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    22/09/2017

La «damnatio memoriae» di Abellinum

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Irpinia_gli_scavi_di_abellinum.jpgL’argomento è già grande, interessante, monumentale di suo. Parliamo della “civita” di Atripalda, la romana Abellinum. L’area archeologica posta a Nord dell’odierna Atripalda.

A riportare in primo piano l’argomento “civita” ha provveduto l’assessore all’Urbanistica del Comune di Atripalda, Tuccia, che ha illustrato – in quella che doveva essere una riunione di rappresentanti dei dieci Comuni della cosiddetta “area vasta” di Abellinum – il piano territoriale (Puc da confrontare con quasi tutti i centri della conca di Avellino) predisposto dall’architetto Pio Castiello, coordinatore di un gruppo di lavoro che sta allestendo uno strumento urbanistico a servizio di un’area non limitata alla sola Atripalda.

La questione è doppiamente importante. Registrate critiche anche feroci all’indirizzo dell’assessore Tuccia (polemiche per la verità tutte in chiave locale) bisogna dire che rimettere in primo piano la questione della “civita” non è cosa secondaria, come ridefinire un ruolo chiaro e pulito per il territorio della cittadina del Sabato che da più di un secolo vive con difficoltà la sua vicinanza ad Avellino. E già, perché sono pochi quelli che hanno compreso cosa sia davvero accaduto a spese del Comune di Atripalda.

Riflettiamo. Prima (più di un secolo fa) la ferrovia a metà strada tra il capoluogo ed Atripalda con il risultato che né Avellino né Atripalda hanno davvero tratto vantaggio dalla errata mediazione dei notabili del tempo come “re Michele” on. Capozzi. Arriva la Repubblica ed il boom economico ed ecco la superstrada per Salerno che incide il territorio atripaldese in un punto nevralgico tanto da farne uno snodo fondamentale (ma pare costruito – ce l’hanno detto soltanto adesso – su costruzioni di epoca romana).

E poi arriva – primi anni Sessanta – la variante di Avellino il cui tracciato passa letteralmente sulla “civita”, sfondandone addirittura le mura sul lato Nord, mura in opus reticulatum dove il proprietario di una invasiva villa pensò bene di ficcarci il terminale di un citofono. All’epoca dello “sfondamento” e del citofono non vi fu un lamento.

Ma per Atripalda la brutalizzazione del suo territorio non è finita qui perché contemporaneamente nasceva il nucleo industriale con nei pressi – territorio di Manocalzati dove fu anche inserito il depuratore della Valle del Sabato – il casello autostradale Avellino Est. E poi l’imbocco dell’Ofantina. Basta tutto questo a far capire cosa si è abbattuto su Atripalda e quindi sulla civita? Basta tutto questo a farci dire che un riordino urbanistico su vasta scala è ormai impellente e che quindi le polemiche locali rimangono parva res rispetto alla materia del contendere. Anche Montefredane sta elaborando un suo Puc ma lì le polemiche sono di altro tipo.

Perché tutto questo riordino urbanistico è importante? Perché mette al centro di tutto la vecchia Abellinum, quella “civita” assediata da strade, cimitero, capannoni, campo sportivo (il vecchio “Valleverde”) e naturalmente tanta edilizia privata. Quello fu il periodo durante il quale Atripalda si regalò in piazza l’edificio che ha coperto la vista della collina che ha in cima lo storico convento di San Pasquale. Il tutto “oscurato” anche dalla moderna costruzione di una sala cinematografica. Siamo ai primi anni Sessanta.

La “civita” ha poi una sua ulteriore storia fatta di espropri, interessi dei proprietari del terreno (poco più di 20 ettari), atti giudiziari sbagliati, espropri andati a vuoto, un pregevole intervento – unico – della Soprintendenza archeologica per il recupero, a partire dagli anni Ottanta, di una bella villa ed altri resti. Insomma, una storia tutta italiana fatta di indennizzi versati dallo Stato e di avvocati che dicono che l’esproprio – otto milioni di euro! – è tutto da rifare. Ma si può?

Peccato che alla riunione indetta dal Comune di Atripalda la città di Avellino abbia partecipato soltanto con la pur rispettabile figura di un suo autorevole dirigente. Foti ed i suoi assessori – che hanno disertato – devono forse fare un corso di ripetizione di storia antica. Abellinum, per intenderci, viene – nel tempo e nella cultura – prima della collina della Terra e prima di bizantini e longobardi. Il citofono no. Quello è venuto in epoca moderna, tanto moderna che non si capì neppure che era un affronto ad Atripalda, alla “civita”, alla cultura che rappresenta ed alla sua storia.

 

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