AVELLINO – Ha molti meriti l’ultima pellicola del regista statunitense James Vanderbilt, ma forse il più impressionante è quello di farci guardare agli eventi storici di ottant’anni fa come a una macabra anticipazione dei nostri giorni.
Fra il maggio del 1945, con la resa del Reichsmarschall Hermann Göring e l’ottobre del 1946, con l’esecuzione per impiccagione dei principali dirigenti del regime nazista, si svolge l’azione del film, basato sul romanzo Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai. Su queste due figure s’impernia una storia che abbraccia non soltanto i terribili avvenimenti del Novecento che sconvolsero l’intero pianeta, dalla nascita delle varie dittature in Europa fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, ma anche gli ambigui sentimenti che la frequentazione di un ufficiale medico, Douglas Kelley, a cui viene affidata la perizia psichiatrica dei prigionieri tedeschi, con il loro principale esponente, Göring appunto, finiscono per rivelare delle correlazioni impreviste fra due persone apparentemente lontanissime.
Ma proprio attraverso questi dialoghi nelle squallide celle in cui sono rinchiusi i vinti, e dove i vincitori vogliono imporre un nuovo modello di risoluzione regolamentare delle pene inflitte ai nazisti attraverso un giusto processo, assistiamo a una riduzione progressiva e ineludibile delle differenze fra i due uomini, rappresentanti di un’etica, di una politica e di una civiltà così contrapposte. Eppure, se sotto l’enormità, anche fisica, dell’agente del male (uno straordinario Russell Crowe) riusciamo a percepire le flebili tracce di un sentimento d’amore e di pena nei confronti della moglie e della figlia lontane, nell’agente del bene, il pur ben intenzionato psichiatra, non possiamo negare delle sottintese presenze di ipocrisia e di arrivismo.
È che, fra gli orrori delle immagini dei campi di concentramento e lo spettacolo in presa diretta delle esecuzioni (legittime, per carità!) dei nazisti, il senso di ribellione verso una morte imposta, dagli uni come dagli altri, ci fa perlomeno riflettere su quanto sia “umano” tutto quello che è successo una volta e che, già solo per questo, può ripetersi ancora e ancora, al di là di ogni tentativo di separare, con un colpo di forbice, il bene dal male, i giusti dai perversi.
Lo psichiatra dovrà riconoscere che la richiesta del suo più malvagio paziente, che cioè anche i tedeschi devono essere riconosciuti come esseri umani, ha un fondo di verità inesorabile. E oggi, in questo tempo infelice in cui guerre, autoritarismi e dittature più o meno scoperte s’espandono nuovamente in tutto il mondo, dobbiamo amaramente riconoscere che, come scriveva Terenzio, “homo sum, nihil humani alienum a me puto” (Heautontimorumenunos, a. I, sc. 1, v. 25).




