AVELLINO – C’è qualcosa che non quadra nei primi giudizi dei “vincitori” dell’ultima tornata elettorale in Irpinia. Nel Partito democratico, erede di due dissolvimenti (quello della Dc, poi Ppi, poi Margherita e quello del Pci, Pds, Ds), deve essere forte la paura di una nuova grande sconfitta. Una sorte di sindrome della scomparsa che evidentemente viene da lontano. Dai tempi in cui nel feudo irpino della Dc – dall’avvento della Repubblica quasi un impero senza fine – proprio la Democrazia cristiana ed il Partito comunista, scontrandosi furiosamente, egemonizzavano la vita politica e sociale in provincia. Di contro l’Udc, il bunker nel quale si è rifugiato, per non scomparire, Ciriaco De Mita con i suoi fedelissimi, si affretta a precisare che il voto e la “vittoria” non hanno alcun significato politico…
Un po’ strano il tutto a meno che non si voglia giustificare sia le due anime dei democratici per la paura che viene loro dalla sindrome della scomparsa di cui prima dicevamo sia l’inattaccabile bunker demitiano dall’esigenza di tenere insieme alleanze contraddittorie farisaicamente definite dal patron di Nusco esigenze territoriali. Ai democratici che rincorrono De Mita ed i suoi per un accordo più ampio, occorre ricordare che forse nella nostra provincia De Mita, da almeno trent’anni, tiene in piedi un sistema che alimenta se stesso e non lascia nulla di positivo su quel territorio che pure, in passato, fu oggetto, proprio da parte Dc, di scelte industriali e di sviluppo.
In tempi in cui ci si ribella alla degenerazione della politica è sicuro il Pd di potersi seriamente presentare agli elettori con un’accoppiata che rappresenterebbe una fuga verso un passato seppellito da una valanga di disfatte (questione morale, disastro finanziario, Mezzogiorno minacciato addirittura da una secessione, la fine del mito Europa) per non parlare delle sconfitte tutte nostrane come la Fiat, gli ospedali dell’Alta Irpinia, i tribunali da chiudere, la città di Avellino affogata nell’indifferenza e nel ridimensionamento del ruolo di capoluogo di provincia?
Ed il Pd pensa davvero di poter far passare come inezie il perenne tentativo della Regione di sbarcare in Irpinia con i rifiuti, di chiudere gli ospedali in Alta Irpinia, le stupide ironie di Caldoro sui due metri di neve sulla nostra provincia abbandonata dagli uffici regionali, sui sempre annunciati “patti” a favore dell’Irpinia e del suo turismo, sulla porta di Palazzo Santa Lucia sbattuta in faccia a lavoratori, disoccupati, sindaci e vescovi nostrani che chiedevano un confronto su Irisbus, Bisaccia ed altro?
E crede davvero il Pd che gli elettori si bevano la favola che nella giunta regionale i De Mita (zio e nipote) si siano battuti allo stremo per difenderci e di non esserci riusciti per le prepotenze di Caldoro? E davvero c’è qualcuno che crede che a Napoli l’Udc di De Mita e Casini conti poco su questi fronti quando tutti sanno che conta, e tantissimo, sulle nomine di manager Asl ed ospedalieri, su vicende urbanistiche, su normative e delibere che portano ad appalti robusti di opere pubbliche, sulla gestione del personale?
De Mita si è inventato (il colmo per un politico puro come lui) che gli accordi elettorali con Cosentino e Caldoro a Napoli e con lo stesso Cosentino ad Avellino sono appunto accordi locali. Insomma, mandare Berlusconi ed i suoi al potere a Napoli è un fatto locale, un accordo a difesa del territorio.
Il Pd vuole credere che sia così. Ma al suo interno c’è anche una significativa, articolata diversificazione. La componente ex comunista, che ritiene scandaloso sostenere Monti al governo, non si fa problemi a proporre per il Pd e per l’Irpinia un futuro tutto dentro al bunker demitiano. Dove stanno già andando di corsa gli ex amici Dc (e sudditi) di sempre. Segno dei tempi.
