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    15/10/2018

È morto Angelillo, allenò l’Avellino in serie A

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Angelillo intervistato dal collega Biazzo subito dopo la vittoria sul Verona di Bagnoli  AVELLINO – Antonio Valentin Angelillo, deceduto il 5 gennaio a 80 anni in un ospedale di Siena, ha legato il suo nome anche alla storia dell’Avellino. Nella stagione 1984-85, reduce da ottimi campionati di C e B con l’Arezzo, fu lui a guidare i Lupi dalla panchina verso una salvezza non complicatissima ma nemmeno tranquilla causa girone di ritorno in calo rispetto all’andata. Il torneo di A era a sedici squadre, il club biancoverde aveva in porta Coccia e Paradisi, come difensori c’erano Murelli (attuale vice di Pioli a Firenze), Amodio, Ferroni, Garuti, Vullo e il giovane Pecoraro, il libero lo faceva Beppe Zandonà. Centrocampo di lusso con Fernando De Napoli in rampa di lancio, l’esperto Franco Colomba ala di raccordo, il cursore Angelo Colombo (che approderà al Milan) di fianco a capitan Tagliaferri e poi l’irpino di Cervinara Pasquale Casale e l’emergente esterno salernitano Angelo Alessio, attuale vice di Antonio Conte al Chelsea. Molto tecnica la coppia di attacco sudamericana Diaz-Barbadillo con Faccini di scorta.

Quel campionato, contraddistinto dal sorteggio integrale degli arbitri (che poi fu subito soppresso) venne vinto dal Verona. Beh, l’unica sconfitta esterna del campionato fu inflitta ai futuri campioni d’Italia proprio al Partenio nell’ultima di andata in un freddo pomeriggio invernale – era il 13 gennaio 1985 – con la neve spalata a tempo di record dall’amministrazione del sindaco Enzo Venezia, grande tifoso biancoverde oltre che roccioso stopper di accanite sfide amatoriali (ne sa qualcosa il “centravanti” Pierpaolo Marino, altro abituale animatore di quelle partite).

Angelillo ottenuta la salvezza accetta le offerte del Palermo, neo promosso in B, e lascia la panchina dell’Avellino a Tomislav Ivic affiancato da Enzo Robotti per una questione burocratica. Ma la sua carriera di allenatore non decollerà. Molto più importante per il calcio italiano la precedente attività di giocatore che con Inter e Roma diede prova di eccezionale bravura tecnica e di trasformismo tattico: riusciva a interpretare bene tutti i ruoli di costruzione. Quindi regista, mezzala, trequartista e attaccante puro.

Da centravanti dell’Inter ha firmato un record di segnature che ancora resiste: 33 gol in 34 partite (campionato a 18). Con la Roma (quattro stagioni) vinse la Coppa delle Fiere (antenata della Coppa Uefa) e la prima Coppa Italia della storia del club capitolino.

Ammirato dalle donne per i suoi tratti gentili fece parlare molto i giornali rosa per la storia d’amore con una ballerina (Ilya Lopez il nome d’arte) che lavorava a Milano. Fu lo spunto al quale si aggrappò Helenio Herrera per ottenere da Angelo Moratti la cessione di Angelillo in modo da ingaggiare lo spagnolo Luis Suarez.

Bandito dalla nazionale argentina dopo il successo nel torneo sudamericano del 1957, Angelillo giocò da oriundo due partite con la Nazionale azzurra incontrando però l’ostracismo dell’allora c.t. Fabbri. In patria non potette mettere piede per vent’anni in quanto renitente alla leva. Peccato. Con Sivori e Maschio aveva dato vita a un magnifico trio: gli angeli dalla faccia sporca.

Stabilitosi ad Arezzo si è spento in seguito a una lunga malattia. La famiglia (ha due figli) ha scelto la strada del riserbo e quindi la notizia del decesso è stata data a distanza di molte ore e le esequie saranno in forma privata.

 

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