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    25/05/2018

Dal Piaz: «Un nuovo modello per il governo del territorio»

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Alessandro Dal PiazAVELLINO – «Ad Alessandro Dal Piaz, per aver intrecciato i temi della riqualificazione urbana e della pianificazione del territorio, mettendo al centro il valore della qualità della vita per le persone. Ha interrogato così la città della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale, e quella della speculazione degli anni ’60; i luoghi recuperati dal terremoto del 23 novembre 1980 e gli ambiti metropolitani di questa contemporaneità. Lo ha fatto nei termini di un impegno intellettuale e professionale, coerente e costante, animato da intensa passione civile nei modi e nelle forme dell’insegnamento e del servizio. Prediletti, gli strumenti del dialogo aperto con le giovani generazioni ed il confronto, anche aspro, con i rappresentanti degli enti locali. Talvolta i suoi sforzi possono esser apparsi vani, e non per demerito suo. Resta il significato dei suoi studi e delle sue visioni: nella storia, le occasioni perdute del passato diventano lezioni per l’avvenire».

Questa la motivazione del premio “Francesco D’Onofrio” che il nostro giornale ha quest’anno conferito al prof. Alessandro Dal Piaz, ordinario di Progettazione urbanistica all’Università di Napoli. Qui di seguito pubblichiamo l’intervento del prof. Dal Piaz, relatore, insieme con l’architetto Augusto Cagnardi, sul tema “Il territorio dell’urbanistica”.

*  *  *

Se tentiamo un bilancio delle vicende del territorio negli ultimi decenni siamo costretti a conclusioni pesantemente negative, sia che utilizziamo punti di osservazione, per dir così, posti ad alta quota, sia che concentriamo lo sguardo su ambiti locali. Gli effetti dei mutamenti climatici, da un lato, e lo spreco di suolo (milioni di edifici inutilizzati in Italia), dall'altro, costituiscono evidenze clamorose. Secondo il mio giudizio ciò è dipeso soprattutto dai modelli dominanti di comportamento economico-sociale basati sulla ricerca individualistica (che si tratti di persone, di aziende o di monopoli multinazionali non fa, sotto questo profilo, molta differenza) del massimo vantaggio (ovviamente privato) con il minimo dei costi. Si badi, tale minimo si consegue anche scaricando sulla collettività quanti più oneri sia possibile, non solo in termini propriamente finanziari, ma anche e soprattutto come impatti ecologici e sociali.

A questo punto potreste aspettarvi da un quasi ottuagenario l'espressione del rimpianto acuto di qualche epoca del passato. La critica severa del presente non lo comporta affatto. E non lo farò. Sono convinto, naturalmente, che si possano rintracciare molte fasi antiche in cui le capacità culturali innovative di componenti sociali avanzate sono riuscite a determinare cambiamenti complessi importanti (tranquilli, ve ne risparmio qualsiasi rassegna), ma sono ben avvertito sia della compresenza di contestuali esiti contraddittori, se non negativi, sia della tortuosità intrinseca della storia. Consapevolezza delle eredità patrimoniali, spesso inestimabili, sì. Riproposizione di strategie passate, no.

Al contrario, la mia intenzione è di usare questa graditissima occasione nella mia città natale per tentare di argomentare una tesi volta al futuro, anche se – com'è logico – ancorata a concrete condizioni esistenti. La tesi è che sia ormai maturo un nuovo paradigma per il governo del territorio, in grado di condurre a rilevanti cambiamenti positivi.

Tale paradigma può basarsi

a) sulla introiezione generalizzata della necessità di assumere finalmente criteri davvero rigorosi di sostenibilità (ecologica e sociale) e

b) contestualmente e in modo interdipendente, sulla logica strategica della conversione maggioritaria dell'iniziativa economica dalla sfera della rendita a quella del profitto; dalla rendita (cioè dallo sfruttamento parassitario, a rischi assai bassi se non nulli, di posizioni privilegiate) al profitto (cioè alla remunerazione di capacità progettuali-gestionali e di investimenti a rischio).

Son sicuro che posso risparmiarvi l'esposizione, inevitabilmente inadeguata, delle magistrali e tuttora più che valide analisi della rendita urbana di Giuseppe Campos Venuti. Si possono utilmente rileggere. Quello che voglio ora sottolineare è la necessità dell'indissolubile intreccio che dobbiamo praticare fra criteri ecologici e strategie imprenditoriali. È un mutamento culturale, a cui le istituzioni debbono comunque contribuire per prime. A seconda degli orientamenti politici maggioritari nel Paese ci saranno poi caratterizzazioni complessive più o meno declinate in senso capitalistico o democratico-sociale, ma non dovrebbero più ammettersi né violenze all'integrità ecologica del territorio né sopraffazioni edilizio-speculative, abusive o legali che siano. Converrete con me che si tratta di un paradigma fin qui misconosciuto, predicato certo da molti miei maestri (Vittorini, Campos Venuti, Salzano) o solo compagni di strada, ma assente nella pratica delle attività territoriali: in questo senso un’autentica novità.

Ci sono le condizioni perché il nuovo paradigma possa affermarsi ? Sono certo di sì.  Abbiamo le indiscutibili consapevolezze ambientaliste dei limiti dello sviluppo, grazie ai contributi sistematici degli scienziati liberi e alle riflessioni di grandi saggi, laici o chierici che siano. Abbiamo, soprattutto, la nostra preziosa Costituzione, giovanissima e prestante – nonostante i suoi 70 anni e qualche cicatrice recente – perché focalizzata su istanze o obiettivi ancora oggi cruciali. Tutt'al più se ne potrebbero aggiornare le parti strumentali finali per dare spazio a nuove modalità partecipative dal basso accanto agli istituti di rappresentanza elettiva. Ma è in essa che rintracciamo quei valori fondativi del patto sociale nazionale che puntualmente convalidano (con l'art. 9 sulla tutela del paesaggio e dell'ambiente, l'art. 32 sulla tutela della salute e gli artt. 41 e 42 sulla compatibilità sociale dell'iniziativa economica privata) il nuovo paradigma del governo territoriale.

Abbiamo, infine, gli strumenti riformati della pianificazione urbanistica, proposti da benemerite associazioni culturali (polis prima e Inu poi) e confermati da diverse Regioni. Mi riferisco agli strumenti di pianificazione urbanistico-territoriale articolati in componente strutturale, di orizzonte temporale indeterminato, e componente operativa, di breve termine, da rielaborare, poniamo, ogni 5 anni. Vorrei soffermarmi brevemente su questi.

La componente strutturale, sulla base di supporti analitico-valutativi realmente interdisciplinari, consistenti sotto il profilo tecnico-scientifico:

  1. individua e disciplina gli ambiti territoriali da sottoporre a tutele per motivi di sicurezza (da rischi naturali o antropici) o per la presenza di valori naturalistici, storico-documentari, paesaggistico-ambientali, agronomici;
  2. definisce criteri e indirizzi per governare le trasformazioni ammissibili negli altri ambiti, “trasformabili”;
  3. esprime gli indirizzi strategici di assetto di lungo termine.

La componente operativa, sulla base di fabbisogni sociali accuratamente stimati, individua negli ambiti trasformabili in coerenza con le disposizioni strutturali i soli interventi urbanizzativo-infrastrutturali da realizzare nel breve termine secondo criteri attendibili di fattibilità.

La sequenza logica del nuovo modello di piano, accompagnato dalla Vas, assicura in larga misura la sostenibilità delle trasformazioni del territorio e, soprattutto, rende preminente la garanzia pubblica dei valori costituzionali (tutela della salute, dei beni culturali e paesaggistici, dell’equità sociale) rispetto alle iniziative economiche private. Configura inoltre come davvero processuale l’attività di governo del territorio tenendo costantemente in sincronia la disciplina degli interventi con le opportunità e convenienze tecnologiche e finanziarie della fase.

Ma contribuisce significativamente anche ad una aggiornata gestione democratica del processo decisionale, consentendo forme di partecipazione sociale sulla componente strutturale relative a criteri e indirizzi generali e forme più minute – fino a procedure di tipo concorrenziale-negoziale – sulla componente operativa. Certo, occorrono ancora alcuni aggiustamenti legislativi, ad esempio in merito al rapporto con le norme sugli standard urbanistici, ma in sostanza quel paradigma di cui parlavo all’inizio risulta davvero alla nostra portata.

È dunque tutto risolto, possiamo dormire sonni tranquilli? Proprio no, non deve mancarci la consapevolezza di essere immersi nei conflitti politici e socio-culturali. È una vera guerra quella che dobbiamo ancora combattere. Perché le forze speculative della sopraffazione e dell’avidità individualistica non desistono e continuano a voler dominare.

Solo qualche settimana fa, per esemplificare, la Regione Campania ha prorogato per l’ennesima volta il famigerato “piano casa”, paradigma derogatorio diametralmente opposto a quello del governo del territorio e del rispetto dell’ambiente e del paesaggio.

*Ordinario di Progettazione urbanistica Università di Napoli

 

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