Tutta la fretta di questo mondo non giustifica il grande errore che il governo sta compiendo nell’azione contemporanea di semplificazione dell’apparato burocratico-istituzionale dello Stato e di risanamento delle finanze pubbliche. È vero che al punto in cui ci troviamo abbiamo pochi margini di manovra, ma è anche vero che non si può aggiustare una casa pericolante abbattendone alcune mura portanti (“mura maestre” si chiamavano prima della proliferazione dei pilastri in cemento armato).
Ci riferiamo alla tanto dibattuta questione (sui giornali e nei Tg) dell’abolizione delle Province. “Più che un assassinio è un errore” disse il principe di Tayllerand a chi gli chiedeva un’opinione sulla fucilazione senza processo voluta da Napoleone Bonaparte del principe di Enghien fatto rapire oltre frontiera dal rivoluzionario con mire imperiali perché ritenuto un possibile suo credibile rivale.
Ecco, a noi questa storia dell’urgente abolizione delle Province sembra un doppio gravissimo errore. Chiuse nella morsa costituita da Regioni insaziabili (e di fatto duplicazione dell’apparato statale) e dai veri presidi di democrazia costituiti dai Comuni, le Province stanno subendo un linciaggio inaudito che riassumiamo in cinque capi d’accusa: 1° non servono perché hanno poche competenze; 2° con la nascita delle Regioni il livello intermedio tra lo Stato ed il territorio risulta occupato; 3° il futuro semmai è più dei Comuni e dei loro consorzi che di questo ente indigesto già ai tempi del varo della Costituzione; 4° contribuiscono ad alimentare debiti che prima o poi lo Stato dovrà accollarsi; 5° più che decidere creano ostacoli a chi vuol decidere (imprenditori,comunità locali ecc.).
Ma le cose stanno proprio così? Soprattutto come le descrivono anche autorevoli giornalisti che pure hanno avuto il merito di strappare il sipario che nasconde tante italiche sconcezze (Stella e Rizzo del Corriere della Sera, Francesco Merlo di Repubblica solo per citare i più noti)?
Partiamo dal punto 1°: le poche competenze. Ebbene, sono quelle che costituenti e legislatori le hanno dato o negato. Quante Regioni hanno davvero delegato le funzioni che non riuscivano più a “tenere” alle Province? E le nuove funzioni che sul territorio sarebbero naturalmente appannaggio dell’ente intermedio (Protezione civile, ambiente, paesaggio e parchi locali) davvero starebbero meglio nelle mani di Comuni talvolta minuscoli a fronte di un territorio vastissimo comprendente monti, boschi, fiumi e miniere?
Punti 2° e 3°. Davvero i Comuni (anche consorziati) sarebbero in grado di affrontare questioni delicate come la Protezione civile che, invece, ha bisogno di un vasto sguardo e di un’operosità organizzativa ad ampio raggio? Le nevicate dello scorso inverno e gli incendi di questo inizio estate – per non parlare del terremoto in Emilia Romagna – non insegnano proprio un bel niente? E la politica delle acque e degli acquedotti che soltanto in una parte del Sud vede in guerra Campania, Basilicata e Puglia è roba da lasciare ai Comuni o ai famigerati Ato (un altr’anno di rinvio per il loro scioglimento? E perché).
Dall’acqua ai rifiuti. Sono bravissime in questo campo Regioni come la Sicilia, la Campania, la Calabria ed il Lazio, tanto per rimanere sotto la linea gotica? E quando mai,pur con indubbie eccezioni, il livello tra lo Stato ed i Comuni, proprio sulle materie che abbiamo appena citate, è stato occupato dalle Regioni?
Punto 4°, l’indebitamento. Da questo punto di vista le Province sono in linea con tutti gli altri procuranti debito pubblico nel nostro Paese, ma l’abolizione di tanti enti sorti sotto il suo livello porterebbe ad un risparmio vero che non si ridurrebbe a qualche gettone o indennità in meno così come previsto dalla “riforma” attuale. E la semplificazione, poi (punto 5°). Viene dalle Province ogni ostacolo o da Ato, Ept, consorzi, Comunità montane, Iacp e via dicendo? Tutti questi enti, una volta soppressi, avrebbero dovuto lasciare la loro area di competenza alla Provincia, ente peraltro controllato dagli elettori con un voto quinquennale. Questo travaso di funzioni avrebbe significato la scomparsa di riserve di potere, di spazi per basse manovre, angoli bui, poltrone, mezze figure, potenti decaduti.
Questa sì sarebbe stata una vera azione riformatrice, anche perché avrebbe comportato un franco ripensamento del ruolo e della rapida decadenza di quelle Regioni che pensate e nate per liberare la rinata Italia dalla cappa burocratica che la giovane repubblica aveva ereditato dallo Stato pensato dai re e da Mussolini, si erano rapidamente trasformate in nuovi costosi feudi dove – se c’erano soldi – si scialava, altrimenti si chiedeva linfa (miliardi) a Roma.
Senza accorgercene ma con la convenienza di tutti abbiamo raddoppiato il costo dello Stato. I conti sono saltati e le finanze regionali (i debiti) sono di fatto protette dalla tutela costituzionale. Bisognava ridiscutere coraggiosamente questo livello istituzionale. A partire dalle non più sostenibili (in tutti i sensi) autonomie speciali.
È in questa mancata svolta che risiede la motivazione della striminzita quanto perversa iniziativa governativa che per raccogliere un po’ di legna distrugge un bosco che aveva soltanto bisogno di essere curato per dare molto di più.
Ma non c’era tempo per pensare ad altro, si è detto. Già, la fretta: la disegnò mirabilmente, la fretta, il principe della risata con un suo latino da “quartieri napoletani”. “Per la troppa fretta – disse Totò – felines fecit gattini orbis!.
Quell’insegnamento, a quanto pare, non è servito.
