AVELLINO – Preparate i fazzoletti. Se avete il cuore spezzato per un lutto recente. Se avete bisogno di lasciarvi andare al pianto. Se vi commuove ogni abbandono, ogni perdita, ogni esclusione. Se vi emoziona l’amore nelle sue molteplici incarnazioni: per chi abbiamo scelto, per i figli, per gli animali, per la natura. Se credete che la storia dell’umanità sia fatta di narrazioni, perché a ogni voce umana, dalle caverne preistoriche alle telenovelas e ai post sul web, piace raccontare e ascoltare narrare, perché ogni mito, ogni religione, ogni letteratura è una catena di finzioni in cui perdersi e ritrovarsi.
Se volete immedesimarvi ancora una volta in quella storia che si sta svolgendo sullo schermo, in quei personaggi fittizi che diventano più veri del vero, in quell’inesauribile gioco delle passioni che legano l’uomo e la donna anche quando sembrano appartenere a due universi differenti; ebbene, se vi ritrovate in tutto questo (e in molto altro ancora) questo film è per voi.
Sceneggiato dalla regista cinoamericana Chloé Zhao insieme alla scrittrice britannica del romanzo da cui è tratto, Maggie O'Farrell, Nel nome del figlio. Hamnet, (variante del più familiare Hamlet), è un’opera di ambientazione storica (fra la Stratford-upon-Avon e la Londra della fine del XVI secolo e inizi del XVII), in cui del più famoso dei drammaturghi, William Shakespeare, ci viene narrata una parte misconosciuta, ovvero quella della sua vita sentimentale e familiare. Innamoratosi di una fanciulla selvatica e indipendente, Agnes Hathaway, che preferisce alla casa gli spazi liberi della foresta, dove fa volare il suo falco e raccoglie erbe medicamentose, Will la sposa nonostante gli ostacoli posti dalla famiglia sua (il cui padre guantaio lo considera un buono a nulla, tutto preso com’è dalla scrittura) e dalla matrigna di lei, che trova però l’appoggio di un fratello solidale e affettuoso.
Dalla coppia nasceranno Susanna e due gemelli, Judith e Hamnet, così simili da scambiarsi ruoli e abiti. I primi dissapori sorgono dall’allontanamento (favorito da Agnes) dello scrittore, che ha bisogno di uno spazio fisico e culturale che solo la capitale puo’ riservargli. Durante la sua lontananza, però, la peste fa vittime anche nella sua famiglia: in una drammatica scena, il piccolo Hamnet si corica accanto alla sorellina malata, chiedendo alla morte di prendere lui al suo posto. Lo vediamo svanire attraverso una di quelle soglie oscure disseminate nel film: naturali, come la buca sotto un immenso albero dove viene seppellito il falco, o finte, come nel teatro dove vengono messi in scena i lavori dell’ormai famoso Shakespeare.
E sarà proprio il teatro a operare quella catarsi che, dai greci in avanti, è stata considerata una delle caratteristiche del canone: Hamnet, diventato Hamlet nel Globe Theatre, rivive, con la potenza della finzione letteraria, davanti agli occhi, dapprima sgomenti e offesi, poi misericordiosi e partecipi, di Agnes, che scopre il gesto del perdono verso quell’assenza del marito nel momento più tragico della loro unione proprio nella tragedia da lui scritta e rappresentata, in quella che è una finzione, sì, ma in cui i sentimenti riescono finalmente a trovare voce e corrispondenza.
“Totus mundus agit histrionem", tutto il mondo recita, si leggeva sullo stendardo del teatro londinese. Mai come nel periodo barocco, in Inghilterra come in Spagna e nel resto d’Europa, la vita è stata concepita come una rappresentazione, di cui ogni persona è attore consapevole o meno. Questo bellissimo film continua a raccontarcelo.
