AVELLINO - «Chi se ne frega dove va Bassolino o De Luca, parliamo di politica». Esordisce così, senza troppe remore, Giuseppe ‘Pippo’ Civati, trentottenne candidato alla segreteria nazionale nonché deputato del Pd. Fa tappa al Caffè letterario di Avellino il Civatour, promosso in provincia da Marcello Rocco, Carmine De Angelis, Donata Ferrante ed altri giovani democratici. Molti i presenti ad affollare i locali della libreria. Oltre a diversi esponenti democratici - tra cui Paris, Ricciardi, De Stefano, Maffei - molti i curiosi presenti e anche una piccola delegazione di operai dell’Irisbus, tra cui l’Rsu Dario Meninno, protagonista di un breve intervento. Tra gli altri, Vito Carbone del Comitato Calore e Valentina Del Pizzo, testimone del progetto Paestumanità di Legambiente.
Introdotto da Rocco e De Angelis, l’ex consigliere regionale lombardo indica subito la strada da seguire, la via della politica: «Usciamo dal clima di sospetto che attanaglia il Pd, andiamo oltre le tessere gonfiate, chi voleva comportarsi bene lo ha fatto. Il partito non deve cambiare verso, c'è già una direzione, essere di sinistra non è certo una malattia». Non vuole essere chiamato onorevole, «va bene Pippo», lui che la fiducia al governo Letta non l’ha votata per due volte, grande oppositore delle larghe intese, fautore del riavvicinamento a Sel e pontiere verso i cinquestelle nei giorni tormentati della formazione dell’esecutivo e della “non vittoria” di cui era chiamato a rispondere Bersani.
La sfida futura è quella della segreteria, del congresso - da Civati a Civoti recita la slogan della campagna - ma lo psicodramma democratico di marzo-aprile occupa il grosso dell’analisi di Civati. La consueta analisi della sconfitta, per dirla in termini di apparato. Fortunatamente, nonostante la stanchezza Civati riesce a tenere desta l’attenzione dei presenti - tra cui un divertitissimo e sempre rumoroso Andrea Forgione, dirigente Pd di Paternopoli - passando in rassegna i punti chiave della sua sfida: «Siamo l'unico vero partito in circolazione, ma abbiamo perso un terzo di nostri ipotetici elettori. La mattina del 9 dicembre (si vota l’8 per le primarie, ndr) devo convincere Romano Prodi a fare la tessera e poi volare da Vendola per convincerlo a fare un partito solo, ma fatto bene, che vada da Prodi a Rodotà, come da Fioroni a Civati, con il quale sono d’accordo sugli F35». E ancora si dice stanco delle etichette populiste continuamente apposte su operai, giovani ed emarginati: «Machiavelli, uno iscritto al Pd qualche secolo fa, diceva che un tumulto, il ‘romore’, non sia per forza negativo, dobbiamo capire cosa si cela dietro le battaglie. Non diventiamo dei marziani, altrimenti andiamo avanti per sempre con Alfano e Formigoni. Uscito Berlusconi di scena, completata la decadenza, si deve tornare a votare».
Definito indirettamente “professionista del conflitto” dal premier Letta sul finire d’agosto, il pacato e spigliato brianzolo torna sul suo cavallo di battaglia, le larghe intese: «Se funzionassero davvero a quest’ora la legge elettorale sarebbe già stata scritta. Quagliariello e Violante sospetto abbiano una relazione, fossi nelle loro mogli mi preoccuperei. A questo punto torniamo al Mattarellum e andiamo a votare scegliendo un governo politico. Siamo alleati ma ci detestiamo, non può durare a lungo». Forgione ride inspiegabilmente estasiato, tanto che Civati basito propone di portarselo in macchina con sé a Roma.
Dunque, il partito. Per Civati deve recuperare partecipazione e chiarezza: «Ora il Papa dice telefoni a casa delle persone, ma il Pd non si fa sentire mai, chiediamo sempre di scegliere le persone e non le cose, non le spieghiamo. Non interpelliamo i tesserati solo per vincere i congressi. Prima - ricorda Civati - abbiamo inseguito Casini e l'Udc, poi abbiamo inseguito Monti ritenuto un semidio, uno che non ha preso un voto. Ritroviamo la nostra funzione storica, il Pdl ha fatto un congresso solo in venti anni e con Grillo non si capisce realmente chi comandi». Identità e apertura, partecipazione e recupero della militanza. Questi i margini entro cui pare muoversi Civati, dialogando con Vendola, Landini, Rodotà, Zagrebelsky, l’Anpi, «gente che magari non sta nel Pd, ma sono nostri interlocutori naturali», facendo attenzione a non negare il conflitto presente nella società e aggravato dalla crisi, «altrimenti qualcuno si intesterà queste rivolte, come le destre violente». Chiude e saluta con un buon proposito Civati quando sono le dieci e mezza passate «responsabilizziamoci e smettiamola di menarci. Non serve un paese di tifosi perché così non cambiamo niente. Non diventiamo una setta, altrimenti - come ripeteva spesso tra le elezioni e la nomina bis di Napolitano - poi la gente non ci capisce».
