AVELLINO – Nel periodo storico in cui ci tocca di vivere e di assistere, protagonisti involontari, al capovolgimento di ogni principio giuridico, etico e culturale, dà speranza afferrarsi a un ubi consistam, minimo o ambizioso, in cui trovare rifugio e pace, nonché incontri necessari per poter affidarsi ancora a qualcosa in cui rifulgano bellezza e sentimento.
L’arte è uno di questi spazi in cui la mente rinnova la sua fiducia nella grandezza dell’essere umano, nella comune appartenenza a quell’unica razza di cui non è osceno pronunciare il nome, in cui la singolarità sia dell’artista sia della cultura di provenienza non oscuri la partecipazione alle diverse fonti a cui abbia potuto abbeverarsi, assorbendo quante più influenze e suggestioni possibili, per combinarle e fonderle in quel risultato unico che è la personalità di ciascun autore.
Se l’invocazione alla Patria ha smesso da tempo di essere segnale di nobile affezione alla terra d’origine per trasformarsi in un ring di opposte concezioni politiche, partitiche, claniche, e via degradando verso i peggiori istinti di sopraffazione, è forse più salutare e salvifico conseguire la cittadinanza in quelle patrie comuni che sono la scienza e l’arte, quest’ultima in tutte le sue multiformi manifestazioni: letteratura, musica, pittura, architettura e via enumerando.
Di Yasmina Reza, che del suo multiforme ingegno ha dato indiscutibili prove come scrittrice, drammaturga, regista e attrice, la casa editrice Adelphi aggiunge ora al suo folto catalogo in italiano due brevi opere apparse in francese molti anni fa: Nulle part (1997) e Hammerklavier (2005), sotto l’unico titolo Da nessuna parte (2026) affinché i suoi numerosi lettori non restino privi delle prime prove di letteratura di un’autrice che in queste pagine svela molto della sua vita privata, altrimenti tenuta gelosamente nascosta.
È pur vero che l’identità di un artista si rivela molto più attraverso le opere che attraverso le confidenze, più o meno rielaborate, della propria intimità, ma qui riconosciamo in Yasmine Reza una tendenza alla “confessione” che fa parte di una lunga e peculiare tradizione francofona, da Rousseau a Sthendal, da Gide a Sartre, da Beauvoir a Ernaux, per non rimestare oltre nel catalogo. Così pure riconosciamo la sua “francesità” nella predilezione per l’aneddoto, per l’aforisma, per il frammento che, nella sua brevità, sembra quasi voler trattenere nel non detto quell’intimità che sta esibendo in pubblico.
Una confessione temperata anche dall’ironia, a volte un po’ perfida, più spesso leggera e divertente, con la quale l’autrice ci fa entrare nella composita armonia (e disarmonia) del suo mondo fatto di così tante lingue (francese, tedesco, ungherese, ebraico, iraniano..) e territori (Tashkent, Samarcanda, Mosca, la Germania, la Francia e l’Ungheria dei genitori e di sé stessa), così tanti che finisce per sentirsi da nessuna parte, una senza patria, una senza lingua: “Io non ho radici, in me non si è piantato alcun suolo. Non ho origini”. Apatride, ma capace di creare una rete di contatti, affetti e amicizie ovunque nel mondo, libera di negarsi o di concedersi a qualsiasi luogo o comunità.
Per una curiosa coincidenza, se ieri sera avevo terminato di leggere quest’ultimo libro di Reza (bellissimi anche Felici i felici, La vita normale, Il dio del massacro, portato al cinema da Roman Polanski col titolo di Carnage), stamattina la prima trasmissione di Radio Tre, Qui comincia, mi ha aperto la giornata con l’analisi di questo libro. Ora lo affido a voi: me ne sarete grati.
