le imprese, pagamento dei costi dei servizi sociali, fondi non utilizzati o a rischio perenzione. Fu la modifica della legge di ricostruzione e sviluppo (?) a porre termine alla “festa”. Durante il periodo di "baldoria" una sola voce si levò per segnalare l'eccessivo indebitamento, quella dell'avvocato Generoso Benigni allora in giunta in rappresentanza del Pli (Partito liberale). Voce inascoltata ed accolta con fastidio da qualche "potente" che s'impegnò a distrarre l'attenzione della città da questo problema.

Da allora si concentrò tutto sulla costruzione di case mentre le opere pubbliche di rilievo passarono nel dimenticatoio. Però cristallizzando a quell’epoca (inizio anni Novanta) la situazione ci si accorge delle macerie finanziarie ereditate dagli amministratori dell’epoca. Dal 1992, poi, il governo incominciò a ridurre l’assegnazione di fondi ai Comuni. Stretta divenuta più forte tre anni dopo con il governo Dini. Da allora gli amministratori comunali hanno dovuto pensare soltanto a pagare i debiti e a non contrarne altri. Intanto la “solerte” giustizia civile ha incominciato ad emettere sentenze relative ad espropri, danni e contratti non rispettati risalenti a dieci, quindici o venti anni prima.

Chi amministra oggi non può non tener conto di tutto questo. Ma il rischio è che per pensare al passato non si può costruire il presente. Inoltre – e qui veniamo allo scontro di oggi nella giunta Foti – c’è l’esigenza di non compiere atti che un domani la Corte dei conti potrebbe rinfacciare ad ogni assessore, ad ogni consigliere comunale. Le dimissioni degli assessori Riccio e Manzo vanno viste anche come forma di autotutela. Meglio avviare il “predissesto”, dicono i due, visto che dallo scorso anno c’è una legge che consente ai Comuni in bilico di affidarsi alla tutela della Corte dei conti fino all’uscita del tunnel. Percorso lungo, diciamo pure lunghissimo.

Diciamo pure, a questo punto, che anche il sindaco Foti non sembra collocarsi in una posizione inattaccabile. Dire che chiarirà tutto e che fornirà tutte le cifre è un fatto certamente positivo, ma non risolutivo. Meglio, molto meglio spiegare il piano proposto dall’assessore alle Finanze Angela Spaguolo. Da non tenere in considerazione invece – ed è un paradosso – il chiacchiericcio di partiti e rappresentanti politici che sulla questione cercano la rissa, non una ragionevole soluzione. I debiti si pagano con soldi del Comune (se ne ha), con mutui da contrarre in modo da diluire nel tempo i pagamenti secondo un peso sopportabile (ma si aggiunge debito a debito) o con la vendita di beni del Comune, magari aree edificabili dove in questo caso occorre coraggiosamente offrire cubature appetibili.

Sarebbe paradossale se in una città cresciuta con la più sfrenata speculazione edilizia, il Comune negasse a se stesso la possibilità di qualche affare in funzione dei suoi debiti. Peccato che non un solo politico abbia fatto riferimento all’allegria folle e tragica del dopo terremoto o abbia citato un dato, un episodio, una cifra del “dopo”, di quando cioè si è cominciato a pagare. L’impressione è che non sappiano neppure di cosa si stia parlando. Chissà se il Pd, primo partito in città ed in provincia, riuscirà stavolta a dire qualcosa (di sensato).

 

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