Nei racconti di Mario Gabriele Giordano l’umanità vinta e rassegnata

Sabato 18 Giugno 2016 10:05 Faustino De Palma
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura4_mggiordano.jpgAVELLINO – I racconti della sconfitta e della rassegnazione. È questa la cifra dei dodici racconti che compongono “La lettera di presentazione”, scritta da Mario Gabriele Giordano ed edita da Mephite. Sono storie minime di protagonisti minori di vicende quotidiane apparentemente banali, e, tuttavia, talvolta esiziali nel contesto di vite vissute in penombra. Pur mediocri, si tratta, comunque, di personaggi tra di loro diversi e difficilmente omologabili. Dall’aspirante giornalista all’avvocato in carriera; dal barbone al contadino; dal casellante al partigiano, è un’umanità estremamente varia quella che popola i racconti. Tutti nutriti di false illusioni alimentate da una visione distorta della realtà che li circonda e persino dei loro stessi sentimenti; tutti soccombenti di fronte agli eventi che rivelano, infine, il vero volto di un mondo che pure avevano finto di ignorare; tutti rassegnati rispetto all’impossibilità di recuperare le illusioni perdute. La traccia dei singoli racconti, insomma, si snoda su percorsi simili, che approdano verso l’inevitabile amaro (o, quantomeno, agrodolce) finale.

Tutti questi ingredienti già emergono chiaramente da “La lettera di presentazione”, il racconto che apre la raccolta e che ad essa dà il titolo. È la storia di un giovane, aspirante giornalista, che sacrifica la sua dignità ed i suoi valori sull’altare di una carriera che non decollerà mai. L’incrocio tra due mondi, quello della politica e quello dell’informazione, più o meno corrotti, lo indurrà a sacrificare – suo malgrado – non solo le prospettive future, ma anche le certezze già acquisite, fino al definitivo abbandono ad una scelta di ripiego, segnata dal ritorno alla propria città natale dove condurre una vita mediocre fatta di rimpianti e del ricordo struggente di un affetto rifiutato. E fin da questo primo racconto la sconfitta del protagonista appare ineluttabile. Persino la descrizione dei contesti ambientali ed umani in cui si svolge la vicenda si adegua ad una melanconia di fondo, che non abbandona la narrazione nemmeno nei momenti in cui le aspirazioni del giovane giornalista non si sono ancora rivelate sciocche illusioni. In altri ambiti la mediocrità dell’umanità che si affaccia dalle pagine dei racconti è già evidente, prima ancora che le vicende della vita vengano a sancirla e a svelarla appieno. Come non considerare mediocre la guardia comunale, protagonista del racconto “Il berretto della legge”, che nel suo copricapo individua il simbolo di quell’autorità che dovrebbe garantire l’ordine e la sicurezza in un piccolo paesino? Basterà un evento casuale a travolgere quel berretto e, con esso, il simulacro di una istituzione che dovrà trovare altrove le sue vere rappresentazioni.

Non v’è traccia di vincitori nelle pagine di Giordano. Anche i successi sono apparenti e nascondono condizioni e vissuti ben più meschini. Anche la commessa protagonista del racconto “La signorina di città” ha avuto successo. È evasa dall’angusto mondo della campagna, il padre l’ha sottratta agli stenti di una vita passata tra i campi e le faccende di casa. E lo stesso padre ha avuto successo. È riuscito a regalare alla figlia l’occasione di una vita diversa dalla sua, da trascorrere nel negozio di una grande città, dove gli stenti cedono il passo ad una vita dignitosa ed appagante. L’uno e l’altra, però, saranno sconfitti, anzi, si sconfiggeranno a vicenda in un duello inconsapevole che si rivelerà fatale per entrambi. In altri casi non c’è nemmeno spazio per una breve illusione; la vicenda narrata si apre e si chiude con dolente rassegnazione di uomini quasi ontologicamente vinti. Ne “Il piccolo casellante” appare chiara fin dalle prime righe la tristezza della vita di un vecchio aggrappato al casello ferroviario che gestisce. Gli è compagno il giovane nipote, che, inconsapevole di tutto ciò che travalica i confini limitati del casello, si pone, e pone al nonno, interrogativi destinati a ricevere risposte sempre più evasive. Non c’è prospettiva di riscatto per il giovane, non c’è futuro per le sue aspirazioni che egli, in quella realtà così ristretta e soffocante, non riesce nemmeno a concepire. Insomma, non c’è pietà per gli ultimi. In “Un cane così e così” la miseria degli uomini sembra trasmettersi agli animali che li accompagnano. Il cane di un barbone non può che smarrirsi; la sua fuga sarà senza ritorno; nessuna pietà per lui, e nessuna per la sensibilità del suo padrone. In altre pagine la vita quotidiana sembra fondersi con il fantastico e con il surreale. Prendono vita forme inanimate e gli incubi si confondono con la realtà. In “Tutta colpa di Giulio Cesare” la statua del dittatore romano si rianima per dialogare con un attonito passante sulle vicende del presente, che gli sembrano incomprensibili. Ne “L’insonnia”, invece, la veglia si confonde con il sonno e, infine, con l’incubo. Il protagonista intraprende una battaglia personale contro l’insonnia. Sfiancato dai vani tentativi di addormentarsi, piomberà in un mondo parallelo dove la sua nemica lo sconfiggerà per sempre.

Non mancano nella raccolta le storie d’amore. In due racconti, in particolare, le vicende narrate ruotano intorno agli affetti ed ai sentimenti che legano i protagonisti. Ne “Il fuggiasco” il tema della fuga dalla guerra e dalle sue barbarie si incrocia con quello dell’ospitalità salvifica. Il protagonista si rifugia nell’abitazione di una donna che, forte del suo carisma, lo costringerà ad una scelta di vita coraggiosa ed irreversibile. Anche in questo caso, proprio quando il fuggiasco sta avviando un nuovo ed attraente percorso esistenziale, la sorte avversa gli negherà il futuro roseo che stava già pregustando. Ancora più complessi ed intriganti sono gli scenari descritti in “Una coppia ideale”. Sono forse queste le uniche pagine della raccolta in cui si apre (per non richiudersi) una strada verso la felicità. I due protagonisti, marito e moglie, vedono il loro rapporto estinguersi per una lenta consunzione. Tuttavia, il caso si fa portatore dell’inevitabile ricongiunzione, che li induce a riscoprire le ragioni del loro incontro e l’essenza del loro legame. In “Un uomo e una donna” il legame affettivo non è nato, forse non nascerà mai. Le prime schermaglie amorose, però, servono a rivelare al protagonista, giovane conteso da due amiche, la differenza sostanziale tra l’indole dei due sessi.

Un’attenzione a sé merita l’ultimo racconto, “La filosofia della gallina. Apologo”. Apparentemente sembrerebbe un corpo estraneo all’interno della raccolta. La vicenda narrata, evidentemente surreale, non ha alcun legame o contatto con gli altri racconti. Eppure, ad una lettura più accurata, proprio l’apologo finale sembra essere la sintesi più efficace dei leit-motiv della raccolta. È la chiave di lettura (che ovviamente non riveliamo) di tutte le storie, di cui rivela il senso più recondito. È la morale finale, quella tipica delle favole della letteratura antica, che svela l’insospettabile natura di un’opera, che, al di là dello strato di lettura superficiale, propone al lettore argomentazioni e tesi ben più profonde sull’umanità, sulle sue scelte e sui suoi destini.