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    17/11/2019

Lupi per sempre/Avellino e la sua squadra, rivisitazione di un amore

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Calcio5_libr_lupi.jpgAVELLINO – “Lupi per sempre”, un titolo, ma anche la constatazione di un modo di essere che, almeno nel passato, ha caratterizzato coloro i quali hanno indossato la maglietta biancoverde.      Probabilmente questo marchio oggi appare fortemente improbabile; lo abbiamo constatato questa sera in occasione della presentazione del libro intitolato proprio in questo modo, scritto da Felice D'Aliasi. Un happening che ha visto presenti soprattutto i vecchi “lupi” e i tifosi che per loro hanno sofferto, gioito ed esultato, mentre più “asettico” lo spazio dedicato ai “lupi” (?) di oggi, ed a coloro che vengono in questa epoca ospitati sugli spalti del Partenio-Lombardi. Una sala stracolma all'inizio, un poco meno piena col passar del tempo e verso la fine della manifestazione.

Si è partiti dal ricordo del Piazza d'Armi, “lo stadio che aveva più gente di quanta ufficialmente ne contenesse”, per la presenza degli abitanti delle case vicine e dei carcerati di via Dalmazia, lo stadio che ha visto le gesta di formidabili cannonieri e memorabili portieri. E a testimoniare quei tempi quasi pionieristici, ecco l'82enne Alberto Recchia, formidabile estremo difensore della C del secondo posto nel '67, ecco Augusto Ive, “rosso malpelo” attaccante furbo e spietato, che con la casacca irpina ottenne la Nazionale di categoria, il quale ha voluto ricordare alcuni compagni di quell'epoca, da Mujesan ad Abbatini, allo scomparso Riti; ecco Fortunato Guido Cesero, coraggioso centravanti d'area che all'Avellino regalò goal meravigliosi, un titolo di capocannoniere e anche una mandibola fratturata, il quale ha raccontato del suo incontro col presidente Abate che lo volle in Irpinia; ed ecco proprio Renato Abate, pronto a ricordare suo nonno, Annito, che da presidente lo conduceva negli spogliatoi.

E poi loro, “i ragazzi del 72”, l'Avellino che ancora per molti rimane la “squadra”, quella che stravinse contro il Lecce e restituì la serie B, rubata 25 anni prima a Gennari, Morgia e compagni; e spazio quindi a Marchesi e Codraro, Fraccapani “il cattivo”, “Fru Fru” Palazzese e infine al “sempiterno” capitano Mauro Pantani, ancora oggi autentico mattatore di quel gruppo “pazzesco”: il tutto nel ricordo incancellabile di “Don Antonio”, fatto rivivere dalle battute simpatiche dell'imitatore Eugenio Corsi.

Ed eccoci ai racconti su quella prima serie B, un cammino di preparazione al grande salto nella massima serie, un cammino talora complicato anche dalle tensioni interne che spesso si vivevano; il racconto di quell'epoca è passato per le voci e i volti del “baronetto” Gianni Improta, di “Totonno” Capone e di Stefano Trevisanello, tutti concordi nel ricordare gli anni in Irpinia come anni belli, spesso propedeutici a carriere brillantissime. Di quell'epoca anche la ricostruzione dei famosi “tre minuti di Salpini”, l'energico mediano biondo, uscito dopo soli centottanta secondi, per aver “picchiato” senza scrupoli un giovane avversario inarrestabile, tale Marco Tardelli.

Ed allora spazio alla serie A, il sogno impossibile, scaturito da una squadra definita in partenza un' armata Brancaleone. A ricordare quell'anno, con molta simpatia e un briciolo di emozione, un bel manipolo di protagonisti: innanzitutto il “duo” per eccellenza, Cattaneo-Di Somma. “Cesarone” ha ringraziato Avellino per avergli regalato una serie A da lui inseguita per anni, Salvatore ha invece voluto rimarcare gli inizi difficilissimi e poi quel crescendo frutto di “uomini veri”. E  hanno descritto il loro modo di intendere la difesa: “ Io alzavo gli avversari e Salvatore li scagliava lontano”, ha concluso ridendo Cattaneo.  E palla ai Piga: Marco ha ricordato “il trucco” di essersi fatto passare per il fratello, assolutamente indistinguibile da lui, nella gara col Varese; Mario ha invece fatto cenno al primo colloquio col compianto tecnico Paolo Carosi: “A lui che ci disse, in questa squadra servono le palle, io risposi, stia tranquillo, noi le abbiamo!”.

E poi Giorgio Boscolo, il “tuttofare”, lo “squalo” Reali, Giorgio Ferrara che ha descritto quell'Avellino forse più debole di quello dell'anno precedente, salvatosi a stento, ma sicuramente più fornito di qualità morali. E poi Ezio Galasso, l'acquisto “novembrino” compiaciuto per essere stato definito l'arma tattica di quella stagione. E Giampiero Ceccarelli, il frascatano, che ha lanciato una “amorosa” stilettata all'Avellino di oggi:“Ho incontrato la squadra di quest'anno stamattina e l'ho vista spenta; ragazzi coraggio, perché le battaglie si vincono innanzitutto col cuore e la tenacia che avevamo noi”. Anche qui il ricordo del presidente di quell'epoca, Arcangelo Japicca, affidato ai figli Francesco e Miki.     E il racconto della serie maggiore si è aperto con il ricordo struggente di due “grandi firme” di quegli anni che prematuramente ci hanno lasciato: Giampietro Tagliaferri e il “capitano” Adriano Lombardi. I loro volti sono passati attraverso le voci del figlio di Tagliaferri e della moglie e delle figlie di Lombardi: due uomini che nessuno dimenticherà.

La serie A, il suo apice, il suo crepuscolo si sono concretizzati attraverso tanti volti indelebili nel cuore degli sportivi irpini che non hanno disdegnato continui rumorosi applausi, all'indirizzo dei vari Pasquale Casale e Federico Rossi, Franco Colomba, Lorenzo Ferrante  e Rino Valente, fino all'apoteosi per Beniamino Vignola, la classe al servizio del pallone.

E il passaggio dai fasti della serie A all'inizio della caduta è stato affidato a Nicola Di Leo, il portiere, cresciuto nell'Avellino e lanciato in A proprio in Irpinia. Di Leo ha raccontato quei giorni molto difficili, non risparmiando qualche critica molto aperta anche al vecchio ds irpino Pierpaolo Marino, ricordando la giornata molto controversa di Avellino-Cremonese del 1989, la gara che avrebbe dovuto restituire la serie A all'Irpinia e che invece fu un passo decisivo per i successivi anni complicatissimi, una gara in cui proprio Di Leo, che in quei giorni viveva momenti di grande dolore familiare, fu messo ingiustamente a suo dire, sul banco degli imputati.

Gli anni più recenti sono stati affidati al racconto dei vari Riccio e Puleo, Esposito e Molino, Biancolino e Cecere oltre a Totò Fresta: un'altra cosa! Bei ricordi, bell'entusiasmo, ma  un'altra cosa, un altro calcio, uno sport ormai profondamente condizionato da una presenza compulsiva, quasi invadente, del senso del business più che della competizione;  e poi questo continuo cambiar casacca da luglio a gennaio e viceversa, con atleti che oggi sono con te e domani ti sono avversari,  ha tolto molta della poesia a uno sport come il calcio che ha, in fondo, sempre coltivato il mito dell'eroe fedele e pronto  alla battaglia per i propri colori. In ogni caso, una serata bellissima, conclusa a tavola, come per ogni festa che si rispetti.

 

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