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    21/09/2017

Scandone, anatomia di una stagione

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Basket4_grup_sass.jpgAVELLINO – Le lacrime di Kyrilo Fesenko, autentico idolo del Pala Del Mauro, sigillano malinconicamente  la stagione 2016/17 della Sidigas Scandone Avellino. Ci si ferma dunque alle semifinali, come l’anno scorso (ma con una gara giocata in meno e al quarto posto finale invece che al terzo). È, in ogni caso un buon risultato, non foss’altro perché conferma ai vertici del “baloncesto” nostrano la compagine irpina. Merito assoluto ed indiscutibile di patron De Cesare che, da anni proiettato nel progetto Scandone, non ha lesinato anche per questa stagione risorse e impegno robusti.

Certo, per come è andata (anzi sta andando) la stagione di Lega Uno 2016/17, rimane quell’acre sapore di un’occasione perduta (qualcuno dice irripetibile, almeno nel breve) per poter conquistare – nientepopodimeno – il triangolino tricolore, che invece stanno per giocarsi Trento e Venezia: certamente due squadre ben organizzate, ma probabilmente (soprattutto Trento) non superiori alla squadra di coach Sacripanti.

Si poteva fare di più ? Difficile dirlo. Non è, di sicuro, mancato a questa squadra il talento: De Cesare e il ds Alberani hanno costruito, sotto le insegne biancoverdi (con un certo impegno economico), un roster ricco di atleti di eccellente livello tecnico, mescolando l’esperienza dei vari Green, Leunen, Fesenko, Cusin, Zerini e, successivamente Logan, con l’imprevedibilità del confermatissimo Ragland, e la freschezza e il talento “in progress” dei giovani  Thomas, Randolph, Obasohan e infine di Shawn Jones. Un team, insomma, segnalato subito dalla stampa specializzata, di primo livello, certamente il più lungo, quanto ad opzioni , di tutta la storia della Scandone.

Questo il raccolto finale:

a) quarto posto  in campionato, come detto;

b) finale di supercoppa (sconfitta con Milano);

c) ammissione alla Final eight, con eliminazione al primo turno (Sassari);

d) uperamento della fase a gironi di Champions league e successiva eliminazione al primo turno ad eliminazione diretta (ancora la fatal Venezia!).

Cosa è andato?

- Certamente il grande campionato di Ragland, vero Mvp del torneo (ingiusto averlo posposto a Landry da parte della giuria); indimenticabile il suo esempio in occasione della dolorosa vicenda familiare.

- La potenza, talora devastante di Kyrilo Fesenko (che l’Italia si troverà da avversario nel girone degli Europei, e saranno dolori!), spesso scarsamente tutelato dagli arbitri e perciò tartassato dagli avversari (un fallo chiamato ogni tre subìti).

- I grandi sprazzi di orgoglio che hanno consentito il recupero di gare compromesse (gara 2 di play off con Reggio, gara 3 con Venezia) o di superare le improvvise avversità (chi dimentica la gara interna con Milano, subito dopo gli infortuni di Ragland e Cusin?).

- La bella prova tecnica proprio contro Milano in regular season.

- La presenza ormai costante di un pubblico sempre numeroso alle partite, a dimostrazione di uno “zoccolo duro” sempre più consolidato.

Cosa non è, invece, piaciuto?

- Un gioco d’attacco mai veramente “corale”, troppo legato all’estro dei grandi solisti, con un pallone spesso girato leziosamente per 18-19 secondi, prima di affidarsi all’inventiva del finalizzatore di turno, con poche opzioni per mettere i tiratori nella condizione di concludere comodamente (il vero segreto, tanto per capirci, della grandi percentuali di tiro di Venezia).

- Grandi difficoltà nel far giungere palloni buoni al “centro” (Fesenko spesso ha costruito i suoi punti facendo leva sulla propria tenacia oltre che sulla “stazza”).

- Problemi nell’affrontare le difese “a zona”, una difficoltà letta ed usata dagli avversari come strumento per mettere in crisi la Scandone.

- Scarsa propensione al contropiede.

- Basse percentuali nei tiri liberi.

- Complessa gestione dei finali di gara (vedi gara 4 con Venezia, ma non solo).

Questa, a nostro avviso, l’eredità che lascia la stagione che va a chiudersi, un’eredità sulla quale la società e tutto lo staff (Sacripanti in testa, se dovesse restare) sapranno meditare opportunamente per operare le necessarie correzioni di rotta e continuare un cammino di vertice che ormai sta a cuore alla città e all’intera provincia. Auspicando ovviamente che lo stesso ingegnere De Cesare voglia ripartire con rinnovato entusiasmo alla conquista di un’impresa, certamente complessa, ma probabilmente (ce lo auguriamo), non impossibile, che lui per primo meriterebbe e in cui tutta l’Irpinia ha dimostrato di credere.

 

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