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Martedì 16 Giugno 2026 11:44 Carla Perugini
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Spettacoli6_prigioniero.jpgAVELLINO – Che Miguel de Cervantes sapesse raccontare storie in maniera così piena d’incanto da rapire i suoi ascoltatori non l’abbiamo scoperto noi lettori che, da mezzo millennio, non riusciamo a staccarci dalle pagine del suo invincibile, pur nelle sconfitte, Don Chisciotte. Così come dalle sue Novelle Esemplari, dal teatro, dai poemi che, fin sul letto di morte, furono oggetto delle sue cure. Ma se ne dovettero accorgere anche i tanti infelici prigionieri cristiani che, insieme a lui, condivisero le carceri di Algeri, dove per anni venivano sottoposti alle violenze e alle vessazioni dei loro padroni turchi, allora (siamo negli anni settanta del Cinquecento) dominatori del Mediterraneo e nemici secolari dei principi cristiani.

Non che questi fossero più clementi: per i diritti dell’uomo bisognerà aspettare ancora qualche secolo, e magari oggi noi moderni stiamo assistendo al ritorno alla barbarie dei nostri antenati. Certo le crudeltà dei guardiani e del governatore e viceré di Algeri erano indicibili nei confronti dei prigionieri in attesa di riscatto, vuoi dalle proprie famiglie vuoi da fondi statali vuoi da elemosine raccolte da certi ordini di frati come i Trinitari o i Mercedari. Le richieste di scudi d’oro crescevano, da parte dei padroni, a seconda del prestigio e della ricchezza del prigioniero, e Cervantes subì le conseguenze dell’equivoco sulle sue disponibilità, a causa di una lettera del comandante in capo della flotta che nel 1571 aveva sconfitto i turchi a Lepanto, don Juan de Austria. Quello che era solo un foglio di congedo per chi, come Miguel, s’era comportato valorosamente sulla nave cristiana, ricevendone pure l’invalidità della mano sinistra (testimonianza fisica di cui sempre fu orgoglioso), fu scambiato per un attestato di nobiltà e potere, mentre ben pochi erano i mezzi della famiglia di Cervantes, di cui anche il figlio maggiore, Rodrigo, fu tenuto prigioniero nella Berberia, ma liberato prima del fratello.

Ci si è interrogati, fra storici e letterati, sulle reali motivazioni del ricorrente scampare di Miguel ai peggiori esiti dei suoi ripetuti tentativi di fuga dal “bagno” (come si chiamavano le prigioni di Algeri), che molti affrontavano corrompendo i numerosissimi “rinnegati” che circolavano per la città nordafricana. Vista la propensione dei maschi arabi e turchi verso gli amori omosessuali, moltissimi cristiani giovanissimi o bambini, durante le incursioni dei mori sulle coste del Mediterraneo, venivano rapiti e allevati in vista del loro futuro ruolo di “mogli”, e ben presto convertiti all’Islam. Questa fu la sorte anche del figlio (spacciato per nipote) del frate portoghese Antonio de Sosa, che fu amico e sodale di Cervantes ad Algeri e autore di una dettagliatissima Topografía de Argel, di cui si servirono il futuro scrittore e altri prigionieri per un ennesimo tentativo di fuga.

Il film del cileno, naturalizzato spagnolo, Alejandro Amenábar, pur con delle ovvie concessioni alla fantasia, riprende con notevole rigore storico le vicende dei cinque anni trascorsi da prigioniero dal più grande scrittore spagnolo (l’attore Julio Peña). Lo ritrae generoso con i suoi compagni, coraggioso nell’affrontare i pericoli, sorridente e fiducioso pur nelle peggiori avversità, immaginifico nell’inventare continue storie con cui intrattenere le lunghissime ore di ozio dei prigionieri, ma anche del suo padrone, il bellissimo e crudele Hasán Bajá (l’attore Alessandro Borghi), un rinnegato veneziano rapito da piccolo per diventare il protetto, segretario e amante del suo rapitore, il comandante Uchalí.

È dunque nel governatore d’Algeri che si trova la spiegazione della salvezza di Cervantes ai suoi tentativi di fuga che, in altri casi, venivano puniti con tormenti inenarrabili e morte? Il film propende senz’altro per questa tesi, fatta propria anche da vari critici e storici, sulla base della fascinazione esercitata sul colto e poliglotta viceré dal prigioniero spagnolo, che seppe incantarlo raccontandogli storie di cavalieri e dame, innamoramenti, magie e avventure reali, cedendo infine alla reciproca attrazione.

Non a caso, uno dei dubbi inseriti nella sceneggiatura è quella dell’accusa di sodomia rivolta a un giovane Cervantes, con relativa pena, a cui sfuggì rifugiandosi in Italia, dove si fece soldato. Da ciò la persecuzione che, nei suoi riguardi, esercitò in carcere il frate domenicano Juan Blanco de Paz, odioso a tutti per le sue trame, e che non a caso era stato commissario della Santa Inquisizione.

Due le suggestive allusioni al Chisciotte nel film: l’arrivo nel “bagno” dei due frati del riscatto, l’uno magro e allampanato a cavallo, l’altro basso e panciuto sul somaro, che immediatamente rimandano al cavaliere e al suo scudiero Sancho Panza, e la scena finale del viaggio dei prigionieri su un carro per le terre della Mancha: quei mulini a vento che diventeranno l’icona del romanzo sembrano agitare le loro enormi ali per salutare il ritorno del grande Cervantes nella sua patria spagnola.