PRATOLA SERRA - Nuovi preziosi reperti arricchiscono il patrimonio artistico dell’Irpinia. L’ultimo rinvenimento è avvenuto a Serra di Pratola, frazione del Comune di Pratola Serra, di cui fu capoluogo fino al 1806. Per tutto il Medioevo e fino i primi anni del Seicento la Baronia di Serra recitò un ruolo importante nella storia politica ed economica della Valle del Sabato. La posizione strategica di Serra, ubicata su una collina che domina buona parte della Valle, consentiva il controllo del traffico veicolare e commerciale che si snodava lungo il fiume in direzione della Valle del Calore e, di seguito, verso la Puglia. Tuttora nell’abitato si rinvengono le ultime vestigia del castello, che, purtroppo, ha subito notevoli trasformazioni nei secoli successivi, fino a quando si sono irrimediabilmente perse le caratteristiche della struttura originaria. Nelle immediate adiacenze del castello è ubicata la chiesa di Santo Stefano.
Le prime tracce dell’edificio, realizzato nel periodo longobardo, già si rinvengono in documenti risalenti al XII secolo, quando esso veniva associato alle vicende di notabili della Baronia di Serra. La chiesa presenta una pianta con un’unica navata ed un’abside (peraltro edificata in epoca successiva). Nella cripta sono ubicati alcuni stalli in pietra che tuttora ospitano i resti di alcuni cadaveri (presumibilmente notabili e chierici del luogo). Dal XVI secolo in poi subì un progressivo abbandono, fino ad essere privata della funzione di chiesa parrocchiale in favore della chiesa di Sant’Audeno che tuttora conserva tale ruolo. Nel 1759 fu assegnata alla Confraternita del SS. Rosario e da allora è comunemente indicata come “Oratorio del SS. Rosario”.
I numerosi eventi sismici prodottisi nel corso dei secoli ne minarono progressivamente la struttura, tanto che, a seguito del terremoto del 23 novembre 1980, le sue condizioni si fecero ancora più precarie. Dopo un primo intervento di messa in sicurezza effettuato pochi anni fa, la Confraternita del SS. Rosario, attingendo ai fondi stanziati dall’Unione europea nell’ambito dei bandi per la cosiddetta “accelerazione della spesa”, ha promosso un radicale intervento di restauro, basato sul progetto redatto dall’architetto Giuseppe Mauro, coadiuvato dall’architetto Gabriele Fabrizio.
Nel corso dei lavori sono riaffiorati affreschi e pitture murarie, che per vari secoli erano stati coperti da contropareti in tufo, probabilmente realizzate a seguito di precedenti lavori di consolidamento statico. Di particolare interesse è l’effige di una Madonna con bambino. Sul bordo inferiore dell’affresco è indicato l’anno (1552) in cui fu probabilmente realizzato, e sono riportare alcune lettere (“gilus”) che certamente facevano parte di un’iscrizione più ampia che purtroppo è andata perduta. Nella parte inferiore destra sono raffigurati un piccolo promontorio che fronteggia una caravella ed un’imbarcazione più piccola a remi (s’intravedono anche le figure dei rematori). Ciò potrebbe significare che l’affresco fosse, in realtà, una sorta di ex-voto o, viceversa, rappresentasse un evento in qualche modo collegato al culto mariano. La risposta all’interrogativo potrebbe risiedere proprio nell’iscrizione che forse riferiva di un evento verificatosi in quegli anni. Allo stato nessuna ipotesi trova validi riscontri: essi potranno essere offerti dagli studi e dagli esami che saranno effettuati dalla Sovrintendenza.
Sempre sulla parte destra dell’edificio sono state rinvenute due pitture murarie sovrapposte, forse appartenenti a diverse epoche. Entrambe ritraggono una Madonna col Bambino. I volti delle due figure femminili a causa della sovrapposizione quasi si confondono. Diversa, invece, è la disposizione delle due figure di Bambino, che sono disposte ai due lati opposti in braccio alla Madonna. Peraltro, non è da scartare l’ipotesi di un cosiddetto “pentimento” del pittore, termine comunemente utilizzato per quei dipinti in cui l’originale sia sovrapposto – sia pure parzialmente – ad un primo abbozzo di seguito abbandonato dall’artista. Nel bordo inferiore della pittura è ritratto un chierico sul pulpito che arringava la folla dei fedeli (sulla sinistra) ed un altro gruppo di persone (sulla destra).
In base all’abbigliamento sembrerebbe trattarsi di monaci benedettini. Tale identificazione non sarebbe nemmeno azzardata in considerazione dei rapporti continui e dei legami stretti intercorrenti tra la Baronia di Serra e l’abbazia di Montevergine, come testimoniano numerosi atti e documenti di età medievale. Ancora nel mezzo della parte laterale destra si scorge un altro affresco, raffigurante una macchia bianca (forse una nuvola?) da cui si irradiano raggi solari. Potrebbe forse essere un riferimento allo Spirito Santo, sebbene più frequentemente nella simbologia cristiana la Terza Persona della Trinità sia rappresentata sotto forma di colomba.
Non solo la parte destra della chiesa di Santo Stefano ha riservato sorprese ai restauratori. I lavori in corso, infatti, hanno consentito di svelare altre decorazioni murarie presenti ai margini della volta che separa la navata dall’abside, che fu realizzata in epoca successiva. Tra tutte, assume maggior rilievo quella che ritrae una giovinetta in atteggiamento orante, probabilmente eseguita in un periodo successivo a quello in cui furono dipinti gli affreschi. Anche in questo caso allo stato è difficile formulare ipotesi sull’identità della figura femminile. L’inginocchiatoio (posto sul lato sinistro) ed il balcone (posto sullo sfondo) sono elementi compatibili con differenti soluzioni: è verosimile, però, che la figura riprodotta sia quella di una santa.
La datazione dei dipinti non è certa. In un solo caso, come già precisato, l’affresco reca ai bordi una data (1552), che, però, potrebbe indicare un altro evento, e non necessariamente l’anno di esecuzione dell’opera. Ancora più complessa l’individuazione del periodo in cui furono realizzate le pitture murarie sovrapposte. A seconda che si tratti di diverse opere o – viceversa – di un unico dipinto rimaneggiato dallo stesso autore, avremmo addirittura due diverse date di esecuzione. Tuttavia, lo stile e le caratteristiche dei dipinti inducono a ritenere che siano stati realizzati tra il XIV ed il XVI secolo, e, quindi, quasi certamente prima del XVII secolo, quando, costruita la chiesa di Sant’Audeno, quella di Santo Stefano fu progressivamente relegata al rango di cappella.
I lavori non sono stati ancora ultimati ed i restauratori non escludono la presenza di altri dipinti. In ogni caso, i dipinti venuti alla luce già consentono di riscrivere – sia pure in parte – la storia della Baronia, che proprio in epoca medievale visse il suo periodo d’oro, grazie soprattutto alla famiglia Poderico che governava Serra negli anni in cui furono presumibilmente realizzati i dipinti recentemente scoperti. Ed è, infine, motivo di soddisfazione scoprire che – una volta tanto – i fondi pubblici non sono destinati ad inutili e costose opere di cementificazione del territorio, ma alla scoperta e valorizzazione di opere artistiche che arricchiscono il nostro contesto socio-culturale e favoriscono il recupero della nostra memoria storica.
