Irpini e «Sanniti»: tanto simili, così diversi

Giovedì 06 Dicembre 2012 09:23 Antonio Salvatore
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-IlCommento_comitato_avellino_capoluogo.jpgIl governo Monti non soltanto ha fatto crescere la disoccupazione giovanile e  non; non si è limitato ad imporre nuovi e vari balzelli e a far nascere uno stato di polizia fiscale. Fin qui, potrebbero essere comprensibili e giustificabili le scelte governative, dovute ai tempi calamitosi e all’auspicabile raggiungimento del pareggio di bilancio. Il governo avrebbe potuto evitare di suscitare un vespaio, di far rinascere e rifiorire nuovi campanilismi e di creare nuovi scontenti e polemiche rabbiose, se non avesse stuzzicato i cani che dormono nella ricerca di esigui e non sicuri risparmi.

Avrebbe fatto bene, il governo Monti, a ridisegnare e accorpare le Regioni e a limitarne il potere di spesa e di spreco. Ha preferito, invece, accorpare o riordinare le Province e lo ha fatto per mezzo di Patroni Griffi, un ministro che, a mio modesto avviso, conosce poco la geografia d’Italia e ne ignora del tutto la storia. Et inde irae: ha scontentato tutti e non ha risolto nulla, anche se, nella peggiore delle ipotesi, andasse in porto il suo progetto.

Il predetto ministro, napoletano di nascita e di formazione, ha dimostrato di conoscere poco o, almeno, di tenere in nessun conto, la storia e la geografia delle zone interne della propria regione. Patroni Griffi è riuscito nell’immane impresa di trasformare gli sfottò innocenti e le rivalità sportive fra avellinesi e beneventani in una guerra fra poveri dall’esito incerto, ma con danni sicuri per ambedue le parti. L’unico vantaggio, se così si può dire, consiste nell’input involontario, offerto dal sullodato Patroni Griffi, a quanti ignorano, o ricordano poco, la storia degli Irpini e dei sedicenti “Sanniti”.

Prima di ogni altra cosa, sembra importante giustificare le virgolette del titolo e di poco fa: dall’Abruzzo alla Basilicata siamo tutti Sanniti, perciò sembra estremamente riduttivo e mortificante usare i lemmi “Sannio” e “Sanniti” per la sola provincia di Benevento e per i suoi abitanti. Tanto più che Hirpinorum colonia una Beneventum scrisse il buon Plinio il Vecchio: eravamo tutti Hirpini prima della conquista romana. Come si vede, è quasi altrettanto riduttivo chiamare “Irpinia” e “Irpini” la sola provincia di Avellino e i suoi abitanti. Eravamo, nello stesso tempo, tutti Sanniti di un Sannio esteso, grande e potente; nel contempo, eravamo tutti Irpini, membri cioè della tribù più popolosa e potente fra le quattro tribù sannitiche. La tribù degli Irpini non comprendeva la porzione centroccidentale dell’odierna provincia di Benevento e non abbracciava il Montorese, il Vallo di Lauro e il Baianese che oggi fanno tutti parte della provincia di Avellino. Fino al 268 a. C., l’unità del popolo irpino, tutto compreso nella federazione delle quattro tribù sannitiche (Hirpini, Caudini, Pentri e Carricini) non fu compromessa, nonostante le perdite di territorio sul fronte settentrionale (Luceria) e quello orientale (Venusia).

Il principio del dìvide et ìmpera, brevettato e messo in opera dai Romani dopo l’ultima sconfitta dei Sanniti, alleati con Pirro, determinò la separazione degli Irpini dal resto del Sannio e l’immissione violenta di un corpo estraneo nel cuore dell’Hirpinia preromana: la colonia latina di Beneventum, nome nuovo appioppato dai vincitori all’antico centro che prima si chiamava Malventum. La deduzione della colonia latina a Benevento comportò la cacciata o la sottomissione della popolazione preesistente nell’agro beneventano e la presenza dominante di migliaia di coloni. Ciò fu perpetrato con la forza nel 268 a. C. e rappresentò l’inizio della distinzione e della divisione fra gli Irpini e Benevento.

La storia successiva vide gli Irpini e i Caudini, dopo la battaglia di Canne, schierarsi con Annibale contro  Roma, mentre Benevento restava fedele ai Romani. Altrettanto avvenne nella cosiddetta Guerra Sociale; è comprensibile la fedeltà di Benevento a Roma: non era più una città irpina, ma romanizzata e lo fu ancora di più quando, nel 42 a. C. e sotto Nerone, ricevette nuovi coloni. Ormai, dall’86 a. C., la romanizzazione investì tutti, cosicché Sanniti e Irpini divennero tutti cittadini romani e ogni città dell’antico Sannio visse la propria storia autonoma di “municipium” o di “colonia” e fu una storia romana e parallela per tutti, con piccole varianti da una città all’altra. Irpini e Sanniti divennero nomi storico-geografici e nulla più.

Dopo diversi secoli di ordinaria amministrazione romana, i barbari scombussolarono la situazione, ma furono i Longobardi a ribaltarla del tutto: decaddero o finirono di esistere tutte le città della zona (Abellinum, Aeclanum, Aquilonia, Caudium e Compsa), solo Beneventum conobbe una nuova fioritura perché scelta come capitale dai Longobardi, i quali rispolverarono gli antichi nomi di Sannio e Sanniti. La fortuna di Beneventum durò diversi secoli, fino alla divisione fra i due principati di Salerno e Benevento (849 d. C.). La sua decadenza fu dovuta all’arrivo dei Saraceni e dei Normanni. Le altre città della regione ripresero vita o con un nome nuovo (Aeclanum), o con piccole variazioni topografiche (Abellinum) o contendendo il primato alla stessa capitale (Compsa); altre ancora entrarono progressivamente nella storia grazie alla posizione facilmente difendibile (Mons Fusculi, Ariano, Frigento, ecc.).

L’arrivo dei Normanni portò Benevento sull’orlo del precipizio. Circondata da ogni parte dalla potenza dei nuovi padroni della regione, Benevento ricorse al patrocinio papale e così ebbe inizio per essa una storia nuova ed anche fortunata, ma del tutto avulsa dalle vicende del territorio circostante, al punto da diventare un corpo estraneo nel Regno di Sicilia e poi di Napoli, preziosa per il Pontefice e pietra di scandalo per Federico II.

In seguito, pur con alterne vicende, la situazione restò pressoché identica per Benevento e il suo territorio comunale. La regione circostante conobbe la dominazione normanno-sveva, la divisione dei Due Principati (e l’antica capitale, Benevento, restò fuori). Dalla suddetta divisione nacque il Principato Ulteriore che circondò per circa sei secoli Benevento da ogni parte, Montefusco ne fu capitale fino al 1806, Avellino dal 1806 in poi, ma Benevento restò del tutto estranea alla storia della provincia, salvo a svegliarsi nel 1860 e reclamare una propria provincia a danno di quelle confinanti (Avellino, Campobasso, Caserta e Foggia ).

L’aspirazione di Benevento a diventare capoluogo di provincia era legittima e fondata, ma la pretesa d’impossessarsi di due terzi della provincia di Avellino e di sconfinare senza scrupoli in quelle di Campobasso, Caserta e Foggia suscitò le prevedibili ed obiettive proteste e recriminazioni. Pur rifacendosi all’antico Sannio e ad una storia terminata da otto secoli, i Beneventani tracciarono i confini col compasso e con Benevento al centro, senza alcun riguardo per le province preesistenti.

La conclusione della vicenda si ebbe nel 1861 e i confini stabiliti allora sono suppergiù gli stessi di oggi. La più danneggiata fu la provincia di Avellino che dovette cedere alla nuova provincia una fascia di territorio a Nord e a Sud di Benevento ed ottenne compensazioni sui confini con Salerno e Napoli. Nel secondo dopoguerra, sempre in nome dell’antico Sannio, si voleva ricostruire una regione omonima che comprendesse le province di Benevento, Avellino e Campobasso, con capitale Benevento. Non se ne fece nulla perché Avellino e Campobasso si opposero ai sogni beneventani.

Al presente, comunque si concluda la vicenda del riordino o accorpamento delle Province, voluto dal governo Monti, vi sono novantanove buone ragioni per ricomporre l’unità del territorio, infranta nel 1049, quando i beneventani chiesero la protezione di Leone IX. L’unico ostacolo resta sempre lo stesso: la pretesa di Benevento al ruolo di capitale o, più modestamente, di capoluogo. Se non fosse decaduta al rango di un paesucolo insignificante e scomodo, si sarebbe potuto, come qualcuno ha già fatto, proporre Montefusco nel nuovo e conteso ruolo di capoluogo, ma, purtroppo, avrebbe dalla sua soltanto una storia interrotta 206 anni or sono e una indiscutibile centralità topografica: troppo poco per un osso conteso da bocche più voraci. Meglio sarebbe se la situazione restasse allo status quo: Avellino con la sua provincia che è autosufficiente e risponde ai requisiti di Patroni Griffi e Benevento con chi vuole, se tutto manca, anche con Caserta.