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    21/07/2024

La grande rete di Palatucci per salvare migliaia di ebrei

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura_giovanni_palatucci.jpgL'epopea di Giovanni Palatucci riscoperta con ritardo non si finisce mai di riscoprirla. Con il mio libro Capuozzo accontenta questo ragazzo (edizioni San Paolo) ho idealmente raccolto il
testimone lasciato anzitempo dal compianto Goffredo Raimo che ne fu il primo grande ricercatore col suo preziosissimo  A Dachau per amore.

Ma è una ricerca, che non ha mai smesso di produrre sorprese, scoperte, incontri, e - sono certo - ancora ne produrrà. Con soddisfazione posso riscontrare che la storia di collaborazione,
complicità e amicizia che ho tentato di descrivere ha portato alla luce tanti altri piccoli grandi eroi, che hanno potuto così avere una loro riscoperta, accanto alla figura dell'ultimo questore di Fiume. Che in realtà questore non fu mai, ma lo divenne solo per la fuga di tutti i superiori che capirono la mala parata per tempo. Non che Giovanni, responsabile dell'ufficio stranieri non l'avesse capita, la capì più e prima degli altri anzi, ma capì anche che una figura come la sua, commissario ribelle ed estraneo alla propaganda fascista, proprio da quello sfascio istituzionale era investita da nuove responsabilità, verso gli ebrei che salvava, ma anche verso gli agenti abbandonati a sé stessi da tutti (Repubblica di Salò compresa), e soprattutto perso il suo Paese.

Fra i tanti piccoli eroi venuti alla luce e fin qui trascurati – ai tempi di Goffredo Raimo non ancora emersi – vi è quella di Giuseppe Veneroso. Finanziere in pensione originario di Pisciotta in provincia di Salerno e poi stabilitosi a Prato, in combutta con altri colleghi (fra cui un Picariello originario di Avellino, e l'omonimia mi ha aiutato non poco nell'approccio con Veneroso) condusse per Palatucci una grande opera di collaborazione all'allora confine di Stato, consistente nel lasciar passare in ingresso prima e in fuga poi migliaia di ebrei provenienti dalla ex Jugoslavia occupata dal
regime filo-nazista degli ustascia.

Ogni settimana arrivava alla postazione della Finanza all'allora confine di Stato Giovanni Palatucci per farsi dire quanti ebrei avevano fatto passare, perché per ognuno di loro il commissario dell'ufficio stranieri doveva produrre falsi lasciapassare che poi sarebbero dovuti servire per l'espatrio, e i conti dovevano tornare. I conti loro li tenevano in una cassetta di legno, di quelle che si usano per i pomodori, una sorta di contabilità parallela, che nell'arco di due anni (fino all'armistizio) riguardò - nelle loro stime - circa 5mila ebrei in fuga. A questi vanno aggiunti quelli salvati già prima da Palatucci, residenti nella città di Fiume o provenienti dall'Europa continentale occupata per prima dai nazisti, celebre l'episodio della nave fatta salpare di notte piena zeppa di profughi. E vanno aggiunti altresì quelli che ancora affluiranno dopo l'8 settembre, quando le sorti della guerra cambiarono drasticamente anche a Fiume, decretandone anche il passaggio al di fuori dei confini italiani.

Ebbene, con grande piacere ho potuto scoprire che Veneroso - che ho potuto più volte incontrare a Prato - prima di lasciare questa vita ha fatto in tempo ad ottenere un giusto e prestigioso riconoscimento dal Consiglio regionale della Toscana. Che - su iniziativa dell'allora presidente Riccardo Nencini, attuale segretario del Nuovo Psi - si è riunito tre anni fa per la giornata della memoria, proprio per ricordare la storia e il contributo dato da Veneroso al salvataggio degli Ebrei.

Una manifestazione a mia insaputa - si potrebbe dire con una frase diventata in voga per ragioni meno commendevoli - ma per la quale mi sono poi molto felicitatocon Nencini (politico, ma anche scrittore di successo) che mi ha  successivamente anche invitato a Prato, in consiglio comunale, ed è nata fra noi una bella amicizia.

Ma le storie minori riscoperte sono tante. Minori ingiustamente. Perché ad esempio l'unica colpa di Feliciano Ricciardelli (che fu commissario dell'ufficio politico alla questura di Trieste, amico e collaboratore di Palatucci di cui forse fu anche maestro avendo qualche anno in più) fu quella, una volta finito a Dachau come l'amico Giovanni, di uscirne vivo. Diventerà anche questore, avrà
le sue soddisfazioni di carriera, ma oggi nessuno lo ricorda nonostante i meriti acquisiti nel salvataggio degli ebrei prima e nel sostegno dato alla lotta partigiana poi. Ma nella sua Montemarano qualche mese fa abbiamo posto rimedio con un bellissimo e affollato convegno alla presenza di Nicola Mancino. Incredibile dire come sia nata questa iniziativa, scaturita a seguito di un'altra riuscita manifestazione organizzata dagli irpini di Romagna tenutasi nell'albergo dell'irpino Mario Pappano a Rimini con la partecipazione, fra gli altri, dell'attuale sottosegretario Carlo
De Stefano e del collega Franco Genzale. Ebbene, qualche mio volume, da Rimini è finito a Montemarano, dove la locale associazione AmoMontemarano ha deciso di porre rimedio all'oblìo nel paese natale del questore Ricciardelli, ormai scomparso da lunghi decenni.

Ma fra le figure niente affatto minori che si vanno ancora riscoprendo accanto alla storia principale" di Giovanni spicca certamente quella dello zio Giuseppe Maria. Vescovo di Campagna aiutò gli ebrei trattenuti nel campo di internamento della sua cittadina, molti dei quali provenienti proprio da Fiume. Si salveranno tutti, anche per l'eroico "no" opposto dagli agenti al tentativo di rastrellamento ad opera dei nazisti in fuga.

Il Vaticano venne in aiuto per volontà di Pio XII con circa 100mila lire di allora erogate con ripetuti assegni firmati dal segretario di Stato cardinale Maglione e dal sostituto, l'allora monsignor Montini. Una paziente opera di catalogazione portata avanti dal sacerdote montellese Franco Celetta nell'archivio del vescovo Palatucci (custodito a San Lorenzo a Napoli e in copia a San Francesco a Folloni, dove il presule oggi riposa) ha portato a nuove scoperte.

La più importante di cui ho scritto su Avvenire e di cui ha riferito in seguito con grande risalto anche l'Osservatore romano è la lettera del segretario del vescovo don Gibboni mandato in missione a Roma che scrive preannunciando il flusso di aiuti: "Faranno con noi come con Boetto a Genova. Ogni volta che chiederemo ci sarà dato". Affermazione che, citando il caso del cardinale di Genova, fa emergere l'esistenza di una vera e propria direttiva orale da parte di Pio XII in favore degli ebrei.

Un'altra grande scoperta storiografica che rimanda al protagonismo di una grande famiglia cattolica della nostra Irpinia.



                                                                                             

 

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