AVELLINO – Pronti a salire su un autoscontro? Se la risposta è sì, e non temete di farvi male, immergetevi nelle pagine dell’ultimo libro dello scrittore napoletano Antonio Franchini, Il fuoco che ti porti dentro, pubblicato come i suoi precedenti da Marsilio.
Come promette il titolo, la materia è bruciante e c’è il rischio di rimanere sconcertati di fronte a una scrittura che non ha paura di affrontare e demolire l’ultimo tabù, quello che da millenni preserva da ogni contaminazione con il male e il disprezzo l’oggetto del nostro primo amore: la mamma. Non che di madri crudeli, odiate o detestate, responsabili delle disgrazie dei figli, non ci fosse una lunga serie, nella realtà come nell’arte fin da quando l’uomo ha lasciato memoria di sé, ma con la potenza offensiva (e difensiva) del linguaggio di Franchini confesso di non riuscire a trovare esempi analoghi.
Per condurci immediatamente in medias res, l’incipit non lascia adito a dubbi sulle intenzioni dell’autore: “Benché da molti sia considerata una bella donna, mia madre puzza”. Comprendiamo d’emblée che questo tono esplicito, spiazzante, a volte irritante, darà il la a tutta la storia, che è quella, senza redenzione, di un rapporto estremo di sentimenti rovesciati, dove chi dovrebbe proteggere azzanna e chi non trova il modo di difendersi sarà un’altra vittima sacrificale di questa donna insopportabile, aggressiva, prevedibile, piena di inestinguibile rabbia così verso la propria famiglia, quella da cui discende e quella che si è costruita, come verso conoscenti e sconosciuti, in pratica verso l’umanità intera.
Volgare nelle espressioni (tutte le donne sono ‘zoccole’, figlie e madre comprese), ignorante del mondo che pretende di conoscere meglio di qualsiasi altro, sputasentenze su tutti e su tutto, nella logorrea che vomita senza interruzione su chiunque le capiti a segno c’è una sorta di volontà di bruciare, di piagare, verbalmente o anche fisicamente, a causa di quel fuoco che le brucia dentro, le cui uniche tracce positive sono i ricordi della lingua latina studiata con profitto al liceo, prova di una possibile direzione esistenziale differente, soffocata dalla detestata assunzione del ruolo di mater familias.
La rutilante espressività dialettale, di cui la madre (sempre chiamata per nome, Angela) fa sfoggio e il figlio scrittore riproduce con oggettività sorprendente, è uno dei punti di forza del libro, così violenta e intraducibile che la lingua italiana, a confronto, sembra quasi un’esercitazione accademica.
Priva di ogni concessione sentimentale, la storia narrata da Franchini è ricca di profili umani disegnati con precisione, consegnati, volenti o nolenti, a una relazione malata con questo personaggio dominante, la cui statura maligna finisce per emanare una sua cupa grandezza, da cui chiunque vi sia entrato in contatto, nella vita come nella sua trasfigurazione in personaggio letterario, non può che restarne scottato.
Come recita l’epigrafe iniziale, tratta da “Vesuvio” dei Zezi di Pomigliano d’Arco: Si fumme e si nun fumme, fai rummore/È ‘o ffuoco ca te puorte/Dint’ 'o core.
