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    17/08/2018

La Scandone cambia e ora vuole tornare a vincere

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SacripantiAVELLINO – Sulla fine del rapporto tra coach Pino Sacripanti e Sidigas Scandone Avellino ospitiamo un intervento di Gennaro Bellizzi.

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E dunque dopo tre anni Stefano “Pino” Sacripanti lascia la terra irpina, verosimilmente per risalire lo stivale  e trovare un’altra panca (si parla di Torino e non solo).  È doveroso rivolgere un saluto cordiale e gli auguri più sinceri ad un coach che, in ogni caso, entra nella storia della gloriosa società biancoverde. Un triennio, quello del tecnico canturino, caratterizzato, come raramente è successo in passato, da opinioni contrastanti, soprattutto all’interno della tifoseria, fra coloro che lo considerano come l’artefice prevalente dell’ingresso della squadra nell’élite del basket nostrano, e altri che ritengono invece i suoi risultati inferiori al valore reale dei roster affidatigli da patron De Cesare attraverso il ds Nicola Alberani.

Noi ci poniamo (come abbiamo sottolineato anche in precedenti articoli) sulla seconda posizione, ritenendo che mai, come nel periodo 2015-2018, la Scandone abbia messo in piedi delle squadre di così elevata qualità. Un esempio? Nelle tre stagioni,  la Scandone ha avuto per due volte,  nella propria compagine, l’Mvp del torneo (Nunnally nel 2016, Rich nel 2018 ) e per una il secondo (Ragland nel 2017, scelta peraltro giudicata politica, avendo in tanti considerato il play irpino ben al di sopra degli altri concorrenti).

Eppure, malgrado investimenti crescenti della Sidigas  (il budget investito da De Cesare è stato fra i primissimi della serie A1), con roster sempre più profondi costruiti, i risultati hanno subìto una progressiva involuzione: in campionato, 3°posto nel 2016, 4° nel 2017, 5° nel 2018; in coppa Italia, dopo la brillante finale del primo anno, nelle due stagioni successive la squadra, presentatasi in posizione favorevole di sorteggio, è stata eliminata al primo turno da formazioni collocate sotto in classifica; infine in Champions League, nel 2017 eliminazione al secondo turno nello scontro diretto (con possibilità del ritorno in casa) , nel 2018 eliminazione al primo turno con dirottamento nella “coppetta” di consolazione, ovviamente perduta in finale.

Due grossi limiti soprattutto ci sentiamo di attribuire a Sacripanti: 1) la difficoltà di guidare i finali di gara, soprattutto di quelle determinanti: emblema, la dolorosa gara 4 della semifinale scudetto della stagione 2016/2017, quella che probabilmente è costata il titolo di campione d’Italia, persa per l’incredibile gestione dell’ultimo minuto; 2) la scarsa rotazione degli uomini, con pesantissime differenze di minutaggio fra i pretoriani (per restare a quest’ultima stagione Leunen, Rich su tutti), tenuti in campo anche quando la stanchezza li costringeva ad errori banali, e altri giocatori pure considerati di alto livello (vedi Scrubb e Zerini) frequentemente scesi in campi per periodi brevissimi e progressivamente demotivatisi (senza dimenticare il “mistero” Fitipaldo, fenomeno altrove, fantasma in Irpinia). Naturalmente ciò non toglie che Sacripanti sia un tecnico, in ogni caso, di buon livello: non si allena da 20 anni in Lega 1 senza qualità. Probabilmente gli manca il famoso “quid” di berlusconiano conio che lo renda allenatore di vertice assoluto.

Questa disamina appena conclusa ci consente anche di effettuare qualche altra considerazione sulla necessità che il pubblico irpino realizzi un’evoluzione assolutamente opportuna. Indipendentemente dalla opinioni sui singoli componenti la Scandone, sarebbe bene che i tifosi ricordassero sempre che si sta parlando di professionisti, il cui primo obiettivo è certamente dare il meglio di sé per la maglia che indossano in quel momento, ma che restano comunque degli “zingari” (in senso buono ovviamente) che arrivano e partono secondo le convenienze reciproche loro e delle società di cui, di volta in volta, fanno parte: questo vale per Sacripanti, questo varrà per il futuro coach, questo a maggior ragione riguarda anche i giocatori. Anche eventuali rapporti personali (assolutamente legittimi) che talora si costruiscono fra i tifosi e i loro “eroi” non debbono mai far dimenticare questa realtà, caratteristica precipua del mondo dello sport professionistico in cui siamo immersi. Chiedere, come talora è stato fatto, dove fosse la Scandone prima dell’arrivo di Sacripanti significa non aver compreso che i successi dell’ormai settantenne sodalizio irpino poggiano attualmente sulle spalle di Gianandrea De Cesare, così come in precedenza hanno camminato sulle gambe di quei dirigenti, e tutt’al più su quelle di generosi giocatori avellinesi purosangue (nominarli sarebbe sforzo sovrumano) che investirono risorse economiche  e personali su una Scandone in Promozione portandola a scalare tutti i campionati minori per arrivare nell’Olimpo (è bene ricordare che la società irpina non ha mai acquistato titoli belli e pronti): ecco, senza questi personaggi, ad Avellino non sarebbero mai approdati i Vanterpool, i Nolan, gli Erdmann,  gli Smith, i Green, i Fesenko, i Nunnally e nemmeno i Sacripanti. E allora che i tifosi esprimano liberamente giudizi tecnici su allenatori e giocatori, senza timore di urtare suscettibilità e senza farne questioni personali che, proprio in ragione di quanto prima affermato, non hanno alcuna ragione di essere: quel che conta è che ogni domenica, dagli spalti, il tifo esploda sempre e solo in nome dei due colori della  nostra terra, il bianco e il verde: è quello che occorre veramente alla Scandone.

 

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