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    24/06/2024

Quando Maria di Spagna soggiornò nel castello di Avellino

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b_300_220_15593462_0___images_stories_maria_di_spagna.jpgLa principessa Francesca Maria d’Avalos d’Aragona, figlia di Inigo marchese del Vasto e di Pescara, non poté organizzare né essere presente ai grandiosi festeggiamenti che si tennero negli splendidi saloni del castello pochi giorni prima del Natale del 1630 in occasione della venuta ad Avellino, proveniente da Napoli con un seguito di duemila persone, dell’infanta di Spagna Maria Anna d’Asburgo, sorella del re Filippo IV e pronipote, dunque, di quel Filippo II che nel 1589 aveva concesso il titolo di principe ai Caracciolo.

Ella, nell’ambito di quella politica volta a rafforzare l’asse ispano-italo-germanico contro la Francia di Luigi XIII e di Richelieu, si stava recando a raggiungere il futuro sposo, l’arciduca Ferdinando d’Austria, re titolare d’Ungheria e di Boemia, poi imperatore col nome di Ferdinando III seguendo l’itinerario meridionale – nel Nord, in particolare in Lombardia, c’era la peste, quella stessa di cui parla Manzoni nei Promessi sposi – attraverso l’Irpinia, la Puglia, l’Abruzzo e lo Stato pontificio fino ad Ancona, e da qui, attraversato l’Adriatico su galee veneziane, fino a Trieste.

Donna Francesca, infatti, in avanzato stato di gravidanza, era in lutto per la improvvisa morte del marito, il principe Marino II, avvenuta a Napoli il 4 novembre di quell’anno, all’età di appena 43 anni, nel convento di San Giovanni a Carbonara, non molto distante dal maestoso palazzo dei Caracciolo di via Anticaglia.

A predisporre così ogni cosa e a soprintendere al cerimoniale ci pensarono suo cognato, fra Tommaso Caracciolo vescovo di Cirene, la zia di questi, donna Giovanna Crisostoma Caracciolo principessa della Riccia e il segretario personale del principe, Pietro Venerosi.

Tutto fu curato nei minimi particolari sia perché si voleva fare onore al nome del casato, in particolare del compianto principe Marino, sia perché si doveva evitare, in ossequio alla più scrupolosa osservanza della rigida etichetta spagnola, che si potessero ripetere anche in terra d’Irpinia quegli incidenti grotteschi e quei bizzarri contrattempi verificatisi durante il soggiorno della missione spagnola a Napoli.

Nella capitale del Regno, infatti, dopo una sosta di tre giorni al largo delle acque di Procida, con un seguito imponente guidato dall’ex viceré, il potentissimo duca d’Alba Antonio Alvarez de Toledo,  la giovane regina, partita da Madrid, era giunta via mare il 25 luglio di quel 1630.

Dopo un soggiorno nella villa di Fabrizio Carafa principe di Colubrano, nello splendido scenario di capo Posillipo, donna Maria Anna, in lettiga, tra due ali di folla acclamanti, assente il sindaco, Ettore Capecelatro, giunse a palazzo reale.

Non poco imbarazzo suscitò, tra i tanti incidenti diplomatici verificatisi nei quasi cinque mesi di permanenza a corte, quello verificatosi la sera del 17 ottobre in occasione della rappresentazione in onore dell’illustre ospite spagnola di un ballo coreografico con i testi scritti dal poeta Giambattista Basile, già governatore di Avellino, ben noto ai Caracciolo. Con una bizzarra decisione, la regina aveva negato l’uso delle sedie alle dame concedendo loro di sedere per terra, sui tappeti, e accordando un semplice cuscino alle sole consorti dei Grandi di Spagna.

Più disponibile e, per così dire, più alla mano, per quanto lo consentisse il rigido protocollo spagnolo, si mostrò l’illustre ospite durante il suo soggiorno, durato tre giorni, nel castello di Avellino.

Dei meticolosi preparativi e dei sontuosi addobbi curati nei minimi particolari c’è ampio e particolareggiato resoconto in una sorta di notiziario di corte redatto dal segretario del principe Pietro Venerosi: «Nelle camere abbasso del cortile si fecero molte botteghe (dispense) di polleria, carne di ogni sorta in abbondanza, di salami, cacio, pesci regalati, di spetiarie (dolci) squisite, e di tutte sorti di frutti, et herbe novelle, che per essere di Dicembre, non fu di poca consideratione, nè di minor vaghezza. Al pane, vino et orgio, non vi furno luoghi assegnati, perché se ne dava a tutti in generale abbondantemente.  Acque odorifere, e da bere, se ne trovorno di diverse qualità, è certo, che rendevano stupore a tutto il corteggio della Regina. L’apparato non si poteva disiderar meglio avendo il Signor Principe d’Avellino mio Signore una Guardaroba, che nel Regno ha poche pari. La sala fu adorna di panni di razza (arazzi) che le figure rappresentavano meravigliosamente le forze d’Hercole. L’anticamera apparata di velluto pavonazzo ricamato d’oro con fiori bellissimi. Un’altra Anticamera dove haveva da mangiare la Regina di broccato rosso contratagliato (traforato secondo un preciso disegno), col baldacchino, sopra boffetta (tavolino, dal francese buffet) dell’istesso e tappeto alla sedia. La Camera dove dormì Sua Maestà era di broccato cremisino contratagliato assai più ricco, e tutto il pavimento coperto di tappeti con strato di tela d’oro, e coscino dell’istesso. Un’altra Camera parata di broccato verde, e giallo, et il letto di broccato rosso, et anco il pavimento coperto di tappeti di seta, et oro. Per ciascheduna di esse stavano due boffette d’argento, et le finestre fornite di coscini di broccato, et oro, essendo dietro d’ogn’una i suoi portieri con paramenti per chiuderle la sera ad uso di Spagna. Più dentro stavano altre quattro camere parate di tela d’oro, e velluto cremisino (rosso acceso), con li suoi letti per aiuto di camera della Regina, corrispondenti all’appartamento di Sua Maestà».

Tutto, dunque, era ormai pronto. Dal casale di Barra, alle porte di Napoli, dove aveva trascorso la notte nel palazzo del duca di Monteleone, la mattina di quel 20 dicembre, la regina, preceduta dagli alabardieri della guardia svizzera e circondata dal suo imponente seguito con un numero interminabile di carrozze, si mise in viaggio, via Nola, alla volta di Avellino. Al tramonto, al confine del Principato Ultra, al valico di Monteforte, ad attenderla v’era una delegazione del tribunale provinciale di cui, a causa dell’assenza del preside Adriano Brancaccio conte di Castiglione, forse ammalato, facevano parte i giudici uditori Giambattista Pagano e Tommaso Brancolino, il fiscale Michele de Chaves e il segretario Francesco Vito.

Dopo aver, sul far della notte, superato il viale dei pioppi, il corteo fece sosta a porta Napoli dove si trovava il palazzo del vescovo: qui era ad attendere l’augusta maestà, che indossava un vestito verde e oro «con molti ricami assai galanti e collaro a lattuchiglie», il clero avellinese con a capo il visitatore apostolico, monsignor Pierbenedetti, in rappresentanza del pontefice, seguito dagli altri dignitari del Capitolo, l’arcidiacono Colantonio Ricciardi, l’arciprete Giulio Cesare d’Offiero, il primicerio maggiore Simone Imbimbo, il primicerio minore Giulio Silvestrello.

Naturalmente vi era anche il sindaco, Francesco Imbimbo, il quale, su di un cuscino di velluto azzurro, presentò le chiavi della città alla regina che, dopo aver ringraziato, rinunciava alle salve d’onore che gli archibugieri dello squadrone della milizia provinciale, schierato poco distante al largo dell’Annunziata, avevano avuto l’ordine di sparare. Superata porta Napoli ed entrato, dunque, all’interno della città, il corteo, con l’illustre ospite trasportata su una lettiga ai cui lati s’erano posti ventiquattro rappresentanti del nobiltà locale ciascuno dei quali portava in mano una torcia accesa, procedendo lungo le strade gremite di folla acclamante e illuminate con fuochi, luminari e  lampioncini alla veneziana, giunse al castello.

Qui c’erano ad attendere e a fare gli onori di casa monsignor Tommaso Caracciolo, fratello del compianto principe Marino, e la zia Giovanna Crisostoma principessa della Riccia, i quali, dopo aver ossequiato la regina, per prima cosa scusarono l’assenza della principessa Francesca d’Avalos perché ancora in lutto in seguito alla scomparsa del marito. Seguì la cena cui la regina Marianna, piacevolmente impressionata per la splendida accoglienza ricevuta, prese parte stando seduta sotto il baldacchino e dimostrando di apprezzare di buon gusto il ricchissimo menu «con molti piatti – come riferisce ancora il Venerosi – e vivande lautisssime fatti alla spagnola da cuochi eccellenti chiamati da Monsignore, senza risparmio».

Nei tre giorni che si fermò nel castello di Avellino la regina Maria uscì più volte a passeggiare nel parco aggirandosi tra le bellissime aiuole di tulipani, anemoni, peonie e narcisi, sostando ad ammirare la gran vasca centrale «adorna di vari mulinelli e giochi d’acqua», con una peschiera piena di trote. Non sembra che, dato il tempo incerto, sia riuscita anche a trovare il tempo per prendere parte, col suo seguito, ad una battuta di caccia al cervo, lei che si dilettava di tirar d’archibugio. La sua permanenza, al di là del rigido protocollo spagnolo, fu comunque piacevole.

Ma piacque ancora di più il bel gesto che ella fece nel concedere udienza alla giovane vedova del defunto principe Marino, la principessa Francesca d’Avalos, che era giunta al castello dal palazzo di un suo vassallo, il barone Amoretti, nei pressi del duomo, su di una lettiga a mano, parata a lutto, scortata dal gran cerimoniere don Rodrigo Zapata, conte di Barascia.

Fu, quindi, il duca d’Alba in persona ad introdurla alla presenza della sovrana che – secondo la cronaca del Venerosi – «la ricevé in piedi, l’abbracciò, e la fece subito alzare con molte cerimonie e accoglienze».

A ulteriore prova della sua benevolenza verso il casato dei Caracciolo, la regina Marianna, nonna del «re di bronzo» Carlo II, quello che poi gli avellinesi ribattezzeranno con l’affettuoso nomignolo di Carlucciello, acconsentì a fare da madrina, dandone procura alla principessa della Riccia, al futuro nascituro.

La mattina della vigilia di Natale riprese il viaggio per raggiungere nelle Marche – seguendo l’itinerario già fissato con tappe a Mirabella, Ariano (dove soggiornò nel palazzo del vescovo, monsignor Paolo Caiazza) Bovino, Foggia, Torremaggiore, Capriola, Termoli, Vasto, Lanciano, Ortona, Pescara, Atri, Giulianova, Grottammare, Fermo, Loreto – il porto d’imbarco, vale a dire Ancona, e di qui, attraversato l’Adriatico, la città di Trieste, ultima sosta prima di puntare alla volta dell’Austria.

Nella città marchigiana, dove fu ospite nel palazzo di Guido Ubaldo Trionfi, si verificò un episodio che causò non poco imbarazzo fra i responsabili della sicurezza e che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi. Per la “trascuraggine” di una cameriera del seguito, infatti, scoppiò un improvviso incendio in una camera attigua a quella dove si trovava la regina. Il fuoco provocò la distruzione di «una quantità di suppellettili e di gioie con la morte di molti famigliari, oltre al disturbo apportato a S. M. che fu costretta, per non rimaner preda delle fiamme, fugirsene mezza vestita in una sedia volante».

 

 

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