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    24/06/2024

La rivoluzione morale e la nascita di una nuova classe dirigente

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b_300_220_15593462_0___images_stories_immagini_articoli_foto_articolo.jpgA partire dagli anni Venti del ’900 la discussione sulla composizione della classe dirigente e sulla formazione delle élites divenne centrale nel dibattito socio politico italiano e anche negli studi rubricati sotto la voce di “meridionali”.
A testimonianza di un rinnovato interesse per le avanguardie del pensiero democratico nasce una lodevole iniziativa, promossa dal Corriere della Sera, che pubblica, da qualche settimana, una serie di saggi di grandi pensatori italiani di estrazione cattolica, riformista e liberale, da Croce, Gobetti,  Amendola, Calogero, fino a Moro, per citare alcuni fra i quindici autori previsti. Rileggere nell’Italia attuale il saggio gobettiano La rivoluzione liberale o La politica come servizio di Alcide De Gasperi ci può aiutare a riscoprire il valore di testi di grande pregio, ma anche a capire meglio il nostro difficile presente per la costruzione di un’Italia migliore. L’appello al recupero della moralità, l’attacco ai poteri forti (in particolare in Italia, dagli anni Venti in poi, contro il “mussolinismo”), le invettive contro la pratica del trasformismo e la passività delle classi dirigenti sono alcuni dei temi nodali che tornano attuali nell’Italia della crisi.
Quando nel 1922 nasceva la Rivoluzione liberale di Gobetti, Mussolini era alla ribalta della vita sociale italiana e l’intellettuale torinese definiva il fascismo l’“autobiografia della nazione” andando, con acume, già oltre la pura analisi del fenomeno, per richiamare polemicamente ad un’azione immediata e contraria. Di fronte alla mancanza di una classe dirigente come classe politica e all’assenza di una “vita economica moderna” e di “una coscienza di un diretto esercizio della libertà”, che egli ravvisava nel mancato processo unitario risorgimentale, Gobetti auspicava una nuova forma di liberalismo che, lontano da ogni compromesso,  scaturisse dallo scontro di tutte le forze economiche e sociali del paese, sino a sancire la prevalenza di un’élite rivoluzionaria determinatasi dalle spinte provenienti dal basso.
L’anelito di riforma e la ricerca di forze capaci di creare, di sostenere una classe dirigente proveniva a Gobetti principalmente dall’influenza dei pensatori “eretici” (Alfieri, Mazzini, Marx, Cattaneo), sicuramente dalle suggestioni di Sturzo (anche se avvertiva contraddizioni nell’esperimento democratico del Partito popolare), ma anche dalla vicinanza con due intellettuali meridionali: collaborò al giornale Conscientia del calabrese Giuseppe Gangale e al Corriere dell’Irpinia dell’avellinese Guido Dorso, al quale si strinse in un solido legame di amicizia.  
La rivista di Gangale, “discepolo della “fede intellettuale di Calvino”,  nasceva nel  1923  per iniziativa della Chiesa calvinista e si concentrava intorno ad un gruppo di intellettuali, tra cui Alvaro, Prezzolini, Ansaldo, Tilgher, Missiroli, Murri, con l’intento di sposare il concetto calvinistico di elezione con i temi etico-politici.  
Gangale, conosciuto da Gobetti a Roma, auspicava una “metanoia” morale convinto com’era che, in un’Italia sconvolta dalla grande guerra, dove il “male cattolico” aveva generato un “popolo sacerdotale” incline al riformismo e all’accomodantismo, era più che necessario che l’ideale che muoveva il gesto politico dovesse configurarsi come “metapolitico, proprio in quanto, all’origine, la coscienza umana vive di bisogni di tipo essenzialmente religioso”.
Se il filosofo torinese poteva ereditare a pieno l’intransigenza ideale gangaliana non poteva, però, accontentarsi di un’indagine che peccava di essere poco critica e non oltrepassare  i  confini di “una religiosità sociale, intrisa di populismo” senza riuscire a scorgere da nessuna parte il soggetto storico cui affidare “l’impresa riformatrice”, relegando la borghesia capitalistica e il proletariato, due realtà che ormai erano riconoscibilissime, a forze estranee, allogene allo spirito parassitario dell’economia italiana.
Per comprendere i limiti dell’analisi gangaliana non deve sfuggire il fatto che il suo anelito di rinnovamento scaturiva principalmente da una “protesta religiosa” di origine meridionale, più  “sensibile ai toni rigoristici ed irretita in una visione apocalittica della storia, all’urgenza di un rinnovamento vagamente etico”. Perciò, accanto alla considerazione di Gangale del problema meridionale come “un problema spirituale”, Gobetti aggiungeva le letture di Giustino Fortunato che aveva contribuito a cancellare l’immagine di un Sud felix ed aveva inglobato quell’«utopia teorica dorsiana» dei cento uomini d’acciaio,  per inserire il problema del Sud nel problema della riforma di tutta la nazione.
Il problema meridionale per Gobetti era originato dalla mancanza di una “autonomia locale” e di una “ricostruzione agricola”, perciò, fin dall’impegno  giovanile condotto sulle pagine di Energie Nove,  il suo compito fu di propaganda : “Svegliare il Sud; dare ai contadini la loro coscienza (…). Aiutare i contadini meridionali a sgominare e demolire i privilegi osceni delle minoranze settentrionali. Se ancora c’è uno Stato in Italia questa decisamente è l’impresa da realizzare”.
A partire dal giugno 1923 queste idee vennero condivise con Guido Dorso che, nelle pagine del Corriere dell’Irpinia condivideva con l’amico torinese il giudizio secondo cui il problema italiano, ereditato dal Risorgimento e passato dal grigiore giolittiano agli estremi del fascismo, si poteva risolvere solo rivoluzionariamente.
Entrambe, la rivoluzione meridionale e quella liberale prima che ad una trasformazione delle istituzioni e dell’economia rimandavano ad una palingesi del costume politico e morale,  con la differenza che, se per Gobetti  (in questo influenzato dalle tesi di Gramsci) la protagonista rimaneva la classe operaia del Consiglio di fabbrica, per Dorso il compito preponderante era affidato alla classe rurale.
Restava tra i due intellettuali la prospettiva della rivoluzione: la rivendicazione, cioè, di uno Stato liberale e laico, ossia “inflessibile nel difendere i diritti dello Stato nei confronti della Chiesa e democratico, nel senso di contrapposto ad autocratico ed accentratore”; il rinnovamento, dal punto di vista etico, del costume e della cultura; la radicale trasformazione della classe dirigente.

 

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